Un prete lascia, pubblicando un libro, interviste, podcast, lamentele, dirette, reel, dove sostanzialmente sbandiera Urbi et orbi un problema: “Mi sentivo ipocrita perché non potevo vivere liberamente la mia affettività/sessualità”.
E così dimostra ancora una volta che alla fine, stringi stringi, tutto ruota attorno al sesso: volendo criticare una Chiesa ancora troppo sessuofobica, in realtà casca anche lui nel tranello.
Certamente il sesso è un propulsore potentissimo, e certamente un’affettività vissuta in maniera clandestina, repressa, disorientata, non ci fa essere felici.
Però se davvero per valutare il ministero sacerdotale si vuole smettere di pensare sempre e solo al sesso, forse ci si dovrebbe chiedere: che rapporto abbiamo con i soldi, magari anche con una certa disponibilità di denaro che può venire dal tenere frequentemente incontri, dal pubblicare libri, dall’avere social attivi che (così mi dicono) producono anche entrate economiche? È ipocrisia oppure no?
Ci si dovrebbe chiedere: com’è vivere gratis al centro di una grande Città italiana, dove una stanza costa un occhio dalla testa, e un appartamento in affitto richiede un lavoro con stipendi a diversi zero dopo la prima cifra? È ipocrisia oppure no?
Ci si dovrebbe domandare: che ne è di un ministero dove l’attenzione a sé stessi (giusta e sacrosanta) non è controbilanciata dal distacco da sé stessi, che ogni amore autentico porta con sé come una perla (andatelo a chiedere a tanti genitori, quanti rospi quotidianamente devono ingoiare per amore).
Ci si dovrebbe chiedere: che ne è di un ministero interpretato ancora troppo come "un uomo solo al comando", pur promuovendo tanta fraternità? È ipocrisia oppure no?
Perché a me avere una famiglia di quattro fratelli ha insegnato che non sempre fai quello che vuoi, e soprattutto che nessuno è leader rispetto agli altri, ma bisogna davvero costruire un consenso insieme.
Quando San Francesco dice che la sua vita cambiò quando il Signore “gli diede dei fratelli”, egli portò alle estreme conseguenze questa fraternità, tanto da accettare di essere persino defenestrato dai suoi stessi fratelli, perché lui era rimasto sempre lo stesso… desideroso di vivere radicalmente, mentre loro stavano cambiando.
La fraternità è antidoto a tante derive, ma non è la panacea di tutti i mali, e soprattutto, come ogni dono, richiede di essere custodita e alimentata, di non fare riserva di sé stessi.
Dunque, ridurre la vita del prete alla sua sessualità non esercitata (o esercitata clandestinamente rispetto a quanto si è scelto il giorno della propria ordinazione, e ogni giorno della vita) e a un’affettività repressa o poco esplorata, a me sembra non fare un gran servizio alla comprensione del nostro ministero, che resta, comunque la si voglia pensare, anche un dono e un mistero non sempre sociologicamente esplorabile e misurabile.
Continuiamo a guardare la vita del prete dal buco della serratura della camera da letto: in un mondo dove il voyeurismo è diventato di moda (prima erano solo i rotocalchi, ora è Instagram, Tik tok, Snapchat…), l’esibizione di sé non fa più notizia, ma non è che non abbia delle conseguenze.
Essere sé stessi, e soprattutto rimanere sé stessi, è un mestiere difficile.
Anche un prete ha diritto di essere felice, e nessuna felicità è uguale all’altra.

Per me sono sempre un tesoro da leggere e rileggere le parole che scrisse Dietrich Bonhoeffer ormai 80 anni fa, qualche tempo prima di essere assassinato dai Nazisti. Un piccolo testo intitolato “Lo sguardo dal basso”:”
Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola dei sofferenti. Se in questi tempi l’amarezza e l’astio non ci hanno corroso il cuore, se dunque vediamo con occhi nuovi le grandi e le piccole cose, la felicità e l’infelicità, la forza e la debolezza; e se la nostra capacità di vedere la grandezza, l’umanità, il diritto e la misericordia è diventata più chiara, più libera, più incorruttibile; se, anzi, la sofferenza personale è diventata una buona chiave, un principio fecondo nel rendere il mondo accessibile attraverso la contemplazione e l’azione: tutto questo è una fortuna personale.
Tutto sta nel non far diventare questa prospettiva dal basso un prender partito per gli eterni insoddisfatti, ma nel rispondere alle esigenze della vita in tutte le sue dimensioni; e nell’accettarla nella prospettiva di una soddisfazione più alta, il cui fondamento sta veramente al di là del basso e dell’alto.

