Visualizzazione post con etichetta Poesia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Poesia. Mostra tutti i post

giovedì 16 gennaio 2025

Ciao don Roby. In morte di don Roberto Lai


Non conosco altro modo di salutarti se non questo: "Ciao don Roby!".

Eravamo ragazzini quando ci siamo conosciuti, facevamo le scuole medie. Partecipavamo agli incontri vocazionali in Seminario a Villacidro, alle celebrazioni diocesane in Cattedrale, agli incontri dei ministranti... Poi siamo entrati in Seminario a un anno di distanza, cinque anni intensi, ma anche pieni di allegria e spensieratezza: tu hai sempre tenuto banco, con le tue imitazioni dei parroci e dei vescovi, le battute, le prese in giro bonarie… Dove c'era trambusto e schiamazzi lì c'eri tu sicuramente!




Altrettanto serio eri nelle liturgie, cambiavi quasi aspetto.

Dopo per me c’è stata Roma, i primi anni del nostro sacerdozio ci siamo visti durante le vacanze o le celebrazioni diocesane. Hai partecipato al mio dottorato in Gregoriana, ti sei complimentato con me.





Poi di nuovo in diocesi, incarichi diversi, noi profondamente diversi: per ridere tu mi chiamavi “lefebvriano” e io ti chiamavo “modernista”, in una inversione ironica di ruoli, che in realtà era un modo per condividere opinioni diverse, che – lo spero – arricchivano entrambi. Certamente le tue mi hanno sempre fatto riflettere.

Quando è venuta la malattia, io ero fuori diocesi, mi hai fatto una lunga telefonata il giorno prima di essere ricoverato: avevamo condiviso preoccupazioni e speranza.

E poi sono stati questi otto anni: mi hai sempre chiesto di sostituirti quando ti assentavi per visite, controlli, chemio: a Siddi, a Pauli Arbarei, e negli ultimi due anni a Uras. Mi affidavi le tue parrocchie con grande fiducia e ho potuto vedere la stima di cui eri circondato, la cura anche delle piccole relazioni, degli anziani, dei giovani, dei bambini, delle famiglie.

Ho fatto al posto tuo, e a volte insieme con te, Pasque, Natali, feste patronali e tante celebrazioni ordinarie e feriali… ma tu, appena ti sentivi un po’ meglio, tornavi più entusiasta che mai: a nulla serviva rimproverarti per darti una calmata, per pensare alla tua salute… hai accettato con riluttanza e tanti scrupoli di lasciare la parrocchia di Uras quest’estate, non volevi vederlo come un rifiuto di un servizio.





In questi due anni abbiamo condiviso il percorso per il tesserino da giornalista: eri orgoglioso di questo impegno con il Nuovo Cammino e di questo risultato.

Infine, questi mesi, entrare e uscire dall’ospedale, e poi entrare per non uscirne più. 

A giugno sei venuto a Sa Zeppara per la festa, hai predicato sulla devozione alla Madonna, sei salito in processione con noi sino al colle… coi miei sensi di colpa per averti fatto stancare.





Ti avevo promesso un lauto pranzo a base di pesce… Ma ogni volta che provavamo a pensarci stavi nuovamente male.

A novembre mi mandasti un canto di un Grest di tanti anni fa, che entrambi usavamo per la preghiera iniziale, ti piaceva molto, ed anche a me. Fa così:

 

A mani vuote noi veniamo a te Signore 

Con le ferite e tante tracce di dolore 

Tu stringi al cuore il cuore affranto, 

e porti in braccio il corpo stanco, 

ti fai eco in 1000 toni al nostro canto. 

Dopo le strade che ora salgono a fatica, 

dopo tutto…

Dopo le stelle accese sulla volta antica, 

dopo tutto… Dopo il confine di misteri della nostra vita, 

dopo tutto, che ci aspetta… dopo tutto…

Quando tutto l'universo salirà a te..

ma che sarà di noi?

Dopo tutto dopo tutto! 

Io prosciugherò dagli occhi il vostro pianto

Io trasformerò in gioia ogni lamento, 

e poi io sarò sempre con voi!

Io ho preparato a tutti voi un posto in Cielo.

Amore e luce copriranno tutto, tutto!

 


In quest’ultimo mese i nostri dialoghi si sono fatti più spirituali, noi che non abbiamo mai amato tanto “discorsi spirituali”: ma era diventata una necessità ora, un pensare a cose essenziali, un progressivo staccarsi dai pensieri della terra per meditare sulle cose ultime. Lo hai fatto sino alla fine, anche con un filo di voce, anche solo con il cenno delle mani. Qualche giorno fa mi hai dettato queste parole:

"Come e quando giungerò alla cima del Cranio, chiamato Golgota, solo Dio lo sa. Anche se con un certo timore dico: “Sia fatta la tua volontà”, sono certo che dopo il dolore e il silenzio arriverà il grande Alleluia della vittoria finale: allora potrò dire anch’io con San Paolo “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” (2Tim 4,7)."

