venerdì 17 novembre 2017

Omelia per il venerdì della XXXII settimana - Novena delle Grazie 6

Dal libro della Sapienza (Sap 13,1-9)
Davvero vani per natura tutti gli uomini
che vivevano nell’ignoranza di Dio,
e dai beni visibili non furono capaci di riconoscere colui che è,
né, esaminandone le opere, riconobbero l’artefice.
Ma o il fuoco o il vento o l’aria veloce,
la volta stellata o l’acqua impetuosa o le luci del cielo
essi considerarono come dèi, reggitori del mondo.
Se, affascinati dalla loro bellezza, li hanno presi per dèi,
pensino quanto è superiore il loro sovrano,
perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza.
Se sono colpiti da stupore per la loro potenza ed energia,
pensino da ciò quanto è più potente colui che li ha formati.
Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature
per analogia si contempla il loro autore.
Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero,
perché essi facilmente s’ingannano
cercando Dio e volendolo trovare.
Vivendo in mezzo alle sue opere, ricercano con cura
e si lasciano prendere dall’apparenza
perché le cose viste sono belle.
Neppure costoro però sono scusabili,
perché, se sono riusciti a conoscere tanto
da poter esplorare il mondo,
come mai non ne hanno trovato più facilmente il sovrano?

Dal Salmo 18 (19)R. I cieli narrano la gloria di Dio.

I cieli narrano la gloria di Dio,
l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.
Il giorno al giorno ne affida il racconto
e la notte alla notte ne trasmette notizia. R.

Senza linguaggio, senza parole,
senza che si oda la loro voce,
per tutta la terra si diffonde il loro annuncio
e ai confini del mondo il loro messaggio. R.


Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,26-37)


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti.
Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà.
In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot.
Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva.
Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata».
Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».
ooooOOOoooo


Certamente tutti noi siamo stati colpiti una volta dalla maestosità della natura, in un tramonto, in un arcobaleno, davanti al mare o in cima a un monte. Abbiamo percepito la grandiosità di quanto ci circonda e siamo giunti, non attraverso un ragionamento, ma attraverso il sentimento che tale spettacolo ha suscitato in noi, siamo giunti al pensiero che tutto questo non può essere semplicemente frutto del caso, ma deve avere un’origine che lo supera qualitativamente, dev’esserci qualcuno che l’ha fatto.
Così ancora talvolta possiamo essere arrivati a questi pensieri guardando la bellezza della persona che amiamo, o guardando con gli occhi del cuore un figlio o un nipote.
Bobbie Carlyle - Self made man
E questi spettacoli che contempliamo, se siamo un poco sensibili, suscitano in noi l’ammirazione, a volte il terrore, la percezione di qualcosa di tremendo, da cui derivano elementi naturali come il fuoco o l’acqua impetuosa.
È ciò che nei primi uomini produceva terrore, li faceva sentire inermi, senza difese davanti alla grandezza e alla potenza dei fenomeni naturali.
Noi, che siamo uomini e donne formati dalla scienza, che conosciamo le leggi e i segreti della natura, non ci spaventiamo più: conosciamo la causa di ogni fenomeno, talvolta possiamo persino riprodurlo in laboratorio.
Ogni tanto poi qualcuno si sveglia e dice di aver scoperto il gene della bellezza, il gene dell’intelligenza e non so cos’altro, e sembra dunque che tutto sia semplicemente scritto nelle nostre cellule.
E allora concludiamo che è da uomini primitivi credere che tutto ciò che ci circonda abbia origine in Dio, che noi stessi abbiamo origine in Dio, che noi possiamo risalire al Creatore a partire dalle sue creature. L’uomo contemporaneo ormai, formato e preparato, non crede più alla favole.
Ma siamo davvero sicuri che questa sia una posizione intelligente?
Cioè davvero possiamo buttare a mare quella sensazione di stupore e di meraviglia davanti a un fenomeno naturale o anche soltanto davanti al volto di una persona? Quella sensazione di avere davanti non un semplice effetto atmosferico o un semplice agglomerato di cellule, seppure in una forma così altamente specializzata, ma qualcosa o qualcuno che rimanda ad altro facendo battere il nostro cuore e alimentando la nostra intelligenza, qualcosa o qualcuno la cui essenza trascende la sua materialità? I cieli narrano la gloria di Dio, abbiamo pregato nel salmo!
Talvolta giudichiamo come sciocche e banali le canzoni che parlano di amore, le filastrocche dei bambini che ci dicono che per fare un albero ci vuole un fiore, eppure Umberto Saba scrisse un giorno questi versi:
Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.
Allora mi chiedo chi sa guardare più in profondità il mondo che lo circonda: lo scienziato puro, che analizza i sentimenti nel suo vetrino per dirci che sono solo collegamenti elettrici che si trovano in qualche punto fisico del cervello, o l’uomo al quale ancora batte forte il cuore davanti a un tramonto, davanti al volto della persona che ama, che è capace di comporre dei legami tra realtà diverse?
La Parola di Dio che oggi ascoltiamo ci spinge a vivere con stupore la realtà che ci circonda, ad assaporarne il mistero, per non trovarci impreparati davanti alla realtà vera, quando tutto sarà manifesto e non velato, quando non ci sarà bisogno di spiegazioni, perchè ogni evento conterrà dentro di sé il suo senso più profondo.
Come si fa a salvare la propria vita, cioè come si fa a preservare il centro di sé stessi, a non perdere quanto si è? Il Vangelo ci suggerisce una strada: badare all’urgenza del Regno che viene e non lasciarci ingannare (Lc 21,8).
Il regno di Dio scalpita, non si lascia imprigionare e incasellare nei nostri schemi, ci chiede di guardare avanti, di non voltarci al passato, come la moglie di Lot. Ci chiede di non chiuderci nel “si è fatto sempre così”, ci chiede di vivere la routine non come se fosse una regola, ma come una strada che va sempre migliorata e riorientata a Cristo.
Attraverso le immagini che ascoltiamo nel Vangelo di oggi, il diluvio, quando mangiavano, bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, piantavano e costruivano, cioè facevano cose ordinarie, forse non facevano il male, ma non avevano quello stupore di saper riconoscere la presenza di Dio, Gesù non vuole metterci paura, ma spingerci a vivere una vita ricca di senso, che sa guardare la realtà in profondità, che sa scorgere la sua presenza in segni piccoli e grandi, che si interroga, che è aperta al mistero.
Il fatto che qualcuno si stupisca e provi meraviglia davanti alle foglie che cadono d’autunno, o al canto dell’usignolo al mattino, ci dice che l’uomo è fatto di qualcosa che supera il semplicemente visibile, è fatto di spirito, e che quando noi eliminiamo i sensi spirituali nella nostra vita, non ci apriamo a una comprensione più profonda della realtà, ma al contrario, sprofondiamo nel buio e nel non senso!

