martedì 25 aprile 2017

San Marco Evangelista

Questa immagine a me molto cara si trova nella Chiesa della Santissima Trinità dei Monti a Roma, nella seconda cappella a destra per chi entra.
Non ho fatto studi approfonditi, ma l'anziano che parla è certamente san Pietro (ha la chiave in mano), il giovane col libro sotto i gomiti mi piace pensare che sia San Marco, che ascolta con attenzione i racconti di Pietro per scrivere il suo Vangelo.
E oggi non posso non pensare ai fratelli cristiani copti, la cui Chiesa madre di Alessandria è stata fondata proprio da San Marco, fratelli e sorelle che soffrono violenza e persecuzione, e che danno testimonianza di perdono e di amore.

Guarda questo video: https://vimeo.com/212755977


domenica 23 aprile 2017

Ritiro di Pasqua alle Querce di Mamre - Per continuare a riflettere

I piedi di Gesù, i piedi del discepolo. Per un cristianesimo in cammino

O viaggiatori, o uomini del mare
o voi che giungete al porto
e voi che il vostro corpo
soffrirà la prova e il giudizio del mare
o qualsiasi evento, è questa
la vostra reale destinazione.
Così Krishna, come quando ammoniva Arjuna
sul campo di battaglia.
Non buon viaggio
ma avanti, viaggiatori.
(T.S. Eliot, Quattro quartetti, I Dry Salvages, III)

Robert Frost:

Dirò questo con un lungo sospiro
chissà dove e fra tanti anni a venire:
due strade a un bivio in un bosco, ed io -
presi quella meno frequentata,
e da ciò tutta la differenza è nata.

Celebre è l’incipit di uno dei più famosi libri di spiritualità orientale, I racconti di un pellegrino russo:

«Per grazia di Dio sono uomo e cristiano, per azioni grande peccatore, per vocazione pelle­grino della specie più misera, errante di luogo in luogo. I miei beni terrestri sono una bisac­cia sul dorso con un po’ di pan secco e, nella tasca interna del camiciotto, la Sacra Bibbia. Null’altro.»

E ancora, uno dei più famosi mistici occidentali, Angelus Silesius, intitola la sua opera “Il Pellegrino Cherubico”: 263 distici che si concludono con l’invito fatto al letto­re:

Amico, basta oramai. Se vuoi leggere ancora
Va’, e diventa tu stesso la Scrittura e l’Essenza.

Cinque icone per un cammino di fede

  1. ASCOLTO
  2. COMPUNZIONE
  3. RICONOSCIMENTO DI CRISTO.


Che bello pensare che il cristianesimo, essenzialmente, è questo! Non è tanto la nostra ricerca nei confronti di Dio – una ricerca, in verità, così tentennante –, ma piuttosto la ricerca di Dio nei nostri confronti. Gesù ci ha presi, ci ha afferrati, ci ha conquistati per non lasciarci più. Il cristianesimo è grazia, è sorpresa, e per questo motivo presuppone un cuore capace di stupo­re. Un cuore chiuso, un cuore razionalistico è incapace dello stupore, e non può capire cosa sia il cristianesimo. Perché il cristianesimo è grazia, e la grazia soltanto si percepisce, e per di più si incontra nello stupore dell’incontro». (papa Francesco)


  1. APERTURA AL FRATELLO.

Una preghiera atribuita a Madeleine Delbrêl dice così:

Se dovessi scegliere
una reliquia della tua Passione,
prenderei proprio quel catino
colmo d’acqua sporca.
Girare il mondo con quel recipiente
e ad ogni piede cingermi dell’asciugatoio
e curvarmi fino a terra,
non alzando mai lo sguardo
oltre il polpaccio
per non distinguere i nemici dagli amici,
e lavare i piedi del vagabondo, dell’ateo,
del drogato, del carcerato, dell’omicida.
di chi non mi saluta più,
di quel compagno per cui non prego più.
In silenzio...
finché tutti abbiano capito,
nel mio, il Tuo amore.