Lunedì, insieme a tuo figlioccio don Luca, ti abbiamo amministrato l’Unzione, consapevoli che l’ora si avvicinava: sei stato partecipe, hai pregato con devozione. Poi tutto è diventato un grande sonno.

Considero un privilegio raro aver potuto partecipare alla tua passione, a quella della tua famiglia. Anche affaticato e dolorante, anche stanco e sofferente, ma sempre con gratitudine, per tutto, per tutti.

Sul tuo stato di WhatsApp avevi messo tre versi di un poeta americano, Robert Frost:

 

Due strade trovai nei boschi

E io scelsi quella meno battuta

Ed è per questo che sono diverso.

 

Sì, eri diverso, ma di una differenza non ostentata, non esibita. Eri sacerdote, hai sempre voluto esserlo, lo sei sempre stato: la strada meno battuta è diventato in realtà un cammino che hai fatto percorrere anche ad altri.  

Roberto, ci mancherai molto. 




Don Roberto Lai è nato il 29 agosto 1978 ed è nato al cielo il 15 gennaio 2025.

martedì 28 aprile 2020

Scegliere il difficile ogni giorno come fosse facile - A-Dio Manu

Sei sbocciata come un fiore
In queste ultime settimane abbiamo compreso quella parola di Gesù: «Se il chicco di grano non muore rimane solo, se invece muore porta molto frutto».
La tua progressiva e inesorabile trasformazione esteriore, quel seme di grano che marcisce, non ci deve distrarre dal senso profondo di ciò che è accaduto: la spiga che lentamente germoglia, e che solo per il fatto che è infinitamente più alta di noi, ancora erbacce, non riusciamo a vedere in tutto il suo splendore. La luce che viene dall’alto riverbera tuttavia il colore del campo, il soffio di vita che aleggia su di te spande il profumo del frumento anche qui sotto: «Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura».



 



Le nostre strade si sono incrociate nove anni fa nella Parrocchia del Sacro Cuore a Gonnosfanadiga, quando hai deciso che era ora di dare una svolta alla tua vita, forse rassegnata a stare su una sedia a rotelle.
Da allora è cominciata una serie infinita di balzi in avanti: la patente, la macchina, l’impegno in parrocchia, l’università, il lavoro, il cinema, il teatro, le amicizie, i campi scuola, il Brucomela.
Ma non con quella voracità consumistica che ci fa usare le cose finché ci divertono e poi ce le fa buttare, piuttosto con la consapevolezza che ogni momento è importante e può essere passaggio dell’eterno nel tempo.









***


Qualche anno fa, di fronte alla diagnosi di un male situato in un punto complicato (dicevi con ironia: “Secondo te io mi potevo accontentare di una malattia semplice?”), hai conosciuto alcuni versi di W.H. Auden: “Scegliere quel che è difficile di ogni giorno/ come fosse cosa facile, questa è fede”. E da allora ne hai fatto il tuo motto e il senso della vita: hai scelto veramente il difficile come fosse facile e lo hai affrontato nella fede.
Non con la tracotanza del guerriero che affronta il nemico senza tentennare, ma con la levità di chi sa di essere retto da una Forza misteriosa ma altrettanto reale.
Già da gennaio mi avevi “prenotato” alla festa per il tuo quarantesimo compleanno, che invece hai compiuto in ospedale.
E quando a causa delle restrizioni sono state sospese le visite e tu ti stavi spegnendo anzitempo, perché l’isolamento era peggio della malattia, hai voluto e ottenuto un permesso speciale per ricevere i sacramenti pasquali. Da allora – e sono le ultime due settimane – il tuo percorso si è fatto più irto, ma sempre connotato dalla speranza, dal sorriso, dalla gioia di incontrare qualcuno che veniva a trovarti, dal desiderio di vivere e succhiare ogni attimo.
Non si tratta di canonizzarti anzitempo, ma solo di fare memoria, di manifestare lo stupore e la meraviglia di aver avuto il privilegio di seguirti in questo tempo così complicato fino a vederti sbocciare.
Hai sparso amore tra tutto il personale ospedaliero, che ha avuto per te, oltre alla professionalità, attenzioni e cure inimmaginabili in questi ultimi due mesi.
Oggi siamo nel pianto, ma con il cuore colmo di ringraziamento per il dono che sei stata per la tua famiglia, per tuo fratello Andrea e tua sorella Claudia, per mamma Rita e babbo Ninetto, per la parrocchia, per i bambini, per la diocesi, per l’Azione Cattolica, per i tuoi amici e amiche, per i colleghi e i bambini che hai avuto come maestra.
La vita spesso non ti ha sorriso, ma tu hai deciso che era meglio sorridere e vivere, piuttosto che lasciarsi andare. 
Di tutto questo noi ringraziamo il Padre di ogni consolazione.