Maria custodiva tutte queste cose/parole, meditandole nel suo cuore, dice l’evangelista Luca in momenti significativi della sua esperienza di madre: dove meditare si dice symballo, cioè appunto istituire dei legami tra le cose vissute e ciò che esse ci dicono in profondità, e quindi compongo, paragono, comprendo
Solo per chi vive di questi legami, una cosa o una persona possono diventare più di quanto siano oggettivamente, cioè diventano importanti per noi: lo capisce bene chi è innamorato: guardavamo quella persona in modo superficiale e non ci diceva niente, poi improvvisamente un giorno abbiamo visto più in profondità e ce ne siamo innamorati! 
La comprensione dei segni di Dio non è mai una cosa esclusivamente intellettuale! Facciamo così anche noi! Benediciamo il Signore che anche nel nostro ordinario ci fa scorgere la straordinaria presenza del regno: nel mangiare, e nel mangiare cose buone; nel piantare e costruire, cioè nel lavorare con impegno; nel dormire; nel prendere moglie e marito, cioè nell’amare. Impariamo a riconoscere il legame profondo che c’è tra il visibile e l’invisibile, e allora saremo anche noi nell’arca della vita e il non senso non ci inghiottirà. 


giovedì 16 novembre 2017

Omelia per il giovedì della XXXII settimana - Novena delle Grazie 5

Dal libro della Sapienza (Sap 7,22-8,1)
Nella sapienza c’è uno spirito intelligente, santo,
unico, molteplice, sottile,
agile, penetrante, senza macchia,
schietto, inoffensivo, amante del bene, pronto,
libero, benefico, amico dell’uomo,
stabile, sicuro, tranquillo,
che può tutto e tutto controlla,
che penetra attraverso tutti gli spiriti
intelligenti, puri, anche i più sottili.
La sapienza è più veloce di qualsiasi movimento,
per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.
È effluvio della potenza di Dio,
emanazione genuina della gloria dell’Onnipotente;
per questo nulla di contaminato penetra in essa.
È riflesso della luce perenne,
uno specchio senza macchia dell’attività di Dio
e immagine della sua bontà.
Sebbene unica, può tutto;
pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova
e attraverso i secoli, passando nelle anime sante,
prepara amici di Dio e profeti.
Dio infatti non ama se non chi vive con la sapienza.
Ella in realtà è più radiosa del sole e supera ogni costellazione,
paragonata alla luce risulta più luminosa;
a questa, infatti, succede la notte,
ma la malvagità non prevale sulla sapienza.
La sapienza si estende vigorosa da un’estremità all’altra
e governa a meraviglia l’universo.

