venerdì 8 marzo 2019

Vecchio e nuovo, di Alessandro Ramberti


Fresca di stampa l'ultima raccolta in versi di Alessandro Ramberti.

Qui trovate la scheda del libro.

Alessandro mi ha chiesto di scrivere una epilogia che qui pubblico come invito alla lettura.

L’Autore confessa fin da subito la sua posizione metafisica: l’uomo ha un bisogno innato «di sentirsi amato e poter amare per sempre», ha un «desiderio di eternità».
Ed è interessante e profondamente significativo che questo desiderio si esprima attraverso la scrittura (o la pittura, l’architettura e la scultura al limite, che sono forme ancestrali di trasmissione del pensiero e dei sentimenti): già Orazio lo confessava riferendosi alle sue Odi: «Exegi monumentum aere perennius». Ma qui non si tratta di etternare, per dirla con Dante, la propria opera, bensì di mostrare ciò che alberga nel cuore dell’uomo, quella parte «più incredula di noi», e in noi, aggiungerei. Così attraverso questi cinquantun componimenti, Alessandro ci fa percorrere un viaggio dentro noi stessi, accompagnandoci tra il Vecchio e il Nuovo, perché nulla ci sarebbe di realmente nuovo, se non ci fosse il vecchio, il “ciò-che-viene-prima”. Nessuna escatologia senza protologia, per parlare con la teologia. Nessun parlare del poi, se non si può parlare del prima. Perché il poi è il prima trasformato, rafforzato, liberato dalla scorza di precarietà e di limite.
Ecco perché allora la memoria diventa un trampolino di lancio dal quale tuffarsi: «cede il la bemolle/ si dà allo slancio dello spirito», in una tensione che diventa scatto, in un fermo immagine che assume la connotazione del tempo che procede di momento in momento, nel quale è possibile cogliere «segnali fermi».
E ancora altre immagini, come la percezione di sentirsi dentro una gestazione, come in C’è un rumore intorno, in cui la sensazione è proprio quella di stare dentro un grembo accogliente, all’interno del quale si prepara lentamente, attraverso il cambiamento, un nuovo stato di vita. Immagine materna congiunta inscindibilmente a quella paterna, sempre ricercata, perché mater semper certa, pater numquam, secondo l’adagio del Diritto Romano che forse non ha paralleli in Oriente.
Eppure Alessandro sa, e in questo viaggio accompagna il lettore stupito, che niente si origina da se stesso, che tutto brilla di luce riflessa, che finché non splende il sole, il mare sembra nero e buio, ma che da esso, come un pesce in cerca di luce, dentro di noi spira un «soffio incontenibile» che «ci chiama ad uscire».
Sarebbe fin troppo semplice ora elencare i parallelismi pneumatologici, ma qui non si fa teologia. Si mostrano immagini, si pennellano sfumature, come quella che rivela che la responsabilità è la chiave di lettura del proprio essere tagliati dall’origine da cui proveniamo, come in Proprio quando senti. E che questa responsabilità si esprime come obbedienza,obbedienza a ciòche si è, anzitutto, prima che a un ordine esterno, perché l’obbedienza autentica rivela l’irripetibilità di ciascuno: «da te uscirà/ un suono unico».
E ancora, ciò-che-si-è non è mai una definizione: «Tu sei persona/ costellazione». Miliardi e miliardi di stelle, quel microcosmo che Pascal ha intuito e cantato, sono dentro di noi! Nessuno può essere ridotto a un’etichetta, nessuno può ridurre l’altro a un’etichetta.
Anzi, lo sguardo sull’altro, lungi dall’essere uno sguardo giudicante, diventa accesso al comprendersi, nella duplicità del significato riflessivo: comprendere se stessi e comprendersi a vicenda. Siamo testimoni imperfetti, dell’altro e dell’Altro.
Ecco perché, nonostante alberghi in noi una radicale incredulità, essa può essere minata: perché sé è vero che la nostra eternità non è sicura, nelle forme del sapere scientifico e positivista, è altrettanto vero che neppure la nostra incredulità, la nostra mancanza di fede, può esserlo.
Anzi: se la motivazione pratico-scientifica è che il corpo è il corpo, è materia che deriva da materia e in materia si trasforma, che nel corpo nulla c’è di spirituale, il poeta vede in questo un privilegio per chi aspira all’eternità, perché tu sei unico e irripetibile, e questa è la spiritualità della materia: che non è mai esistito uno come te e mai si ripresenterà, qualunque forma prendano dopo la nostra morte gli atomi che ci compongono: «dire che tu sei/ persona degna e non routine/ hai il privilegio/ di avere un corpo».
Così questo corpo, pur ridotto a punto nel giorno ultimo, a una «potenzialità disinchiostrata», secondo una bellissima metafora, sarà evocato da chi ti ha amato, ricordando qui la potenza del finale de Il giorno del Giudizio, di Salvatore Satta: «Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale»; come anche il Rilke de Il Giudizio universale.
Il percorso sfocia dunque in un incontro, anzi ancor prima in una domanda «Dimmi chi tu sei/ ti ascolterò perdutamente/ con sete in gola/ da pellegrino»: dalla visione si passa immediatamente all’ascolto, perché la vera presenza non sfugge e si dimostra compagnia, cioè possibilità di dare senso alla vita e al proprio destino, di dare gusto, di rendere la vita saporita e per questo sapiente.
Un «tu» che si scopre qui e che porta a ringraziare, a riconoscere una mappatura dell’Altro nel volto dell’altro, in una stupefacente coincidenza di trascendenza e immanenza, impensabile a chi ha occhiali scientisti: «Tu che sei laddove/ i corpi le onde e tutti gli atomi/ ti stanno accanto/ con armonia». C’è un luogo, meglio, c’è qualcuno che ha un potere profondamente attraente, ma che a differenza di un buco nero che risucchia la materia, è capace di far stare gli atomi in armonia, persino «per chi era ai margini» dell’universo, o del pluriverso, comunque lo vogliamo intendere, di quel macrocosmo pascaliano che tutto avvolge.
Così si ritorna all’inizio, in una evoluzione di yin yang, dove però si cerca «risposta ai dubbi» per «fare a/ pezzi il male subdolo», quasi un Padre nostro laico e orientale.
No, non si esce uguali a come si è entrati in questo viaggio, accompagnati da Alessandro Ramberti, al quale va la mia gratitudine per avermi fatto suo compagno (cum-panis: il «pane/dell’amicizia/ dell’accoglienza») di viaggio verso l’eternità che abita in noi, consapevoli che si annega nella superficialità di una vita vissuta senza interrogativi e senza compagnie che ci trasmettono un senso, e giammai nella profondità della ricerca.

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