  1. RINNEGARE Sé STESSI

A me, che sono un inguaribile pigro, e a ciascuno di voi faccio l’augurio, che di­venta preghiera, con le parole del profeta Isaia:

Il Signore dà forza allo stanco
e moltiplica il vigore allo spossato.
Anche i giovani faticano e si stancano,
gli adulti inciampano e cadono;
ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza,
mettono ali come aquile,
corrono senza affannarsi,
camminano senza stancarsi.

(Is 40,29-31)

sabato 22 aprile 2017

Omelia per la festa di San Giorgio Martire - Pau

È bello che la festa di San Giorgio quest’anno cada nell’ottava di Pasqua e possiamo celebrarla proprio in coincidenza con al seconda domenica di Pasqua, la domenica della Divina Misericordia.
Perchè a ben guardare la Parola di Dio di questa domenica sembra fatta per descrivere la vita di San Giorgio, e quindi può aiutare anche noi, non solo a ringraziare Dio per il dono di questo martire intercessore, ma a cercare di modellare la nostra vita a partire dall’ascolto di questa parola.
La prima lettura ci riporta al clima della prima comunità cristiana, di coloro che hanno conosciuto Gesù, gli apostoli, e di coloro che hanno creduto alla parola degli apostoli, la nuova comunità che andava formandosi.
Perché proprio in quelle località, alcuni secoli dopo, anche questa deve essere stata l’esperienza di Giorgio, un giovane soldato che diventa cristiano perchè vede come vivono i cristiani: pregano insieme, condividono l’eucaristia, sono poveri, vendono le loro ricchezze per condividerle, vivono in letizia e semplicità di cuore.
Sembra quasi una descrizione fiabesca, ci chiediamo se mai sia esistita una comunità così idilliaca.
Forse gli atti degli apostoli, più che una descrizione vogliono trasmetterci un ideale: voi che siete credenti, cercate di vivere così. E noi, poveri cristiani, ci sforziamo.
Questo deve aver fatto anche san Giorgio: ha cercato di essere cristiano, nella preghiera, nella condivisione dei suoi beni, nell’eucaristia, nell’essere in pace con tutti.
Poi abbiamo ascoltato la seconda lettura.
San Pietro afferma una cosa all’apparenza strana: ci dice che dobbiamo essere pieni di gioia, anche se per un po’ di tempo siamo afflitti da varie prove. Ma se uno è afflitto non può essere gioioso, diciamo noi. Perché il cristiano può e deve essere gioioso? Perché nella sua vita egli ha una meta, ha una speranza, e questa meta e questa speranza hanno un nome: Gesù Risorto.
Il cristiano sperimenta la gioia di Gesù risorto che gli dona una eredità che non va in malora, gli dà una ricchezza conservata nella cassaforte del cielo, e gli assicura che la sua vita è custodita dalla potenza di Dio attraverso la fede. Attenzione: San Pietro descrive la fede come la corazza che custodisce il credente nella tribolazione e nella prova.
E anche questa informazione sembra richiamarci la vita di San Giorgio: egli che era un soldato, si toglie la corazza e non combatte davanti a chi vuole ucciderlo. Davanti a chi gli chiede di sacrificare agli idoli per salvarsi, egli rifiuta, si spoglia della sua armatura di soldato e si presenta nudo al martirio. O meglio, si presenta rivestito solo dalla fede che è la potenza di Dio a custodirlo.
E anche questo ci interroga, perchè noi innalziamo tante difese nella nostra vita, indossiamo tante armature per paura che la vita ci faccia male, siamo disposti a sacrificare a idoli, a dei che ci promettono illusioni di felicità, elisir di lunga vita, amori eterni... e invece oggi l’esempio di San Giorgio ci invita a spogliarci di tutte le sovrastrutture, a essere semplici nella nostra fede.