Alleluia, alleluia.Io sono la vite, voi i tralci, dice il Signore;
chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto. (Gv 15,5)
Alleluia.
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,20-25)
In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».


ooooOOOoooo


Nuoro - Lapide sulla parete di una casa di Seuna (da S.Satta, Il giorno del Giudizio)
Ed eccoci giunti al centro della nostra riflessione. È quello che si chiama “giro di boa”.
La lode della sapienza, che la prima lettura tesse, ne parla come di una luce che può tutto, così sottile che penetra ovunque, così buona e bella perchè è diretta emanazione di Dio, così forte che governa a meraviglia l’universo intero.
Allora possiamo chiederci dove sia questa sapienza, perchè spesso attorno a noi vediamo il contrario, vediamo il male che trionfa, vediamo l’oscurità, l’ispessimento dei rapporti, vediamo la stupidità e la malvagità degli uomini, la potenza umana che opprime.
E ci chiediamo: ma non è una visione troppo idealista? Una pace e una bontà così diffuse, un Dio che governa così sapientemente la terra non è una fiaba per bambini?
A uno sguardo che cerca di avere i piedi per terra ci sembra proprio così.
E poi il Vangelo di oggi rincara la dose.
Quando chiedono a Gesù «Quando verrà il regno di Dio?», Egli risponde: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».
La venuta del regno di Dio, cioè la presenza di Dio nel mondo, la sua reale e concreta presa di possesso della realtà, i segni della sua presenza, non si possono osservare come si osservano gli eventi mondani: non si tratta di segni apocalittici, come quelli che talvolta ci vengono propinati da presunti veggenti, da persone che vogliono trasmettere paura, che vogliono indurre gli uomini a temere, a convertirsi per paura. Non si tratta neanche di segni mondani, come quelli che trasmettono il successo, l’apparire, la pubblicità.
Perché il Regno è già in voi, dice Gesù: Appropinquabit in vos regnum Dei.
E sta tutto qui il nostro problema: che noi cerchiamo segni eclatanti, segni forti, segni visibili, esteriori. Mentre invece Gesù ci parla di una presenza umile, silenziosa, che già è qui in mezzo a noi, in noi.
Non bisogna attendere particolari condizioni, non bisogna fare premesse particolari.
E allora? C’è qualcosa che non quadra.
Gesù lo afferma alla fine del vangelo che oggi ascoltiamo: Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione.
La sua presenza ha un’unica condizione: la sua passione, cioè il rifiuto della sua presenza.
E allora siamo punto e a capo. Se gli uomini lo hanno escluso dalla loro vita, lo hanno fatto fuori, come fa a regnare? Come fa ad essere presente?
Come facciamo a riconoscerlo?
La comprensione di questo paradosso ci viene dall’acclamazione al Vangelo: «Io sono la vite, voi i tralci, chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto».
In realtà “il regno è in mezzo a voi” ha un corrispettivo: “chi rimane in me”.
«Chi rimane in me, io in lui», questa è la chiave: rimanere in lui, perchè egli rimanga in noi.
Rimanere in lui, essere innestati in lui, perchè la sua linfa alimenti la nostra vita, perchè egli porti frutto in noi, perchè attraverso di noi si manifestino i segni della sua presenza.
Soltanto così la sapienza prepara amici di Dio e profeti.
Antico Santuario della Madonna delle Grazie
Vedete allora che si tratta sempre di stabilire una relazione. Come possiamo scoprire la presenza di Dio? Come possiamo vedere Dio che regna? Se lo facciamo regnare nella nostra vita, se apriamo il nostro cuore alla sua presenza, alla sua azione in noi e attraverso di noi.
Dio non è venuto a instaurare un regno come i regni di questo mondo, a prendere possesso dei luoghi strategici, dell’economia, della finanza, della politica, del potere militare, della comunicazione. Al contrario, Maria canta: Disperde i superbi nei pensieri del loro cuore!
Egli è venuto a fare amici e profeti.
Ecco perchè spesso non ne vediamo la presenza, non ne vediamo l’azione, anzi: vediamo tutto il contrario, perchè il mondo continua ad escluderlo, a non lasciargli spazio. E quando noi ragioniamo e viviamo in modo mondano, cioè secondo lo stile del successo e dell’apparire, continuiamo a escluderlo dal mondo!
Il segno principale della sua presenza egli ha voluto manifestarlo nella passione, e poi nel suo non apparire più. Sono quei segni che ha dato in modo esteriore e visibile ad alcuni suoi amici, San Francesco, Padre Pio: le stigmate, i segni della sua passione appunto.
Ma i segni della passione ciascuno di noi può portarli nella propria vita, non in forma di stigmate, ma altrettanto concreti: passione ci richiama alla mente l’amore, e l’amore vero è sempre un amore che passa attraverso la sofferenza, che viene da essa purificato per essere sempre più autentico. Purificato cioè scremato, scrostato, semplificato.
Così rimanere in lui diventa per noi anche partecipare alla sua passione, e la sua presenza in noi produce la passione, cioè un amore grande: è l’annuncio che il vecchio Simeone fece a Maria davanti a Gesù bambino: «Anche a te una spada trafiggerà l’anima», anche tu parteciperai alla sua passione.
Se queste cose ci sembrassero lontane dalla realtà, proviamo a portare alla mente, in questo momento, le persone che amiamo veramente, che non saranno tantissime, e chiediamoci se saremmo disposti a dare la vita per esse. Se saremmo disposti a sacrificare qualcosa di grosso per loro. Se la risposta è sì, come credo, allora forse non siamo lontani dal Regno di Dio, e se cerchiamo di vivere così, donando ogni giorno la nostra vita, i segni della sua presenza si faranno visibili, e trascineranno anche altri ad amare.
Giungere a portare i segni di Dio in noi, così come portiamo i connotati dei nostri genitori e dei nostri nonni... e dicono: sei figlio di Tal dei Tali perchè gli assomigli...