Amavi particolarmente questa foto, perché potevi prendermi in giro, ed era bello essere preso in giro così.
Ciao Manu, arrivederci in Paradiso. E quando sarà il momento, tira giù la corda di nascosto per me da qualche finestra laterale: sono sicuro che il “tuo” Gesù che tanto amavi, non ti negherà questa grazia per un amico.

domenica 22 marzo 2020

Il Signore ci ha bloccati per un paio di mesi per farci lavorare per i prossimi 25 anni...

E mentre oggi è arrivata la notizia del primo prete morto in Sardegna a causa del virus (e sembrerebbe che sia una categoria persino più colpita dei medici), io ho fatto questo pensiero proprio stamattina con un fratello prete: il Signore ci ha bloccati per un paio di mesi per farci lavorare per i prossimi 25 anni...
In effetti penso che nei prossimi mesi e anni ci sarà molto da ricostruire, non solo economicamente, ma anche politicamente e moralmente.
Persone rovinate dalla crisi che è cominciata e seguirà a questa pandemia, perché non è solo un problema dell’Italia... 
Certo, sarà anche una grande opportunità.

Ma tutti avremo bisogno di riprenderci psicologicamente da questo choc, non solo di andare liberamente al Centro Commerciale a fare la spesa, non solo di andare dal parrucchiere, non solo di andare in ufficio, ma di incontrarci, e di incontrarci per motivi che non hanno a che fare con la sopravvivenza, ma con la vita.

Incontrarci per pregare, per condividere un gioco, una lettura, un canto, una poesia, per parlare tra noi.
Perché non di solo pane vive l’uomo, mai parola fu più vera.
Perché oltre al negotium l’uomo ha bisogno di otium. Non di questo ozio forzato al quale siamo costretti e che speriamo termini presto, ma di quel tempo attivo perché non facciamo nulla che ci serva alla sopravvivenza, bensì facciamo qualcosa che ci serve a vivere.
E le due cose vanno di pari passo, perché se noi cureremo soltanto l’aspetto economico-finanziario e non quello psicologico-spirituale, faremo un buco nell’acqua.
Chi può dire quale danno stia creando oggi l'interruzione forzata delle nostre relazioni? I bambini che non vanno a scuola, i genitori che non vedono i figli, i figli lontani dai genitori, gli amici che non abbracciano gli amici, i fidanzati che non possono incontrarsi... i nipoti che non possono far visita ai nonni, e chi più ne ha più ne metta... Danni incalcolabili al tessuto vitale di questo mondo.

E allora mi fermo a guardare la terra sconvolta e rivoltata, il solco profondo che fa l’aratore tirando su le zolle, e penso che non c’è altro modo per generare vita. E poi spargeranno il letame, che è fonte di vita anch’esso. E mi dico: che strano, che la vita passi attraverso queste due operazioni così tragiche e apparentemente devastanti.
E tutta la Terra ora è rivoltata, in una immensa aratura che attende una nuova semina, e noi ne siamo sconvolti perché noi siamo la terra e l’aratro neppure lo vediamo, mentre siamo sepolti e soffocati dal letame.
E tutto ci sembra così tragico, e lo è perfino.

E poi ancora, il grano che cresce con la zizzania, e capisco cosa intendeva dire Gesù quando impedì ai suoi discepoli di strappare la zizzania di mezzo al grano per evitare di perdere anch’esso.
Anche noi oggi vediamo grano e zizzania, poveri cristi che faticano dietro l’immane tragedia stando al loro posto e facendo il loro lavoro, e sciacalli, delatori, gente che venderebbe la madre se gli offrissero un buon prezzo, ma è pronta a puntare il dito sull’altro che esce, che fa, che si avvicina troppo, in una riedizione aggiornata di alcuni capitoli del Manzoni.
E capisco che questi ci saranno sempre, anche quando tutto tornerà normale, fino alla fine del mondo, aratura e concimazione, grano e zizzania, perché la vita non è mai solo bianco o solo nero.



Sì, qualche mese di pausa, ma poi, cari fratelli preti, avremo davvero tanto da lavorare, dovremo passare di fiore in fiore, per portare nuovo polline, e così far fiorire nuovamente questo Paese e questo mondo. Se ne avremo il coraggio.




