Visualizzazione post con etichetta Parole povere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Parole povere. Mostra tutti i post

giovedì 16 gennaio 2025

Ciao don Roby. In morte di don Roberto Lai


Non conosco altro modo di salutarti se non questo: "Ciao don Roby!".

Eravamo ragazzini quando ci siamo conosciuti, facevamo le scuole medie. Partecipavamo agli incontri vocazionali in Seminario a Villacidro, alle celebrazioni diocesane in Cattedrale, agli incontri dei ministranti... Poi siamo entrati in Seminario a un anno di distanza, cinque anni intensi, ma anche pieni di allegria e spensieratezza: tu hai sempre tenuto banco, con le tue imitazioni dei parroci e dei vescovi, le battute, le prese in giro bonarie… Dove c'era trambusto e schiamazzi lì c'eri tu sicuramente!




Altrettanto serio eri nelle liturgie, cambiavi quasi aspetto.

Dopo per me c’è stata Roma, i primi anni del nostro sacerdozio ci siamo visti durante le vacanze o le celebrazioni diocesane. Hai partecipato al mio dottorato in Gregoriana, ti sei complimentato con me.





Poi di nuovo in diocesi, incarichi diversi, noi profondamente diversi: per ridere tu mi chiamavi “lefebvriano” e io ti chiamavo “modernista”, in una inversione ironica di ruoli, che in realtà era un modo per condividere opinioni diverse, che – lo spero – arricchivano entrambi. Certamente le tue mi hanno sempre fatto riflettere.

Quando è venuta la malattia, io ero fuori diocesi, mi hai fatto una lunga telefonata il giorno prima di essere ricoverato: avevamo condiviso preoccupazioni e speranza.

E poi sono stati questi otto anni: mi hai sempre chiesto di sostituirti quando ti assentavi per visite, controlli, chemio: a Siddi, a Pauli Arbarei, e negli ultimi due anni a Uras. Mi affidavi le tue parrocchie con grande fiducia e ho potuto vedere la stima di cui eri circondato, la cura anche delle piccole relazioni, degli anziani, dei giovani, dei bambini, delle famiglie.

Ho fatto al posto tuo, e a volte insieme con te, Pasque, Natali, feste patronali e tante celebrazioni ordinarie e feriali… ma tu, appena ti sentivi un po’ meglio, tornavi più entusiasta che mai: a nulla serviva rimproverarti per darti una calmata, per pensare alla tua salute… hai accettato con riluttanza e tanti scrupoli di lasciare la parrocchia di Uras quest’estate, non volevi vederlo come un rifiuto di un servizio.





In questi due anni abbiamo condiviso il percorso per il tesserino da giornalista: eri orgoglioso di questo impegno con il Nuovo Cammino e di questo risultato.

Infine, questi mesi, entrare e uscire dall’ospedale, e poi entrare per non uscirne più. 

A giugno sei venuto a Sa Zeppara per la festa, hai predicato sulla devozione alla Madonna, sei salito in processione con noi sino al colle… coi miei sensi di colpa per averti fatto stancare.





Ti avevo promesso un lauto pranzo a base di pesce… Ma ogni volta che provavamo a pensarci stavi nuovamente male.

A novembre mi mandasti un canto di un Grest di tanti anni fa, che entrambi usavamo per la preghiera iniziale, ti piaceva molto, ed anche a me. Fa così:

 

A mani vuote noi veniamo a te Signore 

Con le ferite e tante tracce di dolore 

Tu stringi al cuore il cuore affranto, 

e porti in braccio il corpo stanco, 

ti fai eco in 1000 toni al nostro canto. 

Dopo le strade che ora salgono a fatica, 

dopo tutto…

Dopo le stelle accese sulla volta antica, 

dopo tutto… Dopo il confine di misteri della nostra vita, 

dopo tutto, che ci aspetta… dopo tutto…

Quando tutto l'universo salirà a te..

ma che sarà di noi?

Dopo tutto dopo tutto! 

Io prosciugherò dagli occhi il vostro pianto

Io trasformerò in gioia ogni lamento, 

e poi io sarò sempre con voi!

Io ho preparato a tutti voi un posto in Cielo.

Amore e luce copriranno tutto, tutto!

 


In quest’ultimo mese i nostri dialoghi si sono fatti più spirituali, noi che non abbiamo mai amato tanto “discorsi spirituali”: ma era diventata una necessità ora, un pensare a cose essenziali, un progressivo staccarsi dai pensieri della terra per meditare sulle cose ultime. Lo hai fatto sino alla fine, anche con un filo di voce, anche solo con il cenno delle mani. Qualche giorno fa mi hai dettato queste parole:

"Come e quando giungerò alla cima del Cranio, chiamato Golgota, solo Dio lo sa. Anche se con un certo timore dico: “Sia fatta la tua volontà”, sono certo che dopo il dolore e il silenzio arriverà il grande Alleluia della vittoria finale: allora potrò dire anch’io con San Paolo “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” (2Tim 4,7)."

