sabato 25 marzo 2017

Commento al Vangelo della quarta Domenica di Quaresima

Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 9,1-41


In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: Va' a Sìloe e làvati!. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov'è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».
Roma - Santa Maria al Pantheon


In questa intricata storia di vedenti che non vedono e di ciechi che vedono, si pone il dilemma di ogni ricerca di fede: in ballo c'è più che l'orgoglio ferito dei capi o il riconoscimento di un miracolo.
Si tratta di riconoscere colui attraverso il quale si può conoscere il volto autentico del Padre. Nel momento dell'addio, Filippo chiederà: «Signore, mostraci il Padre e ci basta», e Gesù a lui «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi ha conosciuto?». Segno che visione e cecità convivono anche nei discepoli più intimi, in quelli ai quali il Maestro ha lavato i piedi.
La pretesa di Gesù è inaccettabile per i giudei, perchè egli è un uomo.
Noi però, anestetizzati da due millenni di predicazione che afferma che Gesù è Dio (e lo dice con sacrosanta ragione), non ci scandalizziamo più per il fatto ch'egli sia Dio in quanto è uomo. E mai smetteremo di chiedere vista buona per entrare in questo mistero, e mai potremo dire: «Io non sono come i farisei», perchè spesso smentiamo nei fatti il principio dell'incarnazione, cioè l'accettazione della sua e nostra umanità (è il percorso di queste domeniche: le tentazioni, il dialogo con la samaritana e la trasfigurazione).
Come è noto un cieco sviluppa enormemente gli altri sensi, e probabilmente anche un sesto senso, una “visione del cuore”, quelli che Gesù chiama altrove puri di cuore, ai quali è appunto promessa la visione di Dio. Tale luce del cuore genera anche per contrasto paura in coloro che circondano il puro di cuore, non è mai una grazia senza conseguenze, spinge genitori, testimoni, farisei a prendere una decisione pro o contro («sono venuto per un giudizio»).
Ben lo aveva compreso Eugenio Montale, quando scriveva in memoria di sua moglie, affettuosamente chiamata Mosca, proprio perchè affetta da una gravissima miopia:

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perchè con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perchè sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
(Xenia, II, 5)
René Magritte - La condicion humaine

La visionarietà del cristiano nasce da uno sguardo che ha incontrato Gesù Cristo: l'illuminazione non ha infatti una radice esoterica, ma relazionale. Siamo «luce nel Signore», «figli della luce»: non compiamo rituali che chiudono in una congrega, ma incontriamo il Signore che ci apre alla conoscenza del Padre e di noi stessi.

Pubblicato su Il Portico del 26 marzo 2017

martedì 21 marzo 2017

Quaresimale sul Perdono

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 15-35)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli 15Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
19In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
21Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». 22E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
23Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. 27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. 29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. 32Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». 