"Siamo le api dell'invisibile. Raccogliamo incessantemente il miele del visibile per accumularlo nel grande alveare dell'Invisibile" (Rainer Maria Rilke).

venerdì 27 settembre 2019

De “s’accabbadora” e altre leggende


Vi do una brutta notizia: s’accabadora non è mai esistita!
Eh già, avete letto bene: non è mai esistita. So che fior fiore di lettori di Michela Murgia ignorano questo particolare che lei stessa rivela candidamente in alcune interviste che è facile trovare sul web. Per esempio alla domanda: «Accabadora si nasce o si diventa?», la vincitrice del Premio Campiello risponde: «Si diventa, ma insieme, nel senso che non è una vocazione individuale, è una funzione che si sviluppa grazie a una comunità che richiede quel servizio e ne protegge l’impunibilità. In Sardegna non esiste l’accabadora, né è mai esistita. È una figura indimostrabile dal punto di vista storiografico e smentibile da quello antropologico. Ciò che davvero è esistito è l’azione che lei compiva, non il mestiere. È più probabile che qualunque donna, all’occorrenza, fosse addestrata a svolgere quel compito. Mai, però, per i propri genitori, perché il vantaggio tratto sarebbe stato eccessivo, dall’eredità alla sollevazione da una cura gravosa. Poteva essere una vicina di casa a chiederti di fare un gesto simile verso suo padre. Lei l’avrebbe fatto per te e tu, a suo tempo, l’avresti fatto per lei. È un gioco di colpe che passano di mano in mano. Fino agli anni ’50, la comunità sarda ricorreva a quella figura leggendaria, che sintetizzava in sé tutte le colpe». (https://www.settesere.it/it/notizie-romagna-il-castoro-la-scrittrice-michela-murgia-a-colloquio-con-gli-studenti-a-faenza-n20092.php).
E ancora, alla domanda «Ha mai conosciuto un’accabadora?», la scrittrice di Cabras conferma: «L’accabadora è una figura leggendaria. Usata specialmente dai vecchi come spauracchio per i bambini troppo vivaci: “Guarda che viene l’accabadora”. Io ho voluto, in questo mio romanzo, farla donna, darle carne e sangue. Mentre era solo una figura non probabile perché non fissata da documenti scritti, ma tramandata oralmente» (https://www.larena.it/home/altri/interviste/leggenda-di-eutanasia-laquo-l-accabadora-sarda-dava-la-morte-e-la-vita-raquo-1.2725046).
Poi certo è difficile comprendere come coniugare la non esistenza dell’accabbadora con l’esistenza del gesto dell’accabbare (sarebbe come dire che non esistono assassini, ma esiste l’omicidio), ma questa domanda la lasciamo ad altre interviste della Murgia.
Ma la cosa che mi lascia sconcertato è leggere che un prelato dalla sua Cattedrale web dà invece per pacifica l’esistenza di questa figura tradizionale e mitologica (https://www.giuseppemani.it/la-lettera-della-settimana/femina-agabbadora.html), parlando di eutanasia, fine vita e tutti i temi collegati e mostrandoci come dei selvaggi che fino a non molti decenni fa avevano dentro il loro tessuto sociale una simile figura.
Ora non mi addentrerò nell’argomento, perché è un tema complesso che richiede di deporre le armi e provare a parlarsi. Tema che per noi cristiani è della massima importanza: derogare al prendersi cura della persona malata fino al naturale compimento della vita pone in discussione il cardine stesso della nostra religione, che fa del Crocifisso il segno della propria speranza.
Ma proprio per questo il tema andrebbe affrontato senza preconcetti ideologici, comprendendo bene il valore della posta in gioco, con competenze mediche, spirituali, antropologiche, perché oggi le situazioni sono sempre più complesse.
Qui mi premeva dirvi che non potete usare s’accabbadora per giustificare idee che sono tutte vostre, e che non appartengono alla nostra tradizione. Sarebbe come dire che usiamo Superman per giustificare chi salta da un palazzo all’altro.
In quell’immenso capolavoro che è Il giorno del giudizio, Salvatore Satta racconta che Donna Vincenza custodiva i fiammiferi spenti che il figlio più piccolo raccoglieva quando il lampionaio accendeva i fanali a petrolio che illuminavano le strade di Nuoro. E dice Satta che «dietro quelle cose morte c’era una vita immensa, uno sconfinato mondo d’amore […]. C’era l’idea di una terra, della terra per noi arida e avara, piena di doni meravigliosi; c’era la fantasia del gratuito, che ha mosso il creatore alla sua creazione: la gioia di sentirsi partecipe di questa creazione e di questo dono. Il senso dell’utile e dell’inutile è estraneo a Dio e ai bambini: esso è l’elemento diabolico della vita».
Satta aveva ragione da vendere.