Lunedì, insieme a tuo figlioccio don Luca, ti abbiamo amministrato l’Unzione, consapevoli che l’ora si avvicinava: sei stato partecipe, hai pregato con devozione. Poi tutto è diventato un grande sonno.

Considero un privilegio raro aver potuto partecipare alla tua passione, a quella della tua famiglia. Anche affaticato e dolorante, anche stanco e sofferente, ma sempre con gratitudine, per tutto, per tutti.

Sul tuo stato di WhatsApp avevi messo tre versi di un poeta americano, Robert Frost:

 

Due strade trovai nei boschi

E io scelsi quella meno battuta

Ed è per questo che sono diverso.

 

Sì, eri diverso, ma di una differenza non ostentata, non esibita. Eri sacerdote, hai sempre voluto esserlo, lo sei sempre stato: la strada meno battuta è diventato in realtà un cammino che hai fatto percorrere anche ad altri.  

Roberto, ci mancherai molto. 




Don Roberto Lai è nato il 29 agosto 1978 ed è nato al cielo il 15 gennaio 2025.

sabato 1 agosto 2020

Non è necessario che se ne vadano, date loro voi stessi da mangiare!

Il Vangelo di questa domenica due agosto ci aiuta a capire meglio quello che stiamo cercando di fare come Diocesi di Ales-Terralba e come Caritas Diocesana.
Dopo la morte violenta di Giovanni Battista, Gesù si ritira, si porta fuori da quella baraonda per andare in un luogo deserto, luogo di ispirazione e di dialogo col Padre.
Bernardo Strozzi, Moltiplicazione dei pani
Bernardo Strozzi, Moltiplicazione dei pani e dei pesci, Lo stupore e la meraviglia di Pietro
Ma appena sceso dalla barca egli vide una grande folla: ah lo sguardo di Gesù, come doveva essere attento a incrociare gli occhi delle persone, a notare le loro malattie, a intercettare le loro richieste espresse e inespresse! È questo sguardo attento alla realtà che provoca in lui un tuffo al cuore, un dolore materno di cura e di protezione, dirà l’evangelista Marco, perché erano come pecore che non hanno pastore.
E da qui, lo sguardo che aveva fatto entrare in lui le miserie dell’umanità ferita, fuoriesce dalla sua intimità, dalla potenza del suo rapporto col Padre, per alleviare le sofferenze, per farsi guarigione. Tutto il giorno sta lì a guarire, a curare, ad accarezzare, fino a quando al tramonto del sole i discepoli sono sfiniti e invitano Gesù a congedare la folla perché vada a comprarsi da mangiare.
Va bene guarirli, Gesù è taumaturgo, ma anche nutrirli, ora? Vadano, si preoccupino di sé stessi, si trovino da mangiare, non possiamo mica sfamare tutti!
Ed ecco l’inaspettata risposta di Gesù: Non è necessario che vadano, date loro voi stessi da mangiare. Gesù insegna pazientemente ai suoi discepoli uno stile da assumere: quello di non fare lo scaricabarile. L’evangelista Marco sottolinea questa attenzione del Maestro, quando scrive che, alla risposta stupita e stizzita dei discepoli, che proprio non ne vogliono sentire di impegnarsi a tarda sera, Gesù li invita ad andare a vedere cos’hannoa informarsi sulle loro risorse. Egli non vuol compiere semplicemente uno stupefacente miracolo, ma vuole il loro coinvolgimento nella sua azione, desidera che essi si facciano promotori di bene da quel poco che possiedono.
Così questi cinque pani e due pesci, portati alla sua presenza, diventano cibo per i cinquemila.
La Chiesa ha sempre visto nella moltiplicazione dei pani, o meglio dovremmo dire nella sua divisione e distribuzione, il segno dell’Eucaristia, e certamente questo è vero.
Ma l’Eucaristia è autentica quando è condivisione della vita del popolo, e non solo un rito che può correre il rischio di lasciare la nostra coscienza soddisfatta e incapace di vedere il prossimo.
Ecco allora che in questi mesi di grandi difficoltà, di folle affamate, di pecore senza pastore, di persone sull’orlo della disperazione, noi cerchiamo di ubbidire alla voce del Signore, Date loro voi stessi da mangiare, e condividiamo quello che abbiamo ricevuto, perché il dono ricevuto e distribuito aumenti ancora, cresca in solidarietà, in condivisione con altri e per altri.

