sabato 18 marzo 2017

Commento al Vangelo della Terza domenica di Quaresima

1Gesù venne a sapere che i farisei avevano sentito dire: «Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni» – 2sebbene non fosse Gesù in persona a battezzare, ma i suoi discepoli –, 3lasciò allora la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. 4Doveva perciò attraversare la Samaria.
Mappa della Terra Santa - Scuola di Barbiana
5Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui.
31Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».

39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Dammi da bere riecheggia l'affermazione di Gesù in croce: ho sete! (è un caso che proprio l'evangelista Giovanni farà memoria di questa estrema richiesta del Maestro?).
Gesù ha sete della verità e della profondità dell'uomo, là dove ciascuno è persona e non più personaggio (Olivier Clement), di cui recita la parte indossando una maschera (io non ho marito).
Ecco perchè il Padre cerca adoratori in spirito e verità, non esecutori né burattini. Né sul Garizim, né sul monte Sion, né sul Križevac, né alcun luogo cosiddetto “sacro”, dunque.
Il vero luogo sacro è il cuore di ognuno, cioè la sua autenticità, di cui il Messia ha sete: “spirito e verità” non si oppongono a carne, ma a un modo di vivere la religione mondano e idolatrico.
Ecco perchè la salvezza viene dai giudei, perchè non si può bypassare la storia della rivelazione, la carne di Cristo. Il cristianesimo non è una dottrina new age, della serie: Dio è nel tuo cuore, là devi cercarlo, senza mediazione umana né contatto con la realtà appena esteriore a te.

Questa sete invece porterà il Cristo in Croce, dove appunto dichiara: ho sete.
Crocifisso della Chiesa Parrocchiale di San Pietro in Terralba   
La salvezza passa attraverso l'innalzamento di Cristo Crocifisso, l'accettazione da parte di ciascuno di un amore che guarisce la sete di verità e autenticità dell'uomo, tradita immancabilmente nel peccato. Senza tale adesione personale, Cristo è soltanto un profeta, un uomo di Dio, ma non ancora il Messia, il Figlio stesso amato. Il riconoscimento passa per la dinamica dell'annuncio e della trasmissione. La Samaritana può essere allora icona della Chiesa, donna fedifraga, ma di cui il Padre rinnova l'amore di gioventù: chiamata a spogliarsi delle maschere dell'opportunità, a non temere la propria fragilità, per incontrare il Signore, per essere da lui dissetata, lui che ha sete di lei.
Pubblicato su Il Portico di Cagliari del 19 marzo 2017