domenica 21 aprile 2019

Omelia per la Veglia Pasquale

Abbiamo vissuto i giorni della passione, della sofferenza del Crocifisso. Siamo entrati non solo nella notte fisica, quella che viene quando tramonta il sole, ma nella notte del mondo, la notte che tutto avvolge e ogni cosa rende uguale. Siamo entrati nella notte che impedisce di comprendere il senso, la direzione, impedisce di orientarsi.
Anche i discepoli e le discepole di Gesù hanno attraversato questa notte. 
La notte in cui ogni speranza è perduta, la notte in cui il ricordo ha il sapore amaro del rimpianto e non quello appagante del ringraziamento.
La notte che confonde, che agita il sonno, la notte che non vediamo l’ora che finisca...
Tutti siamo entrati in questi santi giorni nella notte del mondo, la notte dell’assenza di Dio, che spesso sentiamo palpabile intorno a noi, lamentandocene, ma non facendo nulla per favorirne la presenza.
E cosa potremmo fare del resto?
Noi che sprechiamo il dolore, cercando di abbreviarlo, noi che ci imbottiamo di anestetici dell’anima per non soffrire. Abbiamo dimenticato che “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”.
Ci sembra assurda questa necessità, eppure è più necessaria dell’aria, perché non c’era altro modo per offrirci la speranza, non c’era altro modo per offrirci l’amore se non quello di consegnarsi a noi. Perché l’amore è così: è consegnarsi all’amato, senza calcoli, anzi mettendo in conto che l’amato possa tradirmi.
Che altezze vertiginose abbiamo toccato in questi giorni fratelli e sorelle, cose da farci rabbrividire. Che amare sia donarsi, lo capiamo e in fondo ci stiamo. Ma che amare sia donarsi anche a chi non ti vuole... questo no, questo onestamente è troppo.
Non lo diciamo, in fondo anche noi, sperimentando le nostre relazioni che falliscono: “Se non mi vuole, che posso farci?”?
E allora come si fa ad amare così, donandosi anche a chi non ci ama? Diventando oggetto della rabbia, della rivalsa, dell’odio dei nemici, e diventando anche sconosciuto ai tuoi stessi amici? Annientandoti sino alla morte?
Colonne di psicologi ci dicono che l’amore vero non può essere un autoannientamento. E forse hanno ragione in parte.
Però noi oggi siamo qui a contemplare una tomba vuota, siamo qui a riascoltare quell’annuncio che ci chiede di non cercare tra i morti colui che è vivo! Che ci chiede di ricordare le sue parole.
E per ricordare bisogna ascoltare: non si può ricordare ciò che non si è mai sentito.
Stanno vaneggiando le donne? Stiamo vaneggiando noi stanotte a dire queste cose a compiere questi gesti che sanno di vita, di luce, di bellezza?
O abbiamo fatto solo una bella recita? Ci siamo commossi giovedì e venerdì santo, perché conosciamo il dolore e sappiamo riconoscerlo nel Figlio di Dio, ma in fondo ci fermiamo lì, quasi ancora seguaci di un culto dei morti senza speranza?
Spesso vedendo i cristiani, questa è la sensazione!
Perché questa è la domanda seria che possiamo farci a Pasqua: Che ne sarà della mia vita? Che ne è stato di quell’amore di Gesù dato persino a chi lo ha tradito e crocifisso?
Perché se tutto finisce nella tomba e in cimitero, se la nostra speranza è tutta qui, in queste poche lune di vita terrena, se tutto si esaurisce in un “Mangiamo e beviamo, ché domani moriremo”, siamo davvero dei disperati.
Ma se per grazia di Dio stanotte ci si è fatto incontro un pensiero, una piccola luce come quella della candela che abbiamo portato, un piccolo segno come un po’ d’acqua fresca. Se stanotte noi abbiamo pensato che questi piccoli e poveri segni, come quelli di un amore che non cessa di amare anche se l’altro non corrisponde, che questi piccoli e poveri segni ci dicono qual è il nostro desiderio più profondo: che ogni nostro amore, cioè, ogni nostra amicizia sia davvero per sempre, che cresca semmai, ma non diminuisca.
Perché sappiamo che
Amore non è amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza. 
(Shakespeare)
Ecco, se tutto questo è vero nella nostra vita, allora oggi ci viene donato Colui che ci dà la capacità di amare così, che toglie da noi il peccato, cioè la forza terribile dell’allontanamento da Dio e dai fratelli. Perché questo è il peccato, e noi non lo riconosciamo, ci confessiamo di aver mangiato una ciambella, di aver detto una bugia, di aver trasgredito un impegno. Ma solo su questo dovremmo interrogarci: quanto il nostro cuore si allontana da Dio e dai fratelli, quante cautele poniamo, quanti muri, quante pause di riflessione.
E sapere che questa lontananza, questo allontanamento volontario del Figlio prodigo lui lo rispetta, eppure lo annulla, perché basta soltanto che ci voltiamo a guardarlo e già lui si è catapultato ad abbracciarci, a confortarci, che mai più ci allontaneremo, e questo infinite volte.
Se abbiamo provato una volta cosa significa perdersi in un luogo sconosciuto, senza punti di riferimento, senza capacità di orientarci, sapete di cosa sto parlando. Solo qualcuno che venga da fuori, da quello che per noi è al di là, perché noi siamo nella morte e lui nella vita, solo qualcuno che venga a salvarci può restituirci la gioia e la vita.
Carissimi fratelli e sorelle, Pasqua è questo: è il passaggio dalla nostra presunta autosufficienza all’incontro con Dio. Se la nostra esistenza riparte oggi da questa nuova consapevolezza, se domani, la settimana prossima, ogni domenica, noi ritorniamo a questa fonte, state certi che la nostra vita ne sarà trasformata, che anche la nostra croce potrà diventare luminosa, che anche i nostri rapporti si fonderanno su gesti nuovi e stili nuovi.
Il Signore risorto accompagni i nostri passi di risurrezione e di vita, oggi e sempre.