Il Fondo Straordinario per le imprese e i lavoratori autonomi “San Giuseppe Lavoratore” ha proprio la finalità di creare un circuito dove tutti si sentano coinvolti nel destino di tutti, la Comunità Cristiana, la società civile, il mondo del lavoro e dell’economia. 
Perciò vi invito a diffondere l’iniziativa, perché in tanti possano fare domanda, e dopo attenta analisi possano ricevere un contributo per la ripresa.
A sera, quando si fa buio, quando il peso della giornata e il morso della fame si fanno sentire, la sua voce amica continua a invitarci: Non è necessario che se ne vadano, date loro voi stessi da mangiare!

Tutte le informazioni e i moduli da scaricare su:

martedì 28 aprile 2020

Scegliere il difficile ogni giorno come fosse facile - A-Dio Manu

Sei sbocciata come un fiore
In queste ultime settimane abbiamo compreso quella parola di Gesù: «Se il chicco di grano non muore rimane solo, se invece muore porta molto frutto».
La tua progressiva e inesorabile trasformazione esteriore, quel seme di grano che marcisce, non ci deve distrarre dal senso profondo di ciò che è accaduto: la spiga che lentamente germoglia, e che solo per il fatto che è infinitamente più alta di noi, ancora erbacce, non riusciamo a vedere in tutto il suo splendore. La luce che viene dall’alto riverbera tuttavia il colore del campo, il soffio di vita che aleggia su di te spande il profumo del frumento anche qui sotto: «Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura».



 



Le nostre strade si sono incrociate nove anni fa nella Parrocchia del Sacro Cuore a Gonnosfanadiga, quando hai deciso che era ora di dare una svolta alla tua vita, forse rassegnata a stare su una sedia a rotelle.
Da allora è cominciata una serie infinita di balzi in avanti: la patente, la macchina, l’impegno in parrocchia, l’università, il lavoro, il cinema, il teatro, le amicizie, i campi scuola, il Brucomela.
Ma non con quella voracità consumistica che ci fa usare le cose finché ci divertono e poi ce le fa buttare, piuttosto con la consapevolezza che ogni momento è importante e può essere passaggio dell’eterno nel tempo.









***


Qualche anno fa, di fronte alla diagnosi di un male situato in un punto complicato (dicevi con ironia: “Secondo te io mi potevo accontentare di una malattia semplice?”), hai conosciuto alcuni versi di W.H. Auden: “Scegliere quel che è difficile di ogni giorno/ come fosse cosa facile, questa è fede”. E da allora ne hai fatto il tuo motto e il senso della vita: hai scelto veramente il difficile come fosse facile e lo hai affrontato nella fede.
Non con la tracotanza del guerriero che affronta il nemico senza tentennare, ma con la levità di chi sa di essere retto da una Forza misteriosa ma altrettanto reale.
Già da gennaio mi avevi “prenotato” alla festa per il tuo quarantesimo compleanno, che invece hai compiuto in ospedale.
E quando a causa delle restrizioni sono state sospese le visite e tu ti stavi spegnendo anzitempo, perché l’isolamento era peggio della malattia, hai voluto e ottenuto un permesso speciale per ricevere i sacramenti pasquali. Da allora – e sono le ultime due settimane – il tuo percorso si è fatto più irto, ma sempre connotato dalla speranza, dal sorriso, dalla gioia di incontrare qualcuno che veniva a trovarti, dal desiderio di vivere e succhiare ogni attimo.
Non si tratta di canonizzarti anzitempo, ma solo di fare memoria, di manifestare lo stupore e la meraviglia di aver avuto il privilegio di seguirti in questo tempo così complicato fino a vederti sbocciare.
Hai sparso amore tra tutto il personale ospedaliero, che ha avuto per te, oltre alla professionalità, attenzioni e cure inimmaginabili in questi ultimi due mesi.
Oggi siamo nel pianto, ma con il cuore colmo di ringraziamento per il dono che sei stata per la tua famiglia, per tuo fratello Andrea e tua sorella Claudia, per mamma Rita e babbo Ninetto, per la parrocchia, per i bambini, per la diocesi, per l’Azione Cattolica, per i tuoi amici e amiche, per i colleghi e i bambini che hai avuto come maestra.
La vita spesso non ti ha sorriso, ma tu hai deciso che era meglio sorridere e vivere, piuttosto che lasciarsi andare. 
Di tutto questo noi ringraziamo il Padre di ogni consolazione.


Amavi particolarmente questa foto, perché potevi prendermi in giro, ed era bello essere preso in giro così.
Ciao Manu, arrivederci in Paradiso. E quando sarà il momento, tira giù la corda di nascosto per me da qualche finestra laterale: sono sicuro che il “tuo” Gesù che tanto amavi, non ti negherà questa grazia per un amico.

domenica 22 marzo 2020

Il Signore ci ha bloccati per un paio di mesi per farci lavorare per i prossimi 25 anni...