Se ci si avvicina uno sconosciuto, guardandoci, ascoltandoci, vedendo come viviamo, come amiamo, avrà l’impressione di avvicinarsi a un figlio di Dio?

mercoledì 15 novembre 2017

Omelia per il mercoledì della XXXII settimana - Novena delle Grazie 4

Dal libro della Sapienza (Sap 6,1-11)

Ascoltate, o re, e cercate di comprendere;
imparate, o governanti di tutta la terra.
Porgete l’orecchio, voi dominatori di popoli,
che siete orgogliosi di comandare su molte nazioni.
Dal Signore vi fu dato il potere
e l’autorità dall’Altissimo;
egli esaminerà le vostre opere e scruterà i vostri propositi:
pur essendo ministri del suo regno,
non avete governato rettamente
né avete osservato la legge
né vi siete comportati secondo il volere di Dio.
Terribile e veloce egli piomberà su di voi,
poiché il giudizio è severo contro coloro che stanno in alto.
Gli ultimi infatti meritano misericordia,
ma i potenti saranno vagliati con rigore.
Il Signore dell’universo non guarderà in faccia a nessuno,
non avrà riguardi per la grandezza,
perché egli ha creato il piccolo e il grande
e a tutti provvede in egual modo.
Ma sui dominatori incombe un’indagine inflessibile.
Pertanto a voi, o sovrani, sono dirette le mie parole,
perché impariate la sapienza e non cadiate in errore.
Chi custodisce santamente le cose sante sarà riconosciuto santo,
e quanti le avranno apprese vi troveranno una difesa.
Bramate, pertanto, le mie parole,
desideratele e ne sarete istruiti.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,11-19)
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