venerdì 8 marzo 2019

Vecchio e nuovo, di Alessandro Ramberti


Fresca di stampa l'ultima raccolta in versi di Alessandro Ramberti.

Qui trovate la scheda del libro.

Alessandro mi ha chiesto di scrivere una epilogia che qui pubblico come invito alla lettura.

L’Autore confessa fin da subito la sua posizione metafisica: l’uomo ha un bisogno innato «di sentirsi amato e poter amare per sempre», ha un «desiderio di eternità».
Ed è interessante e profondamente significativo che questo desiderio si esprima attraverso la scrittura (o la pittura, l’architettura e la scultura al limite, che sono forme ancestrali di trasmissione del pensiero e dei sentimenti): già Orazio lo confessava riferendosi alle sue Odi: «Exegi monumentum aere perennius». Ma qui non si tratta di etternare, per dirla con Dante, la propria opera, bensì di mostrare ciò che alberga nel cuore dell’uomo, quella parte «più incredula di noi», e in noi, aggiungerei. Così attraverso questi cinquantun componimenti, Alessandro ci fa percorrere un viaggio dentro noi stessi, accompagnandoci tra il Vecchio e il Nuovo, perché nulla ci sarebbe di realmente nuovo, se non ci fosse il vecchio, il “ciò-che-viene-prima”. Nessuna escatologia senza protologia, per parlare con la teologia. Nessun parlare del poi, se non si può parlare del prima. Perché il poi è il prima trasformato, rafforzato, liberato dalla scorza di precarietà e di limite.
Ecco perché allora la memoria diventa un trampolino di lancio dal quale tuffarsi: «cede il la bemolle/ si dà allo slancio dello spirito», in una tensione che diventa scatto, in un fermo immagine che assume la connotazione del tempo che procede di momento in momento, nel quale è possibile cogliere «segnali fermi».
E ancora altre immagini, come la percezione di sentirsi dentro una gestazione, come in C’è un rumore intorno, in cui la sensazione è proprio quella di stare dentro un grembo accogliente, all’interno del quale si prepara lentamente, attraverso il cambiamento, un nuovo stato di vita. Immagine materna congiunta inscindibilmente a quella paterna, sempre ricercata, perché mater semper certa, pater numquam, secondo l’adagio del Diritto Romano che forse non ha paralleli in Oriente.
Eppure Alessandro sa, e in questo viaggio accompagna il lettore stupito, che niente si origina da se stesso, che tutto brilla di luce riflessa, che finché non splende il sole, il mare sembra nero e buio, ma che da esso, come un pesce in cerca di luce, dentro di noi spira un «soffio incontenibile» che «ci chiama ad uscire».
Sarebbe fin troppo semplice ora elencare i parallelismi pneumatologici, ma qui non si fa teologia. Si mostrano immagini, si pennellano sfumature, come quella che rivela che la responsabilità è la chiave di lettura del proprio essere tagliati dall’origine da cui proveniamo, come in Proprio quando senti. E che questa responsabilità si esprime come obbedienza,obbedienza a ciòche si è, anzitutto, prima che a un ordine esterno, perché l’obbedienza autentica rivela l’irripetibilità di ciascuno: «da te uscirà/ un suono unico».
E ancora, ciò-che-si-è non è mai una definizione: «Tu sei persona/ costellazione». Miliardi e miliardi di stelle, quel microcosmo che Pascal ha intuito e cantato, sono dentro di noi! Nessuno può essere ridotto a un’etichetta, nessuno può ridurre l’altro a un’etichetta.