sabato 11 marzo 2017

Commento al Vangelo della seconda Domenica di Quaresima

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

Imparare a guardare, a guardare un volto, attraverso il mio volto io esisto per l'altro. Io sono il mio volto. Il volto di Gesù che brilla è il desiderio del popolo orante ora esaudito sull'alto monte: fa' splendere il tuo volto e saremo salvi! (Sal 79). Sorridici, perchè un mondo dove si gioca a spegnere il sorriso di Dio sull'umanità, dove non si è più capaci di ascoltare la sua voce, non perchè egli non parli, ma perchè troppo impegnati ad ascoltare altre voci, è un mondo triste, che ha bisogno di ricevere ancora e ancora l'annuncio: il Figlio dell'uomo è risorto dai morti. La smorfia della morte è diventata sulla sua bocca il sorriso della risurrezione. Questa è una esperienza che supera qualitativamente ciò che si può definire e in-casell-are, come vorrebbe fare Pietro costruendo una tenda: metterci Dio dentro! Mettere la sua esperienza dentro, fotografarla, radiografarla. Ma nell'incontro con Gesù non si può fare un selfie, neppure estatico: egli ci invita ad ascoltarlo, a guardare il suo volto. A osare la nostra fede: colui nel quale il Padre ha posto il suo compiacimento non può essere racchiuso in una definizione, è per definizione colui che supera sempre ogni nostra misera com-prensione. E allora si passa da volergli costruire una capanna a ombreggio all'essere coperti dall'ombra della nube luminosa, e sempre si oppone il modo di fare di Dio e quello dell'uomo: la casa del padre di Abramo, o la casa che il Padre avrebbe fatto ad Abramo? la tenda del Convegno che racchiudeva la Presenza di Dio o la presenza di Dio che ombreggiava il popolo sotto la calura? Davide e il suo tempio, in cui incasellare Dio e tenerlo buono, o Dio che fa una casa a Davide?
Insomma, sempre e costantemente il solito quesito: è importante ciò che io faccio (o pretendo di fare per Dio) o ciò che Lui fa per me? È importante che lui ascolti le mie preghiere o che io ascolti lui? Qual è in definitiva il mio modo di avvicinarmi a Dio? Mondano o evangelico? Questa è la vera grande conversione quaresimale e cristiana.
Fede diventa dunque un camminare senza paura, non abbassando lo sguardo per timore di ciò che può accadere a chi ascolta la Parola di Dio, ma a testa alta, con umile orgoglio, con fiera debolezza (Mi vanterò della mia debolezza, dirà Paolo), camminare verso una conoscenza maggiore, che non delimita Dio, ma piuttosto allarga il proprio cuore. È il senso del silenzio imposto ai tre discepoli: solo a partire dalla risurrezione, voi potete parlare anche della trasfigurazione. Ermeneutica di ogni fatto evangelico: solo a partire dalla risurrezione possiamo parlare della sofferenza, della persecuzione, del peccato, della morte... Il punto prospettico, meglio ancora il filtro attraverso il quale tentare di leggere ogni avvenimento, personale, comunitario e sociale, è la risurrezione di Gesù Cristo da morte. Ecco cosa vuol dire in profondità: “Ascoltatelo!”. Non solo ascoltate le sue parole (interpretate in modo spesso moralistico), ma ascoltate la sua esperienza, porgete la vostra attenzione alla sua persona, complessivamente, alla sua storia, perchè anche la vostra storia possa essere illuminata, finalmente, dal sorriso di Dio in Gesù Cristo. 

Pubblicato su Il Portico del 12 marzo 2017

domenica 5 marzo 2017

Alle Querce di Mamre - Ritiro di Quaresima

[L'uomo]
Come può sperare e non sognare che la sua solitudine
schiuderà finalmente una fiamma vibrante che lo investa
per sempre
con il suo magico segreto di come improvvisare la vita?
(W.H. AUDEN, Per il tempo presente. Oratorio di Natale, Avvento, V, Coro, Trad. di Aurora Ciliberti, Vol. I, Lerici Editori, Milano 1966, 285.)

L'esilarante siparietto tra Agnese e don Abbondio nel cap. XXXVIII dei Promessi sposi:
- Oh! in quanto a questo mi scusi, - replicò Agnese: - ché, sebbene io sia una povera ignorante, le posso accertare che non gli si dice così; perché, quando siamo state la seconda volta per parlargli, come parlo a lei, uno di que’ signori preti mi tirò da parte, e m’insegnò come si doveva trattare con quel signore, e che gli si doveva dire vossignoria illustrissima, e monsignore.
- E ora, se vi dovesse tornare a insegnare, vi direbbe che gli va dato dell’eminenza: avete inteso? Perché il papa, che Dio lo conservi anche lui, ha prescritto, fin dal mese di giugno, che ai cardinali si dia questo titolo. E sapete perché sarà venuto a questa risoluzione? Perché l’illustrissimo, ch’era riservato a loro e a certi principi, ora, vedete anche voi altri, cos’è diventato, a quanti si dà: e come se lo succiano volentieri! E cosa doveva fare, il papa? Levarlo a tutti? Lamenti, ricorsi, dispiaceri, guai; e per di più, continuar come prima. Dunque ha trovato un bonissimo ripiego. A poco a poco poi, si comincerà a dar dell’eminenza ai vescovi; poi lo vorranno gli abati, poi i proposti: perché gli uomini son fatti così; sempre voglion salire, sempre salire; poi i canonici...
- Poi i curati, - disse la vedova.
- No no, - riprese don Abbondio: - i curati a tirar la carretta: non abbiate paura che gli avvezzin male, i curati: del reverendo, fino alla fin del mondo. Piuttosto, non mi maraviglierei punto che i cavalieri, i quali sono avvezzi a sentirsi dar dell’illustrissimo, a esser trattati come i cardinali, un giorno volessero dell’eminenza anche loro. E se la vogliono, vedete, troveranno chi gliene darà. E allora, il papa che ci sarà allora, troverà qualche altra cosa per i cardinali.