San Giorgio, a un certo punto della sua vita ha capito cosa era davvero importante per lui, e si è tolto l’armatura, ha rinunciato a combattere i suoi fratelli e ha offerto la sua vita.
Ma perchè ha fatto questo?
Qui vorrei un momento ritornare ai luoghi di San Giorgio: Giorgio era palestinese, quindi conterraneo di Gesù e degli apostoli, è nato ed è morto in quella Terra che ancora oggi vede tanti martiri, tante persone che soffrono a causa della fede. Ricerche recentissime affermano che i cristiani sono i più perseguitati in tutto il mondo.
Perché un cristiano si rende disponibile al martirio?
Qui ci viene in aiuto la parola del Vangelo che abbiamo ascoltato.
Vetrata Cappella Pontificio Seminario Lombardo - Roma
È il racconto di quella settimana da Pasqua all’ottavo giorno successivo, in cui i discepoli di Gesù si sono chiusi dentro il Cenacolo, si sono autosepolti per paura dei giudei. In mezzo a questa congrega di gente impaurita Gesù si presenta in persona, ritorna a loro con i segni della passione, perchè vedano cosa gli è successo, e vedendo le sue ferite riconoscano le loro ferite, quelle prodotte dalla sua morte, dalla loro codardia, dalla loro incapacità di seguirlo, dalla loro paura.
Gesù non va a cercare nuovi discepoli, rimandando a casa coloro che lo avevano abbandonato, ma cerca ancora e di nuovo loro, affidando loro il compito di perdonare chi ha ucciso il loro maestro, perchè senza perdono non c’è vita neanche per loro.
Gesù non li manda a vendicarsi, ma a perdonare. Tommaso però è assente quel giorno, esprime i suoi dubbi, non vuole credere che questo Gesù sia davvero tornato a loro. È il dubbio che assale anche noi, quando ci sentiamo colpevoli: Dio mi perdonerà? Tante volte questo dubbio è così forte che scoraggia alcune persone dal riavvicinarsi ai sacramenti, alla confessione, all’eucaristia. È terribile.
E qui vediamo la paziente pedagogia di Gesù, che dopo otto giorni, si ripresenta, loro sempre a porte chiuse, come se non avessero capito la lezione, e finalmente stavolta c’è anche Tommaso, il quale davanti ai segni della passione esclama: «Mio Signore e mio Dio!». Sono i segni della passione che gli fanno riconoscere il Risorto. Non un annuncio sfolgorante, non miracoli eclatanti, ma i segni dei chiodi sulle mani, sui piedi, sul costato di Gesù.
E Gesù proclama una beatitudine, che fu per Giorgio ed è per noi: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Torno alla domanda: Perché un cristiano si rende disponibile al martirio?
Oso dire: perchè crede che Cristo è risorto, perchè riconosce nei segni della passione il grande e definitivo segno della risurrezione.
Il martire non è necessariamente una persona coraggiosa, come lo intendiamo noi (benché si dica che San Giorgio era molto coraggioso, tanto da affrontare un drago, e tante torture). Ma certamente il martire è uno che sa in chi ha posto la propria fiducia, tanto da poter esclamare con sicurezza: Mio Signore e mio Dio!
San Giorgio deve aver visto altri cristiani dare la vita, e avrà certamente percepito la bellezza della vita, la tristezza di lasciarla. Ma questo non l’ha distratto, al momento decisivo, da fare la sua scelta, e dallo scegliere Gesù.
Questa testimonianza, come quella di tanti nostri fratelli e sorelle anche oggi martirizzati, ci incoraggia nelle nostre paure, a volte molto meno serie: il rispetto umano, la paura di apparire deboli se perdoniamo, la paura che gli altri ci giudichino se ci accostiamo alla confessione o alla comunione, se veniamo a Messa.
Paure sciocche, se paragonate al rischio che oggi corrono tante persone pur di andare a Messa la domenica.