Anzi, lo sguardo sull’altro, lungi dall’essere uno sguardo giudicante, diventa accesso al comprendersi, nella duplicità del significato riflessivo: comprendere se stessi e comprendersi a vicenda. Siamo testimoni imperfetti, dell’altro e dell’Altro.
Ecco perché, nonostante alberghi in noi una radicale incredulità, essa può essere minata: perché sé è vero che la nostra eternità non è sicura, nelle forme del sapere scientifico e positivista, è altrettanto vero che neppure la nostra incredulità, la nostra mancanza di fede, può esserlo.
Anzi: se la motivazione pratico-scientifica è che il corpo è il corpo, è materia che deriva da materia e in materia si trasforma, che nel corpo nulla c’è di spirituale, il poeta vede in questo un privilegio per chi aspira all’eternità, perché tu sei unico e irripetibile, e questa è la spiritualità della materia: che non è mai esistito uno come te e mai si ripresenterà, qualunque forma prendano dopo la nostra morte gli atomi che ci compongono: «dire che tu sei/ persona degna e non routine/ hai il privilegio/ di avere un corpo».
Così questo corpo, pur ridotto a punto nel giorno ultimo, a una «potenzialità disinchiostrata», secondo una bellissima metafora, sarà evocato da chi ti ha amato, ricordando qui la potenza del finale de Il giorno del Giudizio, di Salvatore Satta: «Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale»; come anche il Rilke de Il Giudizio universale.
Il percorso sfocia dunque in un incontro, anzi ancor prima in una domanda «Dimmi chi tu sei/ ti ascolterò perdutamente/ con sete in gola/ da pellegrino»: dalla visione si passa immediatamente all’ascolto, perché la vera presenza non sfugge e si dimostra compagnia, cioè possibilità di dare senso alla vita e al proprio destino, di dare gusto, di rendere la vita saporita e per questo sapiente.
Un «tu» che si scopre qui e che porta a ringraziare, a riconoscere una mappatura dell’Altro nel volto dell’altro, in una stupefacente coincidenza di trascendenza e immanenza, impensabile a chi ha occhiali scientisti: «Tu che sei laddove/ i corpi le onde e tutti gli atomi/ ti stanno accanto/ con armonia». C’è un luogo, meglio, c’è qualcuno che ha un potere profondamente attraente, ma che a differenza di un buco nero che risucchia la materia, è capace di far stare gli atomi in armonia, persino «per chi era ai margini» dell’universo, o del pluriverso, comunque lo vogliamo intendere, di quel macrocosmo pascaliano che tutto avvolge.
Così si ritorna all’inizio, in una evoluzione di yin yang, dove però si cerca «risposta ai dubbi» per «fare a/ pezzi il male subdolo», quasi un Padre nostro laico e orientale.
No, non si esce uguali a come si è entrati in questo viaggio, accompagnati da Alessandro Ramberti, al quale va la mia gratitudine per avermi fatto suo compagno (cum-panis: il «pane/dell’amicizia/ dell’accoglienza») di viaggio verso l’eternità che abita in noi, consapevoli che si annega nella superficialità di una vita vissuta senza interrogativi e senza compagnie che ci trasmettono un senso, e giammai nella profondità della ricerca.