E mentre oggi è arrivata la notizia del primo prete morto in Sardegna a causa del virus (e sembrerebbe che sia una categoria persino più colpita dei medici), io ho fatto questo pensiero proprio stamattina con un fratello prete: il Signore ci ha bloccati per un paio di mesi per farci lavorare per i prossimi 25 anni...
In effetti penso che nei prossimi mesi e anni ci sarà molto da ricostruire, non solo economicamente, ma anche politicamente e moralmente.
Persone rovinate dalla crisi che è cominciata e seguirà a questa pandemia, perché non è solo un problema dell’Italia... 
Certo, sarà anche una grande opportunità.

Ma tutti avremo bisogno di riprenderci psicologicamente da questo choc, non solo di andare liberamente al Centro Commerciale a fare la spesa, non solo di andare dal parrucchiere, non solo di andare in ufficio, ma di incontrarci, e di incontrarci per motivi che non hanno a che fare con la sopravvivenza, ma con la vita.

Incontrarci per pregare, per condividere un gioco, una lettura, un canto, una poesia, per parlare tra noi.
Perché non di solo pane vive l’uomo, mai parola fu più vera.
Perché oltre al negotium l’uomo ha bisogno di otium. Non di questo ozio forzato al quale siamo costretti e che speriamo termini presto, ma di quel tempo attivo perché non facciamo nulla che ci serva alla sopravvivenza, bensì facciamo qualcosa che ci serve a vivere.
E le due cose vanno di pari passo, perché se noi cureremo soltanto l’aspetto economico-finanziario e non quello psicologico-spirituale, faremo un buco nell’acqua.
Chi può dire quale danno stia creando oggi l'interruzione forzata delle nostre relazioni? I bambini che non vanno a scuola, i genitori che non vedono i figli, i figli lontani dai genitori, gli amici che non abbracciano gli amici, i fidanzati che non possono incontrarsi... i nipoti che non possono far visita ai nonni, e chi più ne ha più ne metta... Danni incalcolabili al tessuto vitale di questo mondo.

E allora mi fermo a guardare la terra sconvolta e rivoltata, il solco profondo che fa l’aratore tirando su le zolle, e penso che non c’è altro modo per generare vita. E poi spargeranno il letame, che è fonte di vita anch’esso. E mi dico: che strano, che la vita passi attraverso queste due operazioni così tragiche e apparentemente devastanti.
E tutta la Terra ora è rivoltata, in una immensa aratura che attende una nuova semina, e noi ne siamo sconvolti perché noi siamo la terra e l’aratro neppure lo vediamo, mentre siamo sepolti e soffocati dal letame.
E tutto ci sembra così tragico, e lo è perfino.

E poi ancora, il grano che cresce con la zizzania, e capisco cosa intendeva dire Gesù quando impedì ai suoi discepoli di strappare la zizzania di mezzo al grano per evitare di perdere anch’esso.
Anche noi oggi vediamo grano e zizzania, poveri cristi che faticano dietro l’immane tragedia stando al loro posto e facendo il loro lavoro, e sciacalli, delatori, gente che venderebbe la madre se gli offrissero un buon prezzo, ma è pronta a puntare il dito sull’altro che esce, che fa, che si avvicina troppo, in una riedizione aggiornata di alcuni capitoli del Manzoni.
E capisco che questi ci saranno sempre, anche quando tutto tornerà normale, fino alla fine del mondo, aratura e concimazione, grano e zizzania, perché la vita non è mai solo bianco o solo nero.



Sì, qualche mese di pausa, ma poi, cari fratelli preti, avremo davvero tanto da lavorare, dovremo passare di fiore in fiore, per portare nuovo polline, e così far fiorire nuovamente questo Paese e questo mondo. Se ne avremo il coraggio.




"Siamo le api dell'invisibile. Raccogliamo incessantemente il miele del visibile per accumularlo nel grande alveare dell'Invisibile" (Rainer Maria Rilke).