Non esistono discussioni accademiche su peccato e perdono: c'è sempre la concretezza di un peccato fatto “contro di me” all'interno della comunità di fratelli.
Non esistono peccati “contro Dio”, ma sempre contro i fratelli. Questo dovrebbe interrogarci...
Allora Matteo ci prospetta “tre gradi di giudizio”:
1) Parlare a quattr'occhi;
2) Parlare con/davanti a due o tre testimoni con la persona, non della persona!;
3) Parlare davanti all'assemblea riunita.
Noi spesso cominciamo direttamente dall'ultima.
Se poi non vuole ascoltare? Sia per te come pagano e pubblicano, che non significa: Non deve contare più nulla, hai fatto tutto quello che hai potuto, ora abbandonalo al suo destino. Ma piuttosto: i pagani e i pubblicani sono coloro ai quali Gesù si rivolgeva, quindi è lecito capire che questa persona che ha peccato contro di me, che non sono riuscito a riguadagnare alla comunità né parlandoci francamente, né con l'aiuto di altri, né con l'intera comunità, questa persona ha bisogno di un aiuto speciale, di una cura speciale, la comunità deve seguirla di più, deve cercare di amarla e di intrattenersi con lei, come faceva Gesù con i pubblicani e i pagani.
Gesù estende il potere di sciogliere e legare, che aveva dato a Pietro e agli apostoli a Cesarea di Filippo, a tutti i discepoli. Esiste nella Chiesa il sacramento della riconciliazione, ma questo sacramento, che celebra il sacerdote con il singolo penitente, non è slegato da un altrettanto forte impegno alla riconciliazione tra fratelli.
«Ma se pecca sette volte contro di me?». Pietro sembra quasi voler porre un limite a questo comando assoluto, a questo impegno da parte di Gesù di tenere in considerazione i nostri passi sulla via della riconciliazione tra di noi, a usare come metro per il cielo, il metro che noi usiamo nei nostri rapporti.
Quando Gesù viene richiesto sul perdono racconta la parabola del Re che vuole regolare i conti, quindi decentra l'attenzione. Al centro non ci sono io coi miei torti subiti, ma la misericordia di un re magnanimo. La parabola sul Perdono spinge il discepolo a ritornare al sentimento della Presenza di Dio (G. Brasó).
In ultima analisi tutta la mia vita, comprese le mie relazioni, è davanti a Dio.
Se non capisco questo, e penso di essere solo (peccato = la mia vita me la gestisco io), allora prendo al collo il mio fratello.
Pietro fa questa domanda dopo che Gesù ha dato indicazioni su come affrontare un fratello che pecca contro di me.
Perché forse, almeno in teoria, tutti siamo disposti a perdonare una volta, diciamo: è una cosa abbastanza ragionevole. Il problema sono i recidivi... È qui che Gesù ci spiazza! Il sommo grado di giudizio è paradossale: misericordia per tutti.
Allora quali sono i passi che io posso compiere?
Posso disprezzare il mio peccato, quei diecimila talenti di debito che mi sono stati condonati perchè non avrei mai potuto restituirli, una cifra esorbitante (cinquanta milioni di euro) e guardare a Gesù sottomesso al Padre. Allora mi accorgerò di passare lentamente dalla legge estrinseca, da quella legge che dovrebbe farmi restituire il mio debito all'amore puro che mi condona tutto, perchè non saprei come fare a restituire, non ne ho le forze.
Questo amore mi fa sopportare l'ingiustizia, mi fa cercare la verità e me la fa preferire anche alla reputazione.
Penetrati e salvati, guariti da lui, non ci accontentiamo di ammirarlo, ma nasce in noi l'esigenza di emularlo, di imitarlo, per corrispondere pienamente a questo amore.
L'amore infatti è emulativo, la legge no. Come quando sentiamo il bene che uno ci fa o ci ha fatto, e sentiamo il bisogno, il desiderio di essere una volta almeno come lui/lei, non solo di restituirgli un gesto di bontà, ma di essere così anche noi. Noi abbiamo dimenticato il grande valore dell'imitazione. I cristiani di un tempo ne avevano fatto addirittura una scuola.
Noi, col pretesto che dobbiamo essere noi stessi, non accettiamo più che il cristianesimo sia anche in parte “imitazione”, perchè pensiamo che così facendo potremmo correre il rischio di essere ipocriti.