oooOOOooo

Ritorna anche oggi una riflessione sul senso di gratitudine. Tra dieci lebbrosi purificati, uno solo torna indietro a ringraziare Gesù.
Da questo atteggiamento Gesù trae una conseguenza per il lebbroso, un samaritano: la tua fede ti ha salvato!
Mi pare che il tema qui non sia un ringraziamento frutto di buona educazione: Gesù non è un maestro di bon ton. Qui c’è molto di più.
La differenza che Gesù nota tra il samaritano, dunque uno straniero, un escluso, un eretico, e gli altri nove che probabilmente erano giudei, non è la mancanza di educazione, ma l’incapacità di scorgere l’azione di Dio nei gesti e nelle parole di Gesù.
Gli altri nove hanno proseguito il loro tragitto al tempio, per farsi riconoscere la loro guarigione dai sacerdoti, e poter essere riammessi nella società (sapete che i lebbrosi dovevano stare lontani dal centro abitato). Il decimo invece ha visto qualcosa di più: ha riconosciuto l’azione di Dio passata attraverso Gesù, e questo ha suscitato in lui il desiderio di ringraziare, di tornare indietro per andare al tempio che ha trovato nella persona di Gesù.
Chi sa riconoscere i segni di Dio, della sua presenza in mezzo a noi, diventa riconoscente, ha accesso a Dio, è salvo. Questa sembra essere la risposta di Gesù, quando lo congeda: Va’, la tua fede ti ha salvato. Non sei stato soltanto guarito, ma sei stato salvato.
Non solo la tua carne, ma la tua anima, tutto te stesso è stato trasformato da Dio!
Il libro della Sapienza esprime questo concetto con un’affermazione un po’ enigmatica, ma che viene illuminata proprio dal brano evangelico: «Chi custodisce santamente le cose sante sarà riconosciuto santo».
Ci vengono affidati molti doni nella nostra esistenza: la vita, la fede del nostro battesimo, la salute, una famiglia, una responsabilità professionale, ecclesiale, sociale.
Cosa ne facciamo di questi doni?
Li sappiamo riconoscere come tali, quindi provenienti da Dio, oppure li viviamo con superficialità, o come un diritto e quindi esercitiamo un potere come forma di dominio sugli altri?
Non è forse vero che talvolta, quando riceviamo una grazia da Dio, che abbiamo chiesto con insistenza, come questi dieci lebbrosi che gridano: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!», spesso poi la teniamo come un qualcosa di dovuto e non suscita in noi quella riconoscenza che ci porta alla fede?
Cosa significa in fondo chiedere al Signore una grazia?
Capite che qui siamo proprio al cuore anche di questa festa, perchè noi la chiamiamo Madonna delle grazie: le grazie che tanti di noi sono venuti a chiedere nei secoli, e continuiamo a chiedere oggi.
Perciò questo discorso è per noi oggi in modo speciale.
Il Signore ci chiede di avere occhi buoni per valutare ciò che ci succede nella vita.
Ma come si fa a valutare con sapienza ciò che ci accade, a valutare con sapienza i doni che riceviamo?
Il Libro della Sapienza dice: «Bramate le mie parole, desideratele e ne sarete istruiti».
Raggiungiamo la chiave di lettura della vita, cioè la capacità di discernere i doni che riceviamo, soltanto attraverso l’ascolto della sua parola, quando siamo capaci di fare memoria.
Maria ha vissuto questa trasparenza alla luce della parola: «Avvenga di me secondo la tua parola», «Fate quello che vi dirà», sono due tra le pochissime affermazioni che i Vangeli ci hanno trasmesso come uscite dalla bocca di Maria.
Per discernere la nostra vita, per sviluppare in noi uno sguardo attento all’azione di Dio è inderogabile che ci mettiamo alla scuola della sua Parola, parola letta e vissuta, messa in pratica.
Così arriviamo al cuore della buona notizia di quest’oggi: lodare Dio, prostrarsi davanti a lui, sono atteggiamenti di chi ha sperimentato il suo tocco, la sua guarigione.
Cioè il dono si riconosce tale solo nel ringraziamento, ed è per questo che noi celebriamo ogni domenica e ogni giorno l’Eucaristia.
Possiamo noi oggi sperimentare la sua guarigione e la sua salvezza?
C’è una lebbra che ci affligge e questa lebbra si chiama peccato, quelle macchie che strappano la nostra carne, ci rendono meno umani, talvolta ci rendono persino mostruosi, nel senso che ci tolgono l’umanità, feriscono la nostra umanità.
Possiamo essere guariti e possiamo essere salvati anche noi. Il sacramento della riconciliazione può essere vissuto però come un momento formale, come fanno i nove lebbrosi, momento nel quale il sacerdote in nome di Dio, mi assolve, e certamente quell’assoluzione è vera e reale.


Ma non è detto che siamo salvati, se tale guarigione non suscita in noi una riflessione, se non guardiamo cioè a come eravamo e a come la sua grazia ci ha fatti diventare.
Se tutti i doni di Dio ci passano addosso senza che li valutiamo, saremo guariti, ma senza gioia, non siamo ancora diventati eucaristici.
La salvezza invece è gioia, gratitudine, lode, come avviene per il lebbroso samaritano.
Allora oggi ci viene chiesto di interrogarci se cerchiamo soltanto la guarigione (la soluzione dei nostri problemi) o la salvezza (l’incontro con il Signore crocifisso e risorto), per cercare di fare questo passo: passare dal guardare al dono al riconoscere il Donatore.
Ci farà bene metterci nel cuore questa domanda, perchè il vangelo è sempre invito alla conversione, prima di tutto alla conversione del nostro cuore, dei nostri affetti, della nostra intelligenza, per orientarli al Signore, come ha fatto il samaritano del Vangelo.