mercoledì 18 marzo 2020

Tra resistenza e resa. Vivere e sopravvivere ai tempi della pandemia

Qualche giorno fa ho letto un post di padre Tonino Melis, nostro condiocesano, missionario saveriano in Cameroun: «Tanti amici chiedono come va qui: come sempre, si muore di malaria, di colera, di diarrea, di bronchite, di tifo... ma questo non fa rumore, qui siamo abituati e soprattutto i morti sono neri».
Esagerato? Lugubre? Cinico? A voi giudicare.
Io l’ho trovato semplicemente vero.
Oggi comprendiamo come mai forse era accaduto alla maggioranza di noi italiani, europei, occidentali, la precarietà della vita, dei sacrifici fatti, delle nostre acquisizioni, delle nostre abitudini, lo comprendiamo sulla nostra pelle, e non solo per sentito dire. Lo comprendiamo in modo tragico e inaspettato, tanto da provocare lo choc in molti di noi.
Comprendiamo per esempio cosa significa fuggire dalla propria patria per cercare salvezza (come hanno fatto moltissime persone che possiedono una seconda casa in Sardegna o nel Sud Italia). Comprendiamo cosa significa improvvisamente guardare in cagnesco i nostri colleghi o il passante sconosciuto che ogni giorno incrociamo sul marciapiede, come se fossero membri di un esercito nemico.
Comprendiamo cosa significa cercare di accaparrarsi quanti più generi alimentari possibile per paura che chiudano i negozi (che poi non chiudono, ma il panico ormai era partito) o non poter vedere per un tempo imprecisato i membri della nostra famiglia.
Cosa significa in misura esponenziale perdere la sicurezza del lavoro, i sacrifici di una vita, la propria impresa chiusa e a rischio fallimento. 
Siamo diventati persone che cercano di sopravvivere, perché abbiamo improvvisamente realizzato in tutta la crudezza di un decreto legge, che vivere è altro. Vivere è toccarsi, baciarsi, uscire di casa, andare a lavorare, a scuola, a divertirsi, andare al cinema, a Messa, in spiaggia, al bar. Vedere gli amici e trascorrere del tempo in biblioteca, fermarsi alla macchinetta del caffè a chiacchierare col collega di lavoro.
Vita è più che sopravvivenza, e questo, soprattutto nella nostra società occidentale, noi l’avevamo dimenticato, dopo la catastrofe bellica di metà secolo scorso e il successivo periodo di ripresa.
E ora che l’obiettivo principale è sopravvivere, e che perseguiamo tale obiettivo interrompendo tutte quelle normalissime pratiche che ci facevano sembrare (ed essere) vivi, ci ritroviamo sepolti dentro casa, in un irreale coprifuoco che non sappiamo quanto durerà.
Preferiamo sopravvivere e ci diciamo che andrà tutto bene, immaginando e sperando che in futuro potremo riprendere le nostre normali attività e consuetudini.
La paura (reale) di ammalarci e di morire ci ha fatto passare da persone che vivono a persone che sopravvivono.
Come tutti anche io cerco un senso a tutto questo, e in questo momento mi sembra di poter dire così: dobbiamo vivere questo tempo di sopravvivenza alimentando affetti veri, anche se vivibili senza un contatto fisico, ma almeno telefonico. Manteniamo l’umanità.
Dobbiamo vivere questo tempo facendo sì fiducia nel futuro, ma anche non sprecando i giorni. 
La tentazione infatti è quella di abbandonarci al fatalismo e di trascurare noi stessi.
Invece dobbiamo stare in equilibrio tra la necessaria resistenza e l’altrettanto necessaria resa alle cose che non possiamo cambiare, per citare Bonhoeffer.
E quindi suggerisco di staccare la televisione e il cellulare per qualche mezz’ora al giorno, fare un po’ di esercizio fisico, riappropriarci della nostra interiorità, del silenzio e della solitudine, dell’intimità di noi stessi che spesso viviamo troppo in superficie. Prendere in mano un libro o un salmo o una poesia, pregare (non troppo a lungo, ma magari a intervalli regolari durante la giornata), studiare, approfondire una passione, se è possibile farlo senza uscire di casa. E poi vestirci, lavarci, cucinare, coltivare un fiore, chiamare un figlio, un fratello, un genitore, un amico, un vicino. Continuare ad interessarci di noi stessi e degli altri. Solo così la sopravvivenza imposta potrà essere fruttuosa e potrà diventare vita, vita nuova e sicuramente trasformata.
Ma questa trasformazione per ora non sono in grado di descriverla.
In alto i cuori!

sabato 7 marzo 2020

Gesù si fidava del Padre suo (ma conosceva la forza di gravità)


È passata soltanto una settimana dal Vangelo di domenica scorsa, eppure molti cristiani sembra non l’abbiano neppure sentito. Vi si accenna, se ben ricordate, alle tentazioni che Gesù subisce nel deserto, dove a un certo momento il diavolo lo porta sul punto più alto del Tempio di Gerusalemme (sul pinnacolo, si diceva ai miei tempi) e gli intima di gettarsi giù, ché tanto Dio darà ordine ai suoi angeli che lo sostengano perché non si sfracelli.
Botticelli, Le prove di Cristo
E cosa fa Gesù? Non si butta!

Avete sentito bene: NON SI BUTTA. Con la scusa bella e buona che non bisogna tentare Dio!
Oh perbacco: questo Gesù è ben strano! Dice che basta una fede grande come un granello di senape per spostare le montagne, e poi, quando tocca a lui, davanti a una prova così, ma che dico prova, a una bazzecola... non ha fede nel Padre?
Vuoi vedere che conosceva la forza di gravità?
Scusate se la butto in barzelletta, se non fosse che è una cosa seria: la fede non si oppone alle leggi della natura, né alla forza di gravità, né alle possibilità di contrarre una malattia molto contagiosa, soprattutto per gli immunodepressi, per le persone con patologie cardiache, respiratorie, polmonari, etc.
Quindi per favore, smettetela di improvvisarvi teologi, scienziati, tuttologi del web, ricevitori di messaggi della Madonna e seguite le regole che vi vengono chieste. Sono semplici: lavarsi bene le mani, non stare in luoghi affollati, non toccarsi, non baciarsi, non abbracciarsi, prendere la comunione sulle mani, evitare il più possibile di uscire...
Non vi si chiede tanto: un piccolo sforzo per alcune settimane. Possiamo farcela.