«La “conversione” di San Francesco non poteva essere l'adesione intellettuale riflessa ad una fede religiosa per lo innanzi disconosciuta. Egli non aveva mai rinnegato il simbolo del suo battesimo, e non si era mai pubblicamente allontanato dalle pratiche devozionali dei suoi conterranei. Le sue esuberanze giovanili non erano nulla di più grave e di più indecoroso di quello che ogni Chiesa ufficialmente costituita perdona generosamente alla sua gioventù. Se, reduce da Spoleto, il figlio di Bernardone aveva così violentemente rotto le consuetudini della sua esistenza, sfidando il sogghigno dei suoi amici della vigilia e le escandescenze volgari della sua famiglia, non era stato di certo per un arricchimento laborioso delle sue nozioni teologali o per un proposito imperioso di raggiungimento della perfezione attraverso le forme codificate dell'ascesi monastica, di cui pure lassù, sulla vetta del Subasio, il cenobio benedettino gli offriva, se non la pratica reale, senza dubbio la formulazione teorica completa. 
Francesco si è convertito piuttosto il giorno in cui, di contro a tutto il ciarpame vuoto e pesante delle convenzioni umane, delle menzogne sociali, delle ipocrisie sanzionate, dei gretti interessi materiali, che avvelenano le anime, offuscano i rapporti fraterni, stravolgono e contraffanno le leggi spontaneee primitive della vita associata, ha riguadagnato, di questa vita associata, l'economia spontanea e il tessuto elementare, nel precetto dell'amore e nel dovere del pronto, sorridente sacrificio. Quel giorno, annullando l'artefatta inversione di valori che è alle scaturigini e alla base della associazione pubblica ed economica degli uomini, ed invertendola a propria volta, ha ritrovato la genuina gerarchia di valori imposta dalla vita cosmica ad una creatura ragionevole, che sogni di attuare, nella pienezza delle sue energie specifiche, il proprio spirituale destino. La scena, che in quell'alba di primavera del 1206, svolgendosi alla presenza del popolo chiamato ad assistere sulla piazza di Santa Maria al giudizio del vescovo sul ricorso frapposto da Bernardone contro la discola insubordinazione dilapidatrice del figliuolo ribelle, riempì di stupore gli assisiati, quando Francesco riconsegnò al padre fin l'ultimo suo indumento, stette a simboleggiare l'esodo del “convertito” da tutte le divise dell'umana convenzione, per assumere, nella nudità della natura, la insegna della fraternità semplice che attende, fra gli uomini, l'assistenza amorevole del provvido Padre dei Cieli. Francesco, tornato primitivo pur con tutte le finezze del più progredito senso umano e sociale, ripristinava così, in pieno, la metànoia evangelica». E. BUONAIUTI, Storia del Cristianesimo, Newton & Compton Editori, Roma 2002, 617.