martedì 14 novembre 2017

Omelia per il martedì della XXXII settimana - Novena delle Grazie 3

Dal libro della Sapienza (Sap 2,23-3,9)
Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità,
lo ha fatto immagine della propria natura.
Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo
e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.
Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento li toccherà.
Agli occhi degli stolti parve che morissero,
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza resta piena d’immortalità.
In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé;
li ha saggiati come oro nel crogiuolo
e li ha graditi come l’offerta di un olocausto.
Nel giorno del loro giudizio risplenderanno,
come scintille nella stoppia correranno qua e là.
Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli
e il Signore regnerà per sempre su di loro.
Coloro che confidano in lui comprenderanno la verità,
i fedeli nell’amore rimarranno presso di lui,
perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,7-10)
In quel tempo, Gesù disse:
«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

La prima lettura e il Vangelo di oggi ci pongono davanti due categorie di persone: il libro della Sapienza ci parla della morte dei giusti, mentre nel Vangelo Gesù parla dei servi di un padrone esigente.
Il libro della Sapienza afferma, in un testo che spesso ascoltiamo durante la celebrazione delle esequie, che i giusti fanno una fine diversa rispetto a coloro che appartengono alla morte, a coloro che fanno opere di morte, potremmo dire: i giusti, infatti, sono nelle mani di Dio, e la loro morte viene ritenuta una sciagura da parte di chi resta, ma essi ricevono un premio, e tale premio consiste nell’essere riconosciuti degni di Dio, in modo tale che Dio regni su di loro e che essi, stando finalmente alla presenza di Dio, governino popoli e nazioni.
È questo un linguaggio figurato, debitore delle spartizioni successive alla vittoria di una guerra: il re spartiva il bottino con i suoi generali, mettendoli a capo di città e di nazioni, un po’ come nell’antichità facevano gli imperatori persiani, nominando governatori in ogni regno che avevano conquistato.
Il libro della Sapienza ci trasmette dunque un’immagine molto potente di Dio, quasi fosse un imperatore orientale che distribuisce cariche a coloro che l’hanno aiutato a vincere una guerra, che fa dei suoi più stretti collaboratori dei dignitari di corte, dei principi.
Il secondo quadro invece è molto meno “potente”: è una scena quasi casalinga, di un servo che torna a casa dopo il lavoro faticoso di tutta la giornata, ha arato e pascolato (è questa l’immagine del predicatore e del pastore che guida il popolo), e che alla fine della giornata, deve ancora preparare da mangiare al padrone, e servirlo. Specialmente poi ci dà un po’ fastidio la conclusione, anche se richiederebbe una migliore traduzione: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”», laddove “inutile” non significa “che non serve a niente, bensì senza utile, cioè senza diritto a una paga superiore. Chi ha fatto il proprio dovere, infatti, non può avanzare diritti.
Così siamo stati educati, soprattutto per i doveri familiari, scolastici, lavorativi, e questo spesso diciamo anche ai nostri figli: «Che vuoi? Hai semplicemente fatto il tuo dovere».
Allora, non so se riusciamo a percepire la dialettica tra la prima lettura e il Vangelo: la Sapienza ci dice che chi è giusto, chi vive nella giustizia, riceve una ricompensa, e una ricompensa eccezionale.
Il Vangelo invece afferma che chi è giusto, chi ha fatto il giusto, non ha diritto a ricevere nessuna ricompensa.
Chi ha ragione? In realtà è un falso dilemma, a ben guardare.
La questione infatti è che noi opponiamo spesso i meriti alla gratuità.
Mi spiego: quando qualcuno fa nei nostri confronti un gesto semplice, persino scontato, un qualcosa che ci deve, come per esempio farci passare sulle strisce, o darci la precedenza in auto se siamo alla sua destra, lui ha fatto il suo dovere, ma noi possiamo scegliere se dirgli grazie oppure no. Non è obbligatorio, ha fatto il suo dovere. Eppure spesso quando lasciamo passare un pedone sulle strisce, il pedone ci fa un sorriso, o solleva la mano, in segno di riconoscenza. Potrebbe non farlo (e infatti molti tirano dritto), e invece lo fa. Se noi facciamo passare un pedone, o se diamo la precedenza a destra, non riceviamo nessuna medaglia, non ci vengono aggiunti punti, e non ci viene fatto alcun tipo di regalo. Abbiamo fatto semplicemente il nostro dovere.
Eppure, quando qualcuno ci ringrazia, suscita in noi gratitudine, ci viene spontaneo un sorriso.
Scusate il paragone stradale, ma mi pare che la Parola di Dio oggi ci avverta delle conseguenze dei nostri gesti, soprattutto di quelli che tendiamo a valutare come banali e insignificanti, perchè frutto di un dovere, di una routine, di una responsabilità che sta a monte delle nostre scelte e delle nostre azioni.
È vero che molti di questi gesti sono senza utile, cioè non hanno una paga, ma è altrettanto vero che davanti a Dio suscitano grazia, sono visti e annotati. Sono da lui considerati.
Anzi, mi pare di poter dire che il gesto del servizio, così nascosto, così faticoso, così fino alla fine, sia autentico gesto di giustizia. La vera e autentica giustizia nel Vangelo consiste nel servire. L’unico e vero giusto, colui che ha compiuto fino in fondo il suo dovere, che ha adempiuto in modo definitivo e totale, fino alla fine, fino alla consumazione, la volontà del Padre, è Gesù, il servo crocifisso, colui che ha arato la terra per seminare la parola e ha pascolato il gregge andando in cerca persino della pecora smarrita.
Allora vedete come la domanda che ponevo all’inizio ha poco senso?
Perché il cristiano sa che l’autentica giustizia davanti a Dio consiste nel servire.
Maria questo l’aveva capito bene, lei che canta di essere la serva del Signore. Tra tanti titoli ne ha scelto uno umile. Ed è quello che noi ripetiamo ogni sera al Vespro.
Quanti di noi ringraziano Dio di essere servi? Di fare sino all’ultimo la volontà del Padre?
Dio ci aiuti a trovare la vera giustizia nel servire fino alla fine: come uomini e donne di buona volontà, e poi come responsabili nelle nostre famiglie, nel nostro lavoro, nella Chiesa, nella società, e ovunque.
Non abbiamo ricompense, perchè a chi vive del servizio non serve ricompensa. Ci è sufficiente sapere che il nostro Maestro ha percorso questa stessa strada. E allora egli ci fa giusti, ci dà la sua grazia, la sua santità. E questo basta.
Quien a Dios tiene, nada le falta! Solo Dios basta!