martedì 25 dicembre 2018

Omelia nel giorno di Natale


Mi pare che per certi versi il Natale sia ancora più sconvolgentedella Pasqua.
Perché a Pasqua contempliamo il Figlio di Dio che si assume la sua responsabilità, in piena libertà affronta coloro che lo accusano, che lo arrestano, si consegna volontariamente nelle mani di coloro che di lì a poco premieranno la sua libertà crocifiggendolo.
Ma a Natale noi contempliamo Dio non nella sua libertà, manella sua necessità.
Contempliamo Dio che nasce da una donna, che nasce in un luogo non preparato ad accoglierlo, che nasce tra persone semplici e di vile condizione, che nasce da una storia che fu gloriosa un tempo, quella del suo antenato re Davide, ma che ora è confinata nel dimenticatoio. Possiede quarti di nobiltà decaduta.
Nasce nella più piccola borgata di Giuda, nasce tra i disagi comuni a tanta parte dell’umanità, ieri come oggi.
Nulla di particolarmente evidente, nulla di miracoloso.
Ci sono i canti degli angeli, certo, c’è una stella che illumina la notte, sì.
Ma come mai solo i pastori, questi uomini rudi, ne hanno colto un segno che li ha spinti a muoversi, a lasciare il loro gregge nella notte per avvicinarsi a una grotta, a una casa, dove non c’era nulla di prodigioso, bensì una donna e un bambino avvolto in fasce, deposto su una mangiatoia di animali?
Insomma a Natale noi contempliamo non Dio nella sua libertà, ma Dio nella sua necessità di uomo.
Noi siamo sospesitra questi due poli: la libertà con la quale facciamo ciò che vogliamo, e la necessità, che ci viene dal fatto che molte cose non le comandiamo noi, che non ci possiamo dare la vita, che non possiamo autogenerarci, non possiamo stabilire il colore dei nostri occhi, o la nostra altezza, o la precisione della nostra vista o l’acutezza del nostro pensiero. Né possiamo governare tutti gli elementi, tutte le incognite della vita stessa.
Noi nasciamo e subito siamo persone bisognose: bisognosi di cure materne e paterne, bisognosi di coccole, di latte, di qualcuno che faccia per noi tutto, letteralmente. Che ci insegni a vivere. Lasciati a noi stessi moriremmo subito.Quando nasciamo non abbiamo capacità di resistenza.
Siamo polvere, siamo terra.Siamo umili nel suo senso originario: fatti di terra, appunto, figli di Adamo.
Capite allora perché mi sembra che il Natale per certi tratti appaia ancor più sconvolgente della Pasqua: perché quel Bambino ha avuto bisogno di tutto, ha avuto bisogno di una mamma e di un papà, di qualcuno che festeggiasse la sua nascita, di qualcuno che gli facesse le coccole, di qualcuno che gli desse da mangiare, lo lavasse, lo cambiasse, lo custodisse dal freddo e dalla cattiveria degli uomini. Sarebbe potuto morire di pertosse o di morbillo, per dire.
Dio – quel bambino – ha avuto bisogno degli uomini, di una donna e di un uomo.
Dio ha avuto bisogno di noi.
Dio ha voluto avere bisogno della sua creatura, nella estrema necessità che possiamo contemplare in un bambino appena nato.
Noi siamo – in un certo qual modo – responsabili di Dio, della sua presenza nel mondo.
Mi infastidisce terribilmente sentire i discorsi di chi dice: «Se questo mondo va male è colpa della società, del mondo che ci circonda, degli altri.
Incolpiamo noi stessi piuttosto, se davanti a questo Bambino divino volgiamo lo sguardo. Se ci fermiamo a contemplare un’immagine dipinta o una bella statuetta del presepio ma non ci fermiamo ad ascoltarne la sua voce, il suo pianto dentro di noi, se non facciamo spazio al suo bisogno di noi nel suo cuore.
A lui non è piaciuto stare in cielo senza di noi, senza la sua creatura amata.
È venuto perché aveva bisogno di noi, lui che di nulla ha bisogno.
Ce lo ha mostrato con la potenza semplice di un bambino, che è improduttivo, che non sa fare niente, che secondo i canoni della nostra società è piuttosto un costo e un peso sociale (ed è anche per questo che la gente non fa più figli).
È venuto per mostrarci che la nostra necessità, tutti quegli aspetti della vita che non possiamo governare, e che ci spaventano più di tutto: l’abbandono, la malattia, la solitudine e via via fino ad arrivare alla morte, quella di chi amiamo e la nostra, ebbene tutti questi aspetti della vita non sono una maledizione, non sono un destino inesorabile che ci sovrasta, ma una possibilità,la nostra unica e irripetibile opportunità di essere uomini e donne, di esserlo veramente, di esserlo gioiosamente. Questo è il Natale per me:fare come Dio, diventare uomini. Compiere la nostra umanità con amore, con passione, con dedizione, lasciarci amare per diventare a nostra volta capaci di amare.
Lasciarci amare, quanto è difficile questa parola. Lasciarci amare da chi ci ama, e lasciarci amare da Dio. Pensiamo che il primo passo sia fare qualcosa, mentreil primo passo è lasciar fare, lasciarci amare.
Apriamo il cuore, carissimi fratelli e sorelle, abbiamo estremo bisogno di Dio, abbiamo estremo bisogno di contemplarlo nel suo aver bisogno di noi. Sì, Dio ha bisogno di me. Questo è il vero miracolo! Agli occhi suoi io sono prezioso.
Lo accoglierò? Le tenebre del mio cuorecercheranno certamente di sopraffarequesta piccola presenza, questa presenza inerme, questa insignificante presenza. Ma la sua luce è più forte, se gli diamo fiducia, se ci facciamo attirare dalla sua bontà, dalla sua mitezza. Natale è nuova partenza, per destinazioni sconosciute, ma con in mano un bagaglio semplice:lasciarci amare, lasciarci toccare, lasciarci accarezzare da Dio. Allora scopriremo l’impossibile agli uomini: che anche noi siamo capaci di amare disinteressatamente, di perdonare, di far ricominciare chi ci ha fatto un torto.

Morì per liberare l’umanità dall’acredine
poiché tutto ciò che ebbe a soffrire era ingiusto,
e mostrò amore ove amore così di rado appare:
nel buio, nel dolore, nella morte. Prese la nostra polvere
e le insegnò a benedire. (Elisabeth Jennings)