Ma andate a chiedere a un ragazzo che gioca a calcio e ha talento, se non va a vedersi i video dei giocatori migliori in attività. O andate a chiedere a una ballerina se non osserva come si muove la sua istruttrice, o come balla l'étoile della Scala. Tutte le cose belle hanno bisogno, oltre che di un talento personale – di una certa predisposizione del carattere, potremmo dire in questo caso – anche di vedere in qualcuno di concreto (Gesù, e dietro di lui i santi) che è davvero possibile raggiungere certi limiti e superarli. La grazia non è una bacchetta magica, ma si serve prima di tutto degli strumenti che la nostra stessa natura di creature ci ha messo a disposizione: il mio carattere, le cose che mi hanno insegnato, gli esempi che ho visto.
Un principio che dovremmo sempre osservare è il seguente: Summum non stat sine infimo (Imitazione di Cristo II, 10, 2). Cioè le cose più alte poggiano su quelle più basse. Se io non lascio mai passare nulla, se non scuso le cose più banali, non sarò capace di perdonare le offese più gravi.
Noi come Pietro, ne facciamo soltanto una questione di norme, di numeri, per sentirci in ordine con la nostra coscienza. «Si può perdonare fino a?»
«Fino a infinito» è la risposta dell'Evangelo.
Ma che cos'è il perdono cristiano?
Perdono significa smettere di fare confronti. Può darsi che l'altro abbia fatto contro di me delle azioni malvagie, che in certi casi richiedono anche un distacco, per evitare conseguenze peggiori. Penso alle vittime di una violenza fisica o psicologica, che devono tutelare se stesse, a volte i propri figli. Devono allontanarsi, separarsi dall'aguzzino. Questo impedirà loro di perdonare? No di certo! A volte ci portiamo dietro rancori anche verso persone morte da tempo, che ci hanno fatto molto male... Se vogliamo vivere davvero dobbiamo imparare a perdonare anche quelle!
Perdonare è un percorso, abbiamo visto che ha delle tappe. Un pieno perdono di cuore forse arriverà dopo anni di ricerca. Perdonare significa non mettersi al posto di Dio nel giudizio su quella persona, ma cercare comunque il suo bene (insieme al nostro, ovviamente, non a discapito del nostro).
Sapete perchè facciamo fatica a perdonare chi ci ha fatto un torto (magari anche piccolo talvolta)?
Perché il senso del nostro isolamento, la nostra frustrazione per essere stati fraintesi in quella buona intenzione che avevamo, in quella proposta che abbiamo fatto e non è stata accettata, in quella nostra mano tesa che è stata rifiutata, in quel silenzio imbarazzato quando siamo arrivati improvvisamente in un capannello di persone, il nostro isolamento e la nostra frustrazione gridano dentro di noi, e noi non abbiamo armi per combatterli, o cominciamo a diventare competitivi (tu mi hai fatto così e allora io ti faccio cosà) o ci chiudiamo ancor più nel nostro mutismo.
Gli esperti dicono che l'isolamento è causa oltre che di comportamenti autolesionistici (alcoolismo, suicidi, etc) anche di quei disturbi che spesso avvertiamo: il mal di pancia, la gastrite, la schiena dolorante...
Perdonare non significa dunque essere cordiali con l'altro, fare come se nulla fosse. Significa piuttosto fare un cammino di riconciliazione prima di tutto con l'immagine di sé stessi.
Il problema è che quando c'è qualcosa che non va tra noi, facciamo due cose uguali e contrarie nella loro inutilità: o la mettiamo sotto il tappeto oppure ne parliamo ai quattro venti (il grande guaio di tante comunità cristiane e di tante famiglie!).

Invece siamo chiamati a seguire un percorso, una disciplina... quella che il Vangelo ci suggerisce; siamo invitati non a recriminare sulla nostra lesa maestà, ma a guadagnare un fratello che compiendo un peccato ha rotto la sua comunione con la comunità, e noi non vogliamo che resti fuori, ma che ritorni a farne parte!
E il secondo problema è che noi pensiamo che gli altri (a cominciare dai rapporti più vicini: la moglie, l'amico, il figlio, la nuora, la suocera, i fratelli e le sorelle della parrocchia, il collega di lavoro...) siano nati per riempire il nostro vuoto esistenziale e il nostro isolamento: «Tutti ti stanno accanto nessuno ti sta vicino» (Fedez, J-Ax, Piccole cose).
Per questo ci offendiamo a morte quando qualcuno ci fa un torto, perchè è come se dicesse: tu volevi che io mi comportassi con te in un certo modo e invece io non ho voluto. L'altro mette dei limiti al mio bisogno di possesso. Mentre io voglio disporre totalmente di me stesso e degli altri, come quel servo a cui il re condonò il debito enorme, ma che non fu capace di condonare un piccolo debito di un suo compagno. «Restituisci quel che devi!» Ci mettiamo al posto del re, dimenticandoci che siamo tutti compagni nel servizio (syndouloi).
E perchè non avremmo diritto di recriminare, di gridare che abbiamo subito un torto, forse anche un'ingiustizia?
Direi così: perchè non è quella la strada della guarigione. Neppure se striscia per terra chiedendoci perdono, l'altro soddisferà la nostra sete di potere, la nostra smania di essere re al posto del Re.
Questo gioco invece alimenterà in noi uno spropositato ego e diventerà un circolo vizioso. Così vizioso che mi allontanerà dal Padre, che ha voluto che il metro del perdono tra di noi diventasse il metro del nostro perdono finale. Come a dire: prima accogli il grande perdono di Dio nella tua vita, e poi, con pazienza, perseveranza e chiedendo con fede il dono della conversione, sarai anche capace di perdonare di cuore il tuo fratello che ha peccato contro di te.