Sarà gustoso per tutti, ma sarebbe oltremodo utile a certi campioni dell'ortodossia che parlano a sproposito sul web rileggere con profitto il cap. XXII di quella miniera infinita di bellezza che sono I Promessi Sposi, dove il cattolicissimo Alessandro Manzoni, dopo aver tessuto per filo e per segno le lodi del cardinale Borromeo, afferma:
Cardinal Federigo Borromeo

«Non dobbiamo però dissimulare che tenne con ferma persuasione, e sostenne in pratica, con lunga costanza, opinioni, che al giorno d’oggi parrebbero a ognuno piuttosto strane che mal fondate; dico anche a coloro che avrebbero una gran voglia di trovarle giuste. Chi lo volesse difendere in questo, ci sarebbe quella scusa così corrente e ricevuta, ch’erano errori del suo tempo, piuttosto che suoi: scusa che, per certe cose, e quando risulti dall’esame particolare de’ fatti, può aver qualche valore, o anche molto; ma che applicata così nuda e alla cieca, come si fa d’ordinario, non significa proprio nulla. E perciò, non volendo risolvere con formole semplici questioni complicate, nè allungar troppo un episodio, tralasceremo anche d’esporle; bastandoci d’avere accennato così alla sfuggita che, d’un uomo così ammirabile in complesso, noi non pretendiamo che ogni cosa lo fosse ugualmente; perchè non paia che abbiam voluto scrivere un’orazion funebre». (Cap. XXII)

E poi anche quell’altro capitolo dove racconta della Processione che a tutti i costi i maggiorenti della Città di Milano vollero fare portando a spasso il taumaturgico corpo mortale di San Carlo Borromeo, processione alla quale il cardinal Federigo accondiscese dopo molta insistenza.

«Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d’un pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per tanto tempo, non all’infinita moltiplicazione de’ contatti fortuiti, attribuivano i più quell’effetto; l’attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d’eseguire in grande il loro empio disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevan potuto. Ma siccome questo non pareva un mezzo bastante, nè appropriato a una mortalità così vasta, e così diffusa in ogni classe di persone; siccome, a quel che pare, non era stato possibile all’occhio così attento, e pur così travedente, del sospetto, di scorgere untumi, macchie di nessuna sorte, su’ muri, nè altrove; così si ricorse, per la spiegazion del fatto, a quell’altro ritrovato, già vecchio, e ricevuto allora nella scienza comune d’Europa, delle polveri venefiche e malefiche; si disse che polveri tali, sparse lungo la strada, e specialmente ai luoghi delle fermate, si fossero attaccate agli strascichi de’ vestiti, e tanto più ai piedi, che in gran numero erano quel giorno andati in giro scalzi. “Vide pertanto,” dice uno scrittore contemporaneo, “l’istesso giorno della processione, la pietà cozzar con l’empietà, la perfidia con la sincerità, la perdita con l’acquisto.” Ed era in vece il povero senno umano che cozzava co’ fantasmi creati da sè.» 

E infine il giudizio che ne da lo stesso Manzoni raccontando i dubbi sul Cardinal Federigo, il quale credette veramente che la peste si propagasse per l’opera di untori non meglio determinati, fino alla sua lapidaria conclusione «Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune»

Due illustri e benemeriti scrittori hanno affermato che il cardinal Federigo dubitasse del fatto dell’unzioni. Noi vorremmo poter dare a quell’inclita e amabile memoria una lode ancor più intera, e rappresentare il buon prelato, in questo, come in tant’altre cose, superiore alla più parte de’ suoi contemporanei, ma siamo in vece costretti di notar di nuovo in lui un esempio della forza d’un’opinione comune anche sulle menti più nobili. S’è visto, almeno da quel che ne dice il Ripamonti, come da principio, veramente stesse in dubbio: ritenne poi sempre che in quell’opinione avesse gran parte la credulità, l’ignoranza, la paura, il desiderio di scusarsi d’aver così tardi riconosciuto il contagio, e pensato a mettervi riparo; che molto ci fosse d’esagerato, ma insieme, che qualche cosa ci fosse di vero. Nella biblioteca ambrosiana si conserva un’operetta scritta di sua mano intorno a quella peste; e questo sentimento c’è accennato spesso, anzi una volta enunciato espressamente. “Era opinion comune,” dice a un di presso, “che di questi unguenti se ne componesse in vari luoghi, e che molte fossero l’arti di metterlo in opera: delle quali alcune ci paion vere, altre inventate.” 
Alessandro Manzoni
Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. “Ho trovato gente savia in Milano,” dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, “che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e [p. 623 modifica]non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi.” Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune. (Cap. XXXII)