MOLTO CI SARA' PERDONATO

Almeno per te, Signore,
non esiste che memoria del poco
bene compiuto e ingrandito
come fosse montagna.

(David Maria Turoldo)

lunedì 13 novembre 2017

Omelia per il lunedì della XXXII settimana - Novena delle Grazie 2

Dal libro della Sapienza (Sap 1,1-7)
Amate la giustizia, voi giudici della terra,
pensate al Signore con bontà d'animo
e cercatelo con cuore semplice.
Egli infatti si fa trovare da quelli che non lo mettono alla prova,
e si manifesta a quelli che non diffidano di lui.
I ragionamenti distorti separano da Dio;
ma la potenza, messa alla prova, spiazza gli stolti.
La sapienza non entra in un'anima che compie il male
né abita in un corpo oppresso dal peccato.
Il santo spirito, che ammaestra, fugge ogni inganno,
si tiene lontano dai discorsi insensati
e viene scacciato al sopraggiungere dell'ingiustizia.
La sapienza è uno spirito che ama l'uomo,
e tuttavia non lascia impunito il bestemmiatore per i suoi discorsi,
perché Dio è testimone dei suoi sentimenti,
conosce bene i suoi pensieri
e ascolta ogni sua parola.
Lo spirito del Signore riempie la terra
e, tenendo insieme ogni cosa, ne conosce la voce.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,1-6)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!
Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: "Sono pentito", tu gli perdonerai».
Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: "Sràdicati e vai a piantarti nel mare", ed esso vi obbedirebbe».

oooOOOooo

Accresci in noi la fede”: gli apostoli rivolgono a Gesù questa preghiera dopo l’insegnamento sul perdono, e non è un caso, perchè se non ci viene difficile credere che Dio esiste, che è buono, che ci ama, certamente ogni giorno ci scontriamo con una dura realtà: i nostri rapporti personali.
Talvolta sono belli, appaganti, ci danno tante energie, altre volte sono distruttivi, sfiancanti, orribili. Più spesso sono un misto di bene e di male, sono frutto di umori ballerini, producono in noi ferite e accendono in noi risorse.
Ma cosa fare davanti ai recidivi?
Gesù ci dà una regola che non ammette deroghe: se tuo fratello «commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai».
Possiamo accettare una volta, due volte di perdonare. Ma sette volte (=sempre)? E poi non sempre si verifica che il fratello si renda davvero conto di aver fatto il male e ci chieda perdono, e se ne penta... insomma: tutti ci rendiamo conto che le nostre relazioni sono croce e delizia.
Per questo occorre chiedere a Dio che accresca la nostra fede: perchè il perdono non è solo un comando morale, ma un dono dello Spirito. Ma qui arriva come un pugno sullo stomaco la risposta di Gesù, che suona come un rimprovero: Se aveste fede almeno come un granellino di senapa «potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».
Zenos Frudakis "Libertà" (Philadelphia)