CRISTIANI E PAGANI Poesia
1
Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione,
piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,
salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte.
Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani.
2
Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione,
lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,
lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte.
I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.
3
Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
sazia il corpo e l’anima del suo pane,
muore in croce per cristiani e pagani

e a questi e a quelli perdona. (Dietrich Bonhoeffer)

sabato 18 marzo 2017

Commento al Vangelo della Terza domenica di Quaresima

1Gesù venne a sapere che i farisei avevano sentito dire: «Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni» – 2sebbene non fosse Gesù in persona a battezzare, ma i suoi discepoli –, 3lasciò allora la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. 4Doveva perciò attraversare la Samaria.
Mappa della Terra Santa - Scuola di Barbiana
5Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui.
31Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».

39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Dammi da bere riecheggia l'affermazione di Gesù in croce: ho sete! (è un caso che proprio l'evangelista Giovanni farà memoria di questa estrema richiesta del Maestro?).
Gesù ha sete della verità e della profondità dell'uomo, là dove ciascuno è persona e non più personaggio (Olivier Clement), di cui recita la parte indossando una maschera (io non ho marito).
Ecco perchè il Padre cerca adoratori in spirito e verità, non esecutori né burattini. Né sul Garizim, né sul monte Sion, né sul Križevac, né alcun luogo cosiddetto “sacro”, dunque.
Il vero luogo sacro è il cuore di ognuno, cioè la sua autenticità, di cui il Messia ha sete: “spirito e verità” non si oppongono a carne, ma a un modo di vivere la religione mondano e idolatrico.
Ecco perchè la salvezza viene dai giudei, perchè non si può bypassare la storia della rivelazione, la carne di Cristo. Il cristianesimo non è una dottrina new age, della serie: Dio è nel tuo cuore, là devi cercarlo, senza mediazione umana né contatto con la realtà appena esteriore a te.

Questa sete invece porterà il Cristo in Croce, dove appunto dichiara: ho sete.
Crocifisso della Chiesa Parrocchiale di San Pietro in Terralba   
La salvezza passa attraverso l'innalzamento di Cristo Crocifisso, l'accettazione da parte di ciascuno di un amore che guarisce la sete di verità e autenticità dell'uomo, tradita immancabilmente nel peccato. Senza tale adesione personale, Cristo è soltanto un profeta, un uomo di Dio, ma non ancora il Messia, il Figlio stesso amato. Il riconoscimento passa per la dinamica dell'annuncio e della trasmissione. La Samaritana può essere allora icona della Chiesa, donna fedifraga, ma di cui il Padre rinnova l'amore di gioventù: chiamata a spogliarsi delle maschere dell'opportunità, a non temere la propria fragilità, per incontrare il Signore, per essere da lui dissetata, lui che ha sete di lei.
Pubblicato su Il Portico di Cagliari del 19 marzo 2017



sabato 11 marzo 2017

Commento al Vangelo della seconda Domenica di Quaresima

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

Imparare a guardare, a guardare un volto, attraverso il mio volto io esisto per l'altro. Io sono il mio volto. Il volto di Gesù che brilla è il desiderio del popolo orante ora esaudito sull'alto monte: fa' splendere il tuo volto e saremo salvi! (Sal 79). Sorridici, perchè un mondo dove si gioca a spegnere il sorriso di Dio sull'umanità, dove non si è più capaci di ascoltare la sua voce, non perchè egli non parli, ma perchè troppo impegnati ad ascoltare altre voci, è un mondo triste, che ha bisogno di ricevere ancora e ancora l'annuncio: il Figlio dell'uomo è risorto dai morti. La smorfia della morte è diventata sulla sua bocca il sorriso della risurrezione. Questa è una esperienza che supera qualitativamente ciò che si può definire e in-casell-are, come vorrebbe fare Pietro costruendo una tenda: metterci Dio dentro! Mettere la sua esperienza dentro, fotografarla, radiografarla. Ma nell'incontro con Gesù non si può fare un selfie, neppure estatico: egli ci invita ad ascoltarlo, a guardare il suo volto. A osare la nostra fede: colui nel quale il Padre ha posto il suo compiacimento non può essere racchiuso in una definizione, è per definizione colui che supera sempre ogni nostra misera com-prensione. E allora si passa da volergli costruire una capanna a ombreggio all'essere coperti dall'ombra della nube luminosa, e sempre si oppone il modo di fare di Dio e quello dell'uomo: la casa del padre di Abramo, o la casa che il Padre avrebbe fatto ad Abramo? la tenda del Convegno che racchiudeva la Presenza di Dio o la presenza di Dio che ombreggiava il popolo sotto la calura? Davide e il suo tempio, in cui incasellare Dio e tenerlo buono, o Dio che fa una casa a Davide?
Insomma, sempre e costantemente il solito quesito: è importante ciò che io faccio (o pretendo di fare per Dio) o ciò che Lui fa per me? È importante che lui ascolti le mie preghiere o che io ascolti lui? Qual è in definitiva il mio modo di avvicinarmi a Dio? Mondano o evangelico? Questa è la vera grande conversione quaresimale e cristiana.
Fede diventa dunque un camminare senza paura, non abbassando lo sguardo per timore di ciò che può accadere a chi ascolta la Parola di Dio, ma a testa alta, con umile orgoglio, con fiera debolezza (Mi vanterò della mia debolezza, dirà Paolo), camminare verso una conoscenza maggiore, che non delimita Dio, ma piuttosto allarga il proprio cuore. È il senso del silenzio imposto ai tre discepoli: solo a partire dalla risurrezione, voi potete parlare anche della trasfigurazione. Ermeneutica di ogni fatto evangelico: solo a partire dalla risurrezione possiamo parlare della sofferenza, della persecuzione, del peccato, della morte... Il punto prospettico, meglio ancora il filtro attraverso il quale tentare di leggere ogni avvenimento, personale, comunitario e sociale, è la risurrezione di Gesù Cristo da morte. Ecco cosa vuol dire in profondità: “Ascoltatelo!”. Non solo ascoltate le sue parole (interpretate in modo spesso moralistico), ma ascoltate la sua esperienza, porgete la vostra attenzione alla sua persona, complessivamente, alla sua storia, perchè anche la vostra storia possa essere illuminata, finalmente, dal sorriso di Dio in Gesù Cristo. 