Meditate, gente, meditate!

venerdì 27 settembre 2019

De “s’accabbadora” e altre leggende


Vi do una brutta notizia: s’accabadora non è mai esistita!
Eh già, avete letto bene: non è mai esistita. So che fior fiore di lettori di Michela Murgia ignorano questo particolare che lei stessa rivela candidamente in alcune interviste che è facile trovare sul web. Per esempio alla domanda: «Accabadora si nasce o si diventa?», la vincitrice del Premio Campiello risponde: «Si diventa, ma insieme, nel senso che non è una vocazione individuale, è una funzione che si sviluppa grazie a una comunità che richiede quel servizio e ne protegge l’impunibilità. In Sardegna non esiste l’accabadora, né è mai esistita. È una figura indimostrabile dal punto di vista storiografico e smentibile da quello antropologico. Ciò che davvero è esistito è l’azione che lei compiva, non il mestiere. È più probabile che qualunque donna, all’occorrenza, fosse addestrata a svolgere quel compito. Mai, però, per i propri genitori, perché il vantaggio tratto sarebbe stato eccessivo, dall’eredità alla sollevazione da una cura gravosa. Poteva essere una vicina di casa a chiederti di fare un gesto simile verso suo padre. Lei l’avrebbe fatto per te e tu, a suo tempo, l’avresti fatto per lei. È un gioco di colpe che passano di mano in mano. Fino agli anni ’50, la comunità sarda ricorreva a quella figura leggendaria, che sintetizzava in sé tutte le colpe». (https://www.settesere.it/it/notizie-romagna-il-castoro-la-scrittrice-michela-murgia-a-colloquio-con-gli-studenti-a-faenza-n20092.php).
E ancora, alla domanda «Ha mai conosciuto un’accabadora?», la scrittrice di Cabras conferma: «L’accabadora è una figura leggendaria. Usata specialmente dai vecchi come spauracchio per i bambini troppo vivaci: “Guarda che viene l’accabadora”. Io ho voluto, in questo mio romanzo, farla donna, darle carne e sangue. Mentre era solo una figura non probabile perché non fissata da documenti scritti, ma tramandata oralmente» (https://www.larena.it/home/altri/interviste/leggenda-di-eutanasia-laquo-l-accabadora-sarda-dava-la-morte-e-la-vita-raquo-1.2725046).
Poi certo è difficile comprendere come coniugare la non esistenza dell’accabbadora con l’esistenza del gesto dell’accabbare (sarebbe come dire che non esistono assassini, ma esiste l’omicidio), ma questa domanda la lasciamo ad altre interviste della Murgia.
Ma la cosa che mi lascia sconcertato è leggere che un prelato dalla sua Cattedrale web dà invece per pacifica l’esistenza di questa figura tradizionale e mitologica (https://www.giuseppemani.it/la-lettera-della-settimana/femina-agabbadora.html), parlando di eutanasia, fine vita e tutti i temi collegati e mostrandoci come dei selvaggi che fino a non molti decenni fa avevano dentro il loro tessuto sociale una simile figura.
Ora non mi addentrerò nell’argomento, perché è un tema complesso che richiede di deporre le armi e provare a parlarsi. Tema che per noi cristiani è della massima importanza: derogare al prendersi cura della persona malata fino al naturale compimento della vita pone in discussione il cardine stesso della nostra religione, che fa del Crocifisso il segno della propria speranza.
Ma proprio per questo il tema andrebbe affrontato senza preconcetti ideologici, comprendendo bene il valore della posta in gioco, con competenze mediche, spirituali, antropologiche, perché oggi le situazioni sono sempre più complesse.
Qui mi premeva dirvi che non potete usare s’accabbadora per giustificare idee che sono tutte vostre, e che non appartengono alla nostra tradizione. Sarebbe come dire che usiamo Superman per giustificare chi salta da un palazzo all’altro.
In quell’immenso capolavoro che è Il giorno del giudizio, Salvatore Satta racconta che Donna Vincenza custodiva i fiammiferi spenti che il figlio più piccolo raccoglieva quando il lampionaio accendeva i fanali a petrolio che illuminavano le strade di Nuoro. E dice Satta che «dietro quelle cose morte c’era una vita immensa, uno sconfinato mondo d’amore […]. C’era l’idea di una terra, della terra per noi arida e avara, piena di doni meravigliosi; c’era la fantasia del gratuito, che ha mosso il creatore alla sua creazione: la gioia di sentirsi partecipe di questa creazione e di questo dono. Il senso dell’utile e dell’inutile è estraneo a Dio e ai bambini: esso è l’elemento diabolico della vita».
Satta aveva ragione da vendere.


martedì 3 settembre 2019

Ringraziamento di don Giovanni Coni al termine della Messa di Anniversario



Il dieci luglio, nel 53° anniversario di Ordinazione presbiterale ho chiesto a don Giovanni Coni di presiedere l'Eucaristia, ma non ce la faceva e ha accettato comunque di concelebrare e di salutare e ringraziare al termine, dando poi la benedizione. Questo è il video.