Ancora Auden, nel monologo di Erode che sta decidendo di compiere la strage di bambini all'annuncio della nascita di Gesù:
«Ahimé, perchè questo disgraziato bambino non è nato altrove? Perché la gente non può essere ragionevole? Io non voglio rendermi odioso. Perché non possono capire che il concetto di un Dio finito è assurdo? Perché è così. E supponiamo, per puro amore dialettico, che questa storia sia vera, che questo bambino sia inesplicabilmente Dio e Uomo al tempo stesso, che egli viva e muoia senza commettere un solo peccato. Migliorerebbe la vita con questo? Al contrario la peggiorerebbe, e di molto. Perché la cosa non potrebbe significare che questo: una volta mostrato il modo, Dio avrebbe la pretesa che ogni uomo, qualunque sia la sua fortuna, conducesse una vita senza peccato nella carne e sulla terra. Allora davvero la razza umana sprofonderebbe nella pazzia e nella disperazione. E per me personalmente ora significherebbe che Dio mi ha dato il potere di distruggerLo. Io mi rifiuto di essere ingannato. Dio non potrebbe farmi questo orribile scherzo. Perché mi detesterebbe a tal punto? Ho lavorato come uno schiavo. Chiedetelo a chiunque. Leggo i dispacci ufficiali senza saltare una parola. Ho preso lezioni di eloquenza. Non ho quasi mai accettato dei doni. Come osa permettermi di decidere? Ho cercato di essere buono. Ogni sera mi lavo i denti. Per un mese sono stato perfettamente casto. Mi oppongo. Io sono un liberale. Io voglio che tutti siano felici. Io vorrei non essere mai nato».
(W.H. AUDEN, Per il tempo presente. Oratorio di Natale, La strage degli Innocenti, I, Erode, Trad. di Aurora Ciliberti, Vol. I, Lerici Editori, Milano 1966, 405.)



Per ultimo lascio la parola al visionario Auden, che ci incoraggia a camminare, a credere, a vivere dietro Gesù Cristo:

Egli è la Via.
SeguiteLo attraverso la Terra dell'Inverosimile;
vedrete rari animali, e avrete avventure uniche.

Egli è la Verità.
CercateLo nel Regno dell'Ansia;
arriverete a una grande città che ha atteso il vostro
ritorno per anni.

Egli è la Vita.
AmateLo nel Mondo della Carne;
e al vostro matrimonio tutte le occasioni danzeranno di gioia.

(W.H. AUDEN, Per il tempo presente. Oratorio di Natale, La fuga in Egitto, IV, Coro, Trad. di Aurora Ciliberti, Vol. I, Lerici Editori, Milano 1966, 425.)









venerdì 3 marzo 2017

Pensieri sul Vangelo della Prima domenica di Quaresima


Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 4,1-11



In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.



Nella sua radice la tentazione cerca di staccare l'uomo da Dio e dalla realtà (Matteo chiama il tentatore diavolo=dia-ballein: dividere), unici parametri della nostra vita di credenti (fu così anche in Eden per Adamo ed Eva, e in fondo questi è il nuovo Adamo, anch'egli tentato all'inizio, nell'inizio di una nuova figliolanza da condividere con l'umanità). La tentazione mostra sempre la realtà in modo deformato e per vincerla Gesù utilizza due armi: la Parola di Dio e l'adesione alla realtà.
Gesù ha trascorso quaranta giorni nel deserto (è lo Spirito ad avervelo condotto, in vista della sua missione dopo il battesimo al Giordano), e dopo un digiuno prolungato ha fame.