Pubblicato su Il Portico del 12 marzo 2017

domenica 5 marzo 2017

Alle Querce di Mamre - Ritiro di Quaresima

[L'uomo]
Come può sperare e non sognare che la sua solitudine
schiuderà finalmente una fiamma vibrante che lo investa
per sempre
con il suo magico segreto di come improvvisare la vita?
(W.H. AUDEN, Per il tempo presente. Oratorio di Natale, Avvento, V, Coro, Trad. di Aurora Ciliberti, Vol. I, Lerici Editori, Milano 1966, 285.)

L'esilarante siparietto tra Agnese e don Abbondio nel cap. XXXVIII dei Promessi sposi:
- Oh! in quanto a questo mi scusi, - replicò Agnese: - ché, sebbene io sia una povera ignorante, le posso accertare che non gli si dice così; perché, quando siamo state la seconda volta per parlargli, come parlo a lei, uno di que’ signori preti mi tirò da parte, e m’insegnò come si doveva trattare con quel signore, e che gli si doveva dire vossignoria illustrissima, e monsignore.
- E ora, se vi dovesse tornare a insegnare, vi direbbe che gli va dato dell’eminenza: avete inteso? Perché il papa, che Dio lo conservi anche lui, ha prescritto, fin dal mese di giugno, che ai cardinali si dia questo titolo. E sapete perché sarà venuto a questa risoluzione? Perché l’illustrissimo, ch’era riservato a loro e a certi principi, ora, vedete anche voi altri, cos’è diventato, a quanti si dà: e come se lo succiano volentieri! E cosa doveva fare, il papa? Levarlo a tutti? Lamenti, ricorsi, dispiaceri, guai; e per di più, continuar come prima. Dunque ha trovato un bonissimo ripiego. A poco a poco poi, si comincerà a dar dell’eminenza ai vescovi; poi lo vorranno gli abati, poi i proposti: perché gli uomini son fatti così; sempre voglion salire, sempre salire; poi i canonici...
- Poi i curati, - disse la vedova.
- No no, - riprese don Abbondio: - i curati a tirar la carretta: non abbiate paura che gli avvezzin male, i curati: del reverendo, fino alla fin del mondo. Piuttosto, non mi maraviglierei punto che i cavalieri, i quali sono avvezzi a sentirsi dar dell’illustrissimo, a esser trattati come i cardinali, un giorno volessero dell’eminenza anche loro. E se la vogliono, vedete, troveranno chi gliene darà. E allora, il papa che ci sarà allora, troverà qualche altra cosa per i cardinali.