E noi, avremo il coraggio di scegliere? Avremo il coraggio di volgerci a Gesù Cristo e dirgli con verità: «Mio Signore e mio Dio» e a vivere di conseguenza? San Giorgio interceda per noi, perchè la nostra fede in Gesù risorto si rafforzi.

martedì 18 aprile 2017

Una parabola straordinaria dell'ostinata pazienza divina


Omelia per Santa Marina a Villanovaforru

Simulacro di Santa Marina
Cosa ha a che fare la vita di una martire con il mistero pasquale che stiamo celebrando in questa Ottava di Pasqua?
Di Marina di Ourense non abbiamo nessun dato biografico: sappiamo soltanto che fu martire. E forse questo è tutto: tutta la vita riassunta nella sua morte in odio alla fede.
Ai nostri occhi di contemporanei, assetati di notizie biografiche, di particolari piccanti o anche solo stravaganti su questo o quel personaggio questo può sembrare insopportabile, quasi offensivo. Gli antichi usavano talvolta, in mancanza di altro, applicare la vita di un altro santo, cucendola addosso a uno sconosciuto, ma in fondo per dirci un'unica cosa, che queste vite di santi martiri hanno un solo denominatore comune: che hanno preferito farsi uccidere piuttosto che rinnegare il loro Maestro. Capiamo allora che tutti i miracoli, veri o presunti, tutte le storie vere o presunte, passano in secondo piano davanti a questa notizia fondamentale: c'è qualcuno che crede davvero in Gesù Risorto che è disposto a farsi ammazzare.
E noi ci chiediamo se questa non è pazzia, perchè sì, si può credere in Gesù, ma insomma, finchè non mette in discussione le mie certezze: la mia salute, il mio posto di lavoro, mia moglie, i miei figli... Possiamo credere a Gesù, certo, ma senza esagerare, anzi: che ci dia un aiuto per la nostra vita, questo Gesù, che ci metta al riparo dai problemi, che ci conservi la vita e la salute più a lungo possibile, e se proprio dobbiamo morire, che tutto sia indolore...
Noi spesso ragioniamo così. E vorrei dire che ragiona così chi è senza speranza, e chi non ha nessun motivo per vivere, ma stima la vita fine a se stessa.
Chi ha un motivo per vivere invece affronta ogni “come”, ogni condizione, compresa quella estrema del rischio della vita. Infatti è proprio perchè aveva un motivo per vivere che Santa Marina ha accettato il rischio, e con lei i martiri di ogni tempo e di ogni luogo, anche oggi, in Siria, in Egitto, in Iraq, in Pakistan, e purtroppo l'elenco è lungo.
Questa è allora la domanda che oggi ci pone l'esperienza del martirio di Santa Marina: «Per che cosa vivo io?»
Questa domanda dovrebbe trafiggerci il cuore, come già agli abitanti di Gerusalemme, quando Pietro dice loro: «Gesù l'avete crocifisso voi! Ma Dio lo ha risuscitato». Non c'è nessuna accusa nelle parole di Pietro, nessuna richiesta di punizione o vendetta. Tutt'altro: le sue parole suscitano nei giudei che ascoltano una vera contrizione del cuore, tanto che si chiedono: «Cosa dobbiamo fare?».
E la risposta che ne ottengono da Pietro e dagli altri apostoli è semplice: « Convertitevi e fatevi battezzare/immergere nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati».
Ora qui noi potremmo ritenerci a posto: siamo cristiani, perbacco! Battezzati da piccoli. Siamo nella strada giusta.
La questione però non è soltanto aver ricevuto il battesimo, ma vivere in modo tale che quel battesimo orienti (converta, appunto) la mia vita. Essere immersi nel nome di Gesù, lasciarci muovere a camminare orientati soltanto da lui.