Il diavolo intercetta questo bisogno, producendo in Gesù un miraggio: queste pietre possono diventar pane, basta soltanto che tu dica una parola. È la tentazione a superare la fatica con la quale Adamo deve procurarsi il cibo, a bypassare con una magia la sua umanità. Quante volte il cristiano vorrebbe una bacchetta magica per risolvere i suoi problemi?
La seconda tentazione si sposta sul piano della sicurezza della vita. Essa è legata alla fiducia in quel Dio del quale Gesù dirà che non lascia cadere neppure un capello della testa. Essa sferra un fendente micidiale al figlio, il quale ha redarguito il diavolo sul fatto che l'uomo vive della Parola di Dio e non solo di pane. L'ipotesi è sempre la stessa: «Se tu sei figlio», che in realtà significa: «Attento, perchè Quello si fa chiamare Padre, ma padre non è. Vedrai al momento del bisogno, altro che angeli...».
È la tentazione a farci un dio-polizza-sulla-vita, un dio-paternalista e non Padre, come certi genitori apprensivi che vorrebbero risparmiare ai figli i problemi, masticare per loro il cibo, camminare al posto loro, stancarsi al posto loro.
Gesù controbatte al diavolo (il quale stavolta cita la Parola di Dio) appellandosi all'esperienza dell'Esodo, della mancanza di fiducia del Popolo verso Dio, e mostrando un principio che dev'essere il faro dell'interpretazione biblica per ogni credente: la Scrittura si interpreta con la Scrittura. «Sta scritto anche»: avverbio fondamentale da applicare rigorosamente, soprattutto nei casi difficili! Le parole della Scrittura non possono mai essere prese come formule magiche da mettere in pratica senza discernimento (e Dio solo sa quanto nella storia e ancor oggi noi cristiani compiamo quest'errore!).


L'ultima tentazione va al cuore della vita spirituale: il potere. L'esercizio del potere, sembra dire Gesù, non può derivare dalla sottomissione al male. Il potere è sempre in vista del bene, e non può derivare da una non adesione alla realtà. E qual è la realtà? Che nessun potere può essere così assoluto da richiedere la nostra genuflessione. Solo Dio si deve adorare, in quanto Egli è l'Unico al di sopra dell'uomo. Nessun potere sulla terra può umiliare l'uomo, e l'uomo non deve umiliarsi davanti a nessun potere. Se per conseguirlo egli adora qualcosa o qualcuno, tale potere diventa demoniaco e disgrega l'uomo, trascinandolo lontano da Dio, unica fonte di potere.


(Pubblicato su Il portico del 05.03.2017)

lunedì 13 febbraio 2017

Nessuno, Signore!


Cerco ogni giorno di spietrare
il sagrato del mio cuore
per non cedere alla tentazione
di lapidare qualcuno.

sabato 4 febbraio 2017

Voi siete il sale della terra e la luce del mondo


Il brano evangelico odierno segue le beatitudini e amplia il discorso sull'identità del discepolo di Gesù. Il Maestro propone due analogie utilizzando due dei cinque sensi: il gusto (e dunque la capacità di dare sapore) e la vista (e dunque la capacità di illuminare).
Gesù, maestro in umanità, è attento alla “struttura biologica” dell'uomo, perchè essa parla, se noi la sappiamo ascoltare...
Il sale insaporisce e conserva gli alimenti, fa parte di quelle scoperte che hanno portato l'uomo a uscire dalla caverna e a civilizzarsi. Egli non semplicemente mangia il cibo, ma lo conserva, lo cucina, lo insaporisce.
Il cristiano è colui che nel mondo ha (o dovrebbe avere, visto che Gesù paventa la tragica alternativa di perdere la propria funzione) il compito di dare gusto e conservare la vita della terra quasi trapassando in essa. E non quindi di disgustare e disperdere ciò che di buono e di bello c'è già. È un pizzichino, quanto basta (q.b.), non è tutto lui, non fa tutto lui, ma ha la capacità intrinseca di esaltare l'esistente, se preso in dosi moderate.
La luce serve a illuminare, a far vedere gli altri, a far sì che gli uomini, pur lontani, diano gloria a Dio per ciò che vedono nel discepolo di Gesù. Perciò non può essere nascosta.

Tuttavia: il sale richiama l'invisibilità, la luce la visibilità. Entrambe sono caratteristiche da esercitare con discernimento. Ma il fine è unico: il discepolo deve amare questa terra, perchè in essa, nei segni visibili e invisibili si manifesta la novità delle Beatitudini, la novità del Regno che “è in mezzo a voi”.