«La “conversione” di San Francesco non poteva essere l'adesione intellettuale riflessa ad una fede religiosa per lo innanzi disconosciuta. Egli non aveva mai rinnegato il simbolo del suo battesimo, e non si era mai pubblicamente allontanato dalle pratiche devozionali dei suoi conterranei. Le sue esuberanze giovanili non erano nulla di più grave e di più indecoroso di quello che ogni Chiesa ufficialmente costituita perdona generosamente alla sua gioventù. Se, reduce da Spoleto, il figlio di Bernardone aveva così violentemente rotto le consuetudini della sua esistenza, sfidando il sogghigno dei suoi amici della vigilia e le escandescenze volgari della sua famiglia, non era stato di certo per un arricchimento laborioso delle sue nozioni teologali o per un proposito imperioso di raggiungimento della perfezione attraverso le forme codificate dell'ascesi monastica, di cui pure lassù, sulla vetta del Subasio, il cenobio benedettino gli offriva, se non la pratica reale, senza dubbio la formulazione teorica completa. 
Francesco si è convertito piuttosto il giorno in cui, di contro a tutto il ciarpame vuoto e pesante delle convenzioni umane, delle menzogne sociali, delle ipocrisie sanzionate, dei gretti interessi materiali, che avvelenano le anime, offuscano i rapporti fraterni, stravolgono e contraffanno le leggi spontaneee primitive della vita associata, ha riguadagnato, di questa vita associata, l'economia spontanea e il tessuto elementare, nel precetto dell'amore e nel dovere del pronto, sorridente sacrificio. Quel giorno, annullando l'artefatta inversione di valori che è alle scaturigini e alla base della associazione pubblica ed economica degli uomini, ed invertendola a propria volta, ha ritrovato la genuina gerarchia di valori imposta dalla vita cosmica ad una creatura ragionevole, che sogni di attuare, nella pienezza delle sue energie specifiche, il proprio spirituale destino. La scena, che in quell'alba di primavera del 1206, svolgendosi alla presenza del popolo chiamato ad assistere sulla piazza di Santa Maria al giudizio del vescovo sul ricorso frapposto da Bernardone contro la discola insubordinazione dilapidatrice del figliuolo ribelle, riempì di stupore gli assisiati, quando Francesco riconsegnò al padre fin l'ultimo suo indumento, stette a simboleggiare l'esodo del “convertito” da tutte le divise dell'umana convenzione, per assumere, nella nudità della natura, la insegna della fraternità semplice che attende, fra gli uomini, l'assistenza amorevole del provvido Padre dei Cieli. Francesco, tornato primitivo pur con tutte le finezze del più progredito senso umano e sociale, ripristinava così, in pieno, la metànoia evangelica». E. BUONAIUTI, Storia del Cristianesimo, Newton & Compton Editori, Roma 2002, 617.

Ancora Auden, nel monologo di Erode che sta decidendo di compiere la strage di bambini all'annuncio della nascita di Gesù:
«Ahimé, perchè questo disgraziato bambino non è nato altrove? Perché la gente non può essere ragionevole? Io non voglio rendermi odioso. Perché non possono capire che il concetto di un Dio finito è assurdo? Perché è così. E supponiamo, per puro amore dialettico, che questa storia sia vera, che questo bambino sia inesplicabilmente Dio e Uomo al tempo stesso, che egli viva e muoia senza commettere un solo peccato. Migliorerebbe la vita con questo? Al contrario la peggiorerebbe, e di molto. Perché la cosa non potrebbe significare che questo: una volta mostrato il modo, Dio avrebbe la pretesa che ogni uomo, qualunque sia la sua fortuna, conducesse una vita senza peccato nella carne e sulla terra. Allora davvero la razza umana sprofonderebbe nella pazzia e nella disperazione. E per me personalmente ora significherebbe che Dio mi ha dato il potere di distruggerLo. Io mi rifiuto di essere ingannato. Dio non potrebbe farmi questo orribile scherzo. Perché mi detesterebbe a tal punto? Ho lavorato come uno schiavo. Chiedetelo a chiunque. Leggo i dispacci ufficiali senza saltare una parola. Ho preso lezioni di eloquenza. Non ho quasi mai accettato dei doni. Come osa permettermi di decidere? Ho cercato di essere buono. Ogni sera mi lavo i denti. Per un mese sono stato perfettamente casto. Mi oppongo. Io sono un liberale. Io voglio che tutti siano felici. Io vorrei non essere mai nato».
(W.H. AUDEN, Per il tempo presente. Oratorio di Natale, La strage degli Innocenti, I, Erode, Trad. di Aurora Ciliberti, Vol. I, Lerici Editori, Milano 1966, 405.)