Significa che non ne abbiamo neanche come un grano di senapa, che è veramente piccolo, minuscolo. Altro che quelle autoincensazioni che ci facciamo talvolta, quando diciamo di avere una grande fede. La fede ha il suo banco di prova nelle nostre relazioni. Questo ci dice Gesù nel Vangelo.
Pertanto bisogna che siamo prudenti quando parliamo della nostra fede, perchè essa va misurata sempre attraverso il nostro modo di rapportarci agli altri. State attenti a voi stessi! Perché è facile che il nostro comportamento, proprio perchè non fondato sulla fede, faccia cadere qualcuno, i piccoli. È facile che la mancanza di fede, almeno quanto un granello di senapa, possa produrre scandalo: se la nostra autorità non è basata sulla fede, si basa sul potere... e la differenza tra un potente nel mondo, quelli che Maria canta come “abbassati da Dio”, e un discepolo di Gesù è che l’obbedienza della sua autorità si radica sulla fede.
E allora siamo condannati a deprimerci con i nostri sensi di colpa che sono sempre in agguato? Come se ne esce?
La risposta ce la suggerisce la prima lettura, il libro della Sapienza, uno scritto che distilla la riflessione ebraica ma con una mentalità che è già greca.
Ed è una risposta che per la sua semplicità rischiamo di passare sottogamba.
In fondo ci viene chiesto di vivere con bontà, cioè di amare la giustizia, di cercare il Signore con cuore semplice, fidandoci di lui, di non fare ragionamenti distorti, di non compiere il male, di non ingannare, di non fare discorsi insensati, di non essere ingiusti, di considerare persino i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre parole... perchè Dio non è lontano da noi, ma è in noi, e “vede” il nostro stile di vita. Non come un controllore che indaga sui nostri movimenti, ma come qualcuno che ci ama a tal punto da volerci donare il suo stesso modo di agire, la sua giustizia, il suo ordine, la sua bontà...
Ci chiede di liberare un po’ di spazio. In fondo questa è una regola di igiene interiore... un po’ come quando abbiamo troppe cose nella memoria del telefonino: un giorno vediamo un bel tramonto, apriamo la fotocamera e quando vogliamo scattare una foto, il telefono manda un messaggio: “scheda piena, liberare memoria”. E allora se non cancelliamo qualcosa non potremo fotografare il bel tramonto e forse perderemo un’occasione... magari abbiamo custodito tante cose stupide che non ci servivano, per la pigrizia di doverle cancellare, per la mancanza di tempo, o anche perchè ci siamo affezionati e in fondo pensiamo che ci servano... e invece non è così. Quando arriva una cosa bella, una cosa che val la pena memorizzare davvero, rischiamo di non avere più spazio...
Allora ritorno alla domanda iniziale. Cosa significa accresci la nostra fede?
Forse potremmo tradurre così: libera il nostro cuore da ciò che lo invade e che ci distoglie dall’amore a te e ai fratelli.
E cosa invade il nostro cuore? Un amore sbagliato di sé, quando noi diventiamo il centro del mondo, e non c’è spazio per gli altri. E poi la voglia di rivincita, di far vedere agli altri che siamo forti, che valiamo anche noi qualcosa, che ci sappiamo far valere... che ci facciamo rispettare, perbacco!
Accresci in noi la fede, significa chiedere con insistenza al Signore che la nostra fiducia in lui non sia toccata dalla nostra sfiducia negli altri, ma che anzi, la nostra sfiducia possa trasformarsi in fiducia verso chi sbaglia e chiede perdono.
In fondo: Dio ci ha dato fiducia. Se siamo qui è perchè lui continua a darci fiducia, nonostante i nostri limiti e i nostri peccati, nonostante da anni, da sempre, commettiamo sempre gli stessi peccati e ce ne pentiamo, e chiediamo perdono...
Perché quello che chiediamo al Signore per noi non dovremmo poterlo dare ai nostri fratelli e sorelle?
Una pratica di bontà, cioè di azioni che si ispirano a quanto Dio opera per noi, può portarci a una fede maggiore, a una più grande capacità di perdonare, cioè di assumerci la colpa dell’altro per trasformarla in amore. Questo ha fatto Gesù in croce, e questo ripetiamo in ogni Eucaristia. Saremo disposti ad accettare di percorrere questo cammino?

Maria, discepola del regno, sostenga la nostra conversione e il nostro desiderio di avere la fede grande almeno quanto un granello di senape.