Noi talvolta abbiamo invece la fede di Maria di Magdala che cerca il corpo del Signore per imbalsamarlo, una fede da museo, fatta di ricordi passati, di speranze svanite, di pianti irrefrenabili, di tombe. Vorremmo il Signore come un feticcio: «Hanno portato via il mio Signore (=cioè il suo corpo) e non so dove lo hanno posto». Non riconosciamo il Signore che sta vicino a noi, ci accontentiamo di pezzi da museo. Questa non è una colpa, talvolta la vita, i dolori, le sofferenze, quella che chiamiamo la nostra croce, ci porta a reagire così.
Colosseo (foto Marco Serra)
Ora però il Signore ci chiama: Maria!
Nell'ora decisiva c'è da credere che anche Santa Marina si sia sentita rivolgere questa chiamata. Marina: per cosa vuoi vivere? Ti basta conservare la tua vita e vivere con un Dio morto?
Oppure vuoi diventare capace di donare la tua vita, di riconoscere in me il tuo Maestro, costi quello che costi?
Qui sta la differenza anche per noi oggi, che ho espresso con la domanda: «Per cosa voglio vivere, per chi voglio vivere?». Tanti cristiani anche in questi giorni hanno ben chiara questa opzione. Sanno bene che andare nella loro chiesa a pregare può essere l'ultima cosa che fanno nella loro vita. Eppure vanno, si riuniscono, pregano, perdonano i loro persecutori... perciò per loro si ripete quella esperienza: «Ho visto il Signore!».
Perché vedere il Signore non è riservato a pochi veggenti, veri o presunti.
«Ho visto il Signore» è l'esclamazione della fede, di chi partecipa con convinzione all'eucaristia, di chi ascolta la sua Parola e risponde «Lode a te o Cristo!», ma noi lo diciamo in modo così distratto che risulta solo una formula da dire. Così come quando riceviamo il Corpo del Signore e rispondiamo «Amen!», cioè «Sì, è vero, ti riconosco, sei tu».
La nostra fede, che si manifesta attraverso la liturgia, è diventata una serie di parole vuote.
Paguro
E torniamo a casa non con l'esperienza nel cuore trafitto di aver incontrato il Signore (e di continuare eventualmente a crocifiggere il suo corpo mistico attraverso i nostri comportamenti antievangelici) e col bisogno di conversione, ma con una sicurezza da professionisti della religione, di aver ottemperato al nostro “dovere” cristiano. E anche quel “Atrus annus” che ci scambiamo come augurio di rivederci qui l'anno prossimo, spesso significa soltanto “Ora posso passare un anno tranquillo perchè ho festeggiato la festa di Santa Marina”.
Lo so che queste sono esagerazioni, carissimi fratelli e sorelle. Ma tristemente le esagerazioni spesso manifestano un lato della medaglia che forse non abbiamo mai visto.
Oggi la Parola di Dio e la festa di Santa Marina, e la testimonianza di tanti nostri fratelli e sorelle cristiani sparsi nel mondo mette in discussione la nostra fede, non per farla vacillare, ma perchè si rafforzi, maturi, diventi robusta e capace di cogliere le sfide dei nostri tempi, come Marina colse la sfida dei suoi tempi, perchè ogni generazione è “perversa” e sempre siamo chiamati a “salvarci”, cioè a scampare dal “così fan tutti” spesso comodo e in voga.
Il Signore risorto ci chiama a condividere la paternità di Dio con tanti fratelli e sorelle, cioè in fondo, ci chiama a riconoscerci tutti fratelli, tutti salvati e bisognosi di salvezza, ma tutti, sempre avvolti dalla tenerezza di un Padre che libera dalla morte e nutre in tempo di fame.

E allora sarà ancora Pasqua, cioè passaggio, cambiamento, conversione nella nostra vita, come lo è stato nella vita di Maria di Magdala e in quella di Santa Marina. E così sia.