Per ultimo lascio la parola al visionario Auden, che ci incoraggia a camminare, a credere, a vivere dietro Gesù Cristo:

Egli è la Via.
SeguiteLo attraverso la Terra dell'Inverosimile;
vedrete rari animali, e avrete avventure uniche.

Egli è la Verità.
CercateLo nel Regno dell'Ansia;
arriverete a una grande città che ha atteso il vostro
ritorno per anni.

Egli è la Vita.
AmateLo nel Mondo della Carne;
e al vostro matrimonio tutte le occasioni danzeranno di gioia.

(W.H. AUDEN, Per il tempo presente. Oratorio di Natale, La fuga in Egitto, IV, Coro, Trad. di Aurora Ciliberti, Vol. I, Lerici Editori, Milano 1966, 425.)









venerdì 3 marzo 2017

Pensieri sul Vangelo della Prima domenica di Quaresima


Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 4,1-11



In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.



Nella sua radice la tentazione cerca di staccare l'uomo da Dio e dalla realtà (Matteo chiama il tentatore diavolo=dia-ballein: dividere), unici parametri della nostra vita di credenti (fu così anche in Eden per Adamo ed Eva, e in fondo questi è il nuovo Adamo, anch'egli tentato all'inizio, nell'inizio di una nuova figliolanza da condividere con l'umanità). La tentazione mostra sempre la realtà in modo deformato e per vincerla Gesù utilizza due armi: la Parola di Dio e l'adesione alla realtà.
Gesù ha trascorso quaranta giorni nel deserto (è lo Spirito ad avervelo condotto, in vista della sua missione dopo il battesimo al Giordano), e dopo un digiuno prolungato ha fame.




Il diavolo intercetta questo bisogno, producendo in Gesù un miraggio: queste pietre possono diventar pane, basta soltanto che tu dica una parola. È la tentazione a superare la fatica con la quale Adamo deve procurarsi il cibo, a bypassare con una magia la sua umanità. Quante volte il cristiano vorrebbe una bacchetta magica per risolvere i suoi problemi?
La seconda tentazione si sposta sul piano della sicurezza della vita. Essa è legata alla fiducia in quel Dio del quale Gesù dirà che non lascia cadere neppure un capello della testa. Essa sferra un fendente micidiale al figlio, il quale ha redarguito il diavolo sul fatto che l'uomo vive della Parola di Dio e non solo di pane. L'ipotesi è sempre la stessa: «Se tu sei figlio», che in realtà significa: «Attento, perchè Quello si fa chiamare Padre, ma padre non è. Vedrai al momento del bisogno, altro che angeli...».
È la tentazione a farci un dio-polizza-sulla-vita, un dio-paternalista e non Padre, come certi genitori apprensivi che vorrebbero risparmiare ai figli i problemi, masticare per loro il cibo, camminare al posto loro, stancarsi al posto loro.
Gesù controbatte al diavolo (il quale stavolta cita la Parola di Dio) appellandosi all'esperienza dell'Esodo, della mancanza di fiducia del Popolo verso Dio, e mostrando un principio che dev'essere il faro dell'interpretazione biblica per ogni credente: la Scrittura si interpreta con la Scrittura. «Sta scritto anche»: avverbio fondamentale da applicare rigorosamente, soprattutto nei casi difficili! Le parole della Scrittura non possono mai essere prese come formule magiche da mettere in pratica senza discernimento (e Dio solo sa quanto nella storia e ancor oggi noi cristiani compiamo quest'errore!).


L'ultima tentazione va al cuore della vita spirituale: il potere. L'esercizio del potere, sembra dire Gesù, non può derivare dalla sottomissione al male. Il potere è sempre in vista del bene, e non può derivare da una non adesione alla realtà. E qual è la realtà? Che nessun potere può essere così assoluto da richiedere la nostra genuflessione. Solo Dio si deve adorare, in quanto Egli è l'Unico al di sopra dell'uomo. Nessun potere sulla terra può umiliare l'uomo, e l'uomo non deve umiliarsi davanti a nessun potere. Se per conseguirlo egli adora qualcosa o qualcuno, tale potere diventa demoniaco e disgrega l'uomo, trascinandolo lontano da Dio, unica fonte di potere.


(Pubblicato su Il portico del 05.03.2017)