«Prima di tutto un ringraziamento a Dio per il dono della vita, per il sacerdozio, ringraziamento anche per questo periodo, comunque vada: so che mi è vicino. Ricordo le parole di San Paolo: "Tutto concorre al bene per quelli che Dio ama: la vita, la morte, la malattia, la salute, l'essere apprezzato o disprezzato". Di tutto grazie Signore, aiutami a compiere la tua volontà. Qualche volta pesantemente, ma sapendo che mi sostieni».


Questo era don Coni.

(Video di Gianfranco Massa)

giovedì 29 agosto 2019

L’amico dello sposo esulta di gioia alla sua voce: ora la mia gioia è perfetta.

Foto Gianfranco Massa

Molte volte in questi ultimi quindici anni don Coni mi ha chiamato a predicare per le feste principali di Morgongiori, manifestandomi un affetto e una stima sinceri e totalmente disinteressati.
foto Federica Spano
Ho avuto il privilegio di poter collaborare con lui in questi ultimi tre mesi, e poi di sostituirlo totalmente, perché dal 10 luglio, giorno del suo 53° anniversario di ordinazione, non ha più avuto la forza di celebrare o concelebrare.
Ho potuto vedere – come chiunque sia venuto a visitarlo – che progressivamente la malattia minava il suo fisico ma non il suo spirito.
Foto Gianfranco Massa
Ha vissuto con amore questi mesi di sofferenza, senza ostentazione, senza prediche né moralismi, ma con il sorriso, l’accoglienza e l’ironia che hanno ben conosciuto tutti coloro che hanno avuto a che fare con lui, ricevendo la Comunione eucaristica e due volte l’Unzione degli Infermi, l’ultima dal Vescovo, sabato.
Sabato sera, dopo aver ricevuto la Comunione, quando già la sua situazione precipitava e lui se ne rendeva conto, gli ho chiesto se la croce fosse pesante e mi ha risposto: “La croce è un po’ pesante, ma aspettiamo, perché le croci che sembrano enormi il Signore le rimpicciolisce, a volte sono piccole e si ingrandiscono”. 
E lunedì, dopo aver fatto la preghiera di preparazione alla morte, gli ho chiesto di dare la benedizione ai suoi familiari, ai presenti nella sua camera e a tutti i parrocchiani: ha sollevato la mano e ha pronunciato, a fatica ma chiaramente, la formula di benedizione.
Ha amato molto le persone a lui affidate, con vero affetto sacerdotale, di chi è interessato cioè non solo al benessere materiale, ma alla salvezza spirituale. Ha voluto bene a grandi e piccoli, privilegiando i malati, i chierichetti e i bambini e ragazzi del catechismo, che nel suo cuore avevano un posto speciale.
Ha amato molto il presbiterio, la chiesa diocesana, le famigliari del clero e il suo vescovo: mai l’ho sentito, e credo neanche gli altri confratelli sacerdoti, criticare o usare parole scortesi nei confronti di qualcuno, anzi semmai cercava sempre di sdrammatizzare. Così faceva anche quando si presentavano gli inevitabili attriti e contrasti nella comunità parrocchiale: cercava la pace e l’unità di intenti.
Ha sofferto con amore, prendendo la croce, non subendola, accettando di mostrarsi “debole” di fronte a chi veniva a trovarlo, e sono stati tantissimi, laici e preti. Si è mostrato nella debolezza della malattia e del dolore fisico, e questa è stata la sua più grande omelia: non parole, non esortazioni, non consigli, ma la sua personale partecipazione alle sofferenze di Cristo.
È vissuto in povertà quasi monastica, quasi sconcertante. 
Penso che da oggi in poi tutti abbiamo un debito nei suoi confronti, oltre che per il bene seminato: che questa sua ultima omelia durata tre mesi non vada sprecata, ma che ci aiuti a vivere bene, ad apprezzare quello che davvero conta nella vita, che non sono i beni materiali, ma la carità, la fede e la speranza, doni di Dio.
Grazie don Giovanni, a nome di tutti i presenti, e di tanti a cui hai fatto del bene. 
Davanti al tuo e nostro Signore Gesù Cristo ora prega per tua sorella Nanda, per tutte le tue sorelle e i nipoti, per la tua diocesi e per il vescovo, per le comunità in cui hai servito e per noi preti.
foto Omar Manias