Chiesa di Santa Marina - Villanovaforru

sabato 15 aprile 2017

Commento al Vangelo della Domenica di Pasqua

«E vissero tutti felici e contenti...». La risurrezione non è la conclusione di una storia che aveva preso una brutta piega. Certo, è più semplice dire cosa la risurrezione di Cristo non è.
Orto degli Ulivi (foto Bruno Bignami)
Non si tratta di immedesimarsi, come tutti abbiamo fatto da bambini, nel cavaliere che libera la sua dama dal drago cattivo, o nella principessa che baciando il rospo stregato da un incantesimo, ne ottiene la trasformazione in principe azzurro. Queste, che sono anche metafore potenti della vita, non ci dicono ancora nulla della risurrezione, come ancora poco ci dice l'altra potente metafora del sole che risveglia la natura a primavera dal sonno invernale e dal grigio del ghiaccio.
Per credere alla risurrezione occorre entrare nella tomba, come Pietro e Giovanni, perchè qui non si tratta del ristabilimento di una giustizia precedente o della realizzazione di una storia d'amore osteggiata, ma dell'inizio di esistenze, quelle dei discepoli, rapite dall'amore di Cristo e capaci di seguirlo fino a percorrere essi stessi il cammino dalla morte alla risurrezione.
È una salvezza che chiede di andare al sepolcro a verificare che lì Cristo non c'è e che non sappiamo neppure dove lo hanno posto. È una salvezza che chiede di essere continuamente incarnata (vedere e credere) nella vita del discepolo. Salvezza la cui misura è sempre proporzionata alla vita del discepolo.

Roma - Mosaico nella Stazione Ottaviano Metro B


Da cosa ti salva il Signore? A me dall'orgoglio, a te dall'incapacità di perdonare, a lei dalla chiusura al mondo, a lui dal tradimento... Tutti dal buio dello Sceol.
Ecco perché non possiamo parlarne a mo' di un “lieto fine” da favola: perché d'ora in poi il Risorto non riprende la vita di prima, ma dà senso, direzione, destino a ogni vita.
La risurrezione pertanto non è una semplice metafora esistenziale, come spesso si dice: anche tu hai le tue morti e devi risorgere, bisogna risollevarsi, etc. Chiacchiere.
Per conoscere la potenza della risurrezione occorre stare là al sepolcro, cercare il Signore, cercare il senso nel non senso, cercare la luce nel buio.
In quell'ordine apparente di teli posati sul sepolcro, di sudari ben piegati, di segni di morte svuotati (questo ha visto il discepolo amato) ci sono ora tutti i segni di morte del mondo svuotati della loro forza. C'è la speranza per i bambini siriani, gassati da potenti che credono di essere Dio, c'è la speranza per i popoli dell'America Latina, sempre attraversati da revival autoritari. C'è la speranza per me, che non conosco la bellezza della vita, perché il dolore mi ha svuotato e mi ha reso insensibile a ogni gioia.
Gerusalemme, Basilica Santo Sepolcro (Foto Bruno Bignami)
In quel sepolcro vuoto e in quei panni ripiegati c'è, per chi ha fede in lui, la certezza che anche la mia morte non è tutto. E che io sono responsabile di come vivo e di ciò che faccio, come il Cristo è stato responsabile della sua vita e della sua adesione al mistero della volontà del Padre. Da questa sua adesione, minacciata dalla tentazione al Getsemani, è scaturita la risurrezione.
Perciò qui c'è il dramma della vita di ogni uomo e di ogni donna, il mio e il tuo, non solo metaforicamente ricapitolati in Cristo, ma portati direttamente nell'intimità di Dio, di un Dio che è sceso fino agli inferi, dove non c'era speranza, a prendere per mano Adamo ed Eva e tirarli fuori.

Buona Pasqua!

Pubblicato su Il Portico del 16 aprile 2017

Ritiro di Pasqua

Ricordate che è necessario telefonare, dal lunedì al venerdì, dalle 20 alle 21.30