venerdì 29 marzo 2019

Sempre a favore della vita e della famiglia


Mi sembra evidente che dichiararsi contrari all’aborto e al divorzio, oggi più che mai, sia una scelta ragionevole, da non dare per scontata, perché nei discorsi comuni scontato è piuttosto il suo contrario.
Infatti, solo questo può salvaguardare l’umanità della persona umana: il fatto che scelga la vita e che scelga l’amore.
Per cui è difficile comprendere perché ci si scagli contro un Convegno delle famiglie, se all’interno di questo convegno le persone si dichiarano a favore della vita e a favore dell’amore durevole tra un uomo e una donna, e se chiedono politiche di supporto alla famiglia.
Che poi la legge regolamenti un matrimonio civile quando il consenso (che fa il matrimonio) viene a mancare, o depenalizzi l’aborto (interruzione di gravidanza) a certe condizioni e sotto certi limiti, questo è un altro paio di maniche.
Credo che anche la persona più cinica, che abbia abortito o divorziato, abbia avuto almeno un momento l’idea che il suo matrimonio sarebbe stato “per sempre”, e che quella “cosa” che portava in grembo fosse una “goccia di vita scappata dal nulla”, per usare le parole di Oriana Fallaci, che ogni tanto farebbe bene rileggere anche agli abortisti convinti (mi riferisco al suo Lettera a un bambino mai nato).
Può un cristiano dirsi semplicementea favoredell’aborto e del divorzio? Credo proprio di no.
Papa Francesco ha scritto nell’Amoris Laetitia: «Se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità» (297). 
È difficile dunque comprendere in quale modo l’affermazione a favore della vita e della famiglia sia in contrasto con i valori di civiltà anche laici, che stanno alla base del nostro vivere comune.
Molti radicalchiccon la puzza sotto il naso nei confronti dei cattolici (e tra iradical chic molti son pure cattolici con la puzza sotto il naso) sono poi pronti a stringere la mano a feroci dittatori e a governanti di Stati dove donne, bambini e omosessuali non hanno alcun diritto, perché come al solito,pecunia non olet.
Detto questo è altrettanto incomprensibile come talvolta le persone che parlano di vita e di famiglia si sentano in diritto e in dovere di attaccare persone che hanno fatto scelte diverse o che si trovano a vivere situazioni in contraddizione con la morale cattolica, o quantomeno dubbie.
Non si riesce proprio a uscire fuori dalle dinamiche da stadio neppure all’interno della Chiesa!
Un cristiano è sempre a favore della vita e della famiglia, anche quando queste si realizzano in forme non complete, parziali, carenti.
Ovunque ci sia un germe di amore, esso è un punto dal quale partire per evangelizzare. L’attenzione alla realtà per come ci si presenta è fondamentale per poter annunciare una parola esigente come quella del Vangelo, esigente per tutti, ovviamente.
Pertanto se oggi diciamo che siamo contro l’aborto e contro il divorzio, credo che nessuno stia parlando di mettere in discussione leggi dello Stato, che tra l’altro prevedono la possibilità di appellarsi alla propria coscienza (per i medici), e ovviamente implicano il fatto che non si usufruisca di esse, ma si porti avanti una gravidanza anche difficile e si difenda con le unghie e con i denti il proprio matrimonio.
Stiamo semplicemente dicendo che faremo di tutto per salvaguardare la vita e per costruire e ricostruire la comunione nelle famiglie.
Non da oggi il Diritto Canonico prevede, e in certi casi caldeggia persino, la separazione di una coppia dove lo sfilacciamento del rapporto rischia di compromettere l’incolumità psicofisica e spirituale delle persone coinvolte (coniugi e figli). Ma questa è appunto una extrema ratio, non lasoluzione.
Dunque forse è il caso di smettere di fare chiacchiere da bar o arringhe da talk show su argomenti importanti e ricominciare a parlare seriamente, a confrontarci, a chiedere diritti e a promuovere, sempre e comunque, la vita e l’amore serio, in tutte le sue forme.

venerdì 8 marzo 2019

Vecchio e nuovo, di Alessandro Ramberti


Fresca di stampa l'ultima raccolta in versi di Alessandro Ramberti.

Qui trovate la scheda del libro.

Alessandro mi ha chiesto di scrivere una epilogia che qui pubblico come invito alla lettura.

L’Autore confessa fin da subito la sua posizione metafisica: l’uomo ha un bisogno innato «di sentirsi amato e poter amare per sempre», ha un «desiderio di eternità».
Ed è interessante e profondamente significativo che questo desiderio si esprima attraverso la scrittura (o la pittura, l’architettura e la scultura al limite, che sono forme ancestrali di trasmissione del pensiero e dei sentimenti): già Orazio lo confessava riferendosi alle sue Odi: «Exegi monumentum aere perennius». Ma qui non si tratta di etternare, per dirla con Dante, la propria opera, bensì di mostrare ciò che alberga nel cuore dell’uomo, quella parte «più incredula di noi», e in noi, aggiungerei. Così attraverso questi cinquantun componimenti, Alessandro ci fa percorrere un viaggio dentro noi stessi, accompagnandoci tra il Vecchio e il Nuovo, perché nulla ci sarebbe di realmente nuovo, se non ci fosse il vecchio, il “ciò-che-viene-prima”. Nessuna escatologia senza protologia, per parlare con la teologia. Nessun parlare del poi, se non si può parlare del prima. Perché il poi è il prima trasformato, rafforzato, liberato dalla scorza di precarietà e di limite.
Ecco perché allora la memoria diventa un trampolino di lancio dal quale tuffarsi: «cede il la bemolle/ si dà allo slancio dello spirito», in una tensione che diventa scatto, in un fermo immagine che assume la connotazione del tempo che procede di momento in momento, nel quale è possibile cogliere «segnali fermi».
E ancora altre immagini, come la percezione di sentirsi dentro una gestazione, come in C’è un rumore intorno, in cui la sensazione è proprio quella di stare dentro un grembo accogliente, all’interno del quale si prepara lentamente, attraverso il cambiamento, un nuovo stato di vita. Immagine materna congiunta inscindibilmente a quella paterna, sempre ricercata, perché mater semper certa, pater numquam, secondo l’adagio del Diritto Romano che forse non ha paralleli in Oriente.
Eppure Alessandro sa, e in questo viaggio accompagna il lettore stupito, che niente si origina da se stesso, che tutto brilla di luce riflessa, che finché non splende il sole, il mare sembra nero e buio, ma che da esso, come un pesce in cerca di luce, dentro di noi spira un «soffio incontenibile» che «ci chiama ad uscire».
Sarebbe fin troppo semplice ora elencare i parallelismi pneumatologici, ma qui non si fa teologia. Si mostrano immagini, si pennellano sfumature, come quella che rivela che la responsabilità è la chiave di lettura del proprio essere tagliati dall’origine da cui proveniamo, come in Proprio quando senti. E che questa responsabilità si esprime come obbedienza,obbedienza a ciòche si è, anzitutto, prima che a un ordine esterno, perché l’obbedienza autentica rivela l’irripetibilità di ciascuno: «da te uscirà/ un suono unico».
E ancora, ciò-che-si-è non è mai una definizione: «Tu sei persona/ costellazione». Miliardi e miliardi di stelle, quel microcosmo che Pascal ha intuito e cantato, sono dentro di noi! Nessuno può essere ridotto a un’etichetta, nessuno può ridurre l’altro a un’etichetta.
Anzi, lo sguardo sull’altro, lungi dall’essere uno sguardo giudicante, diventa accesso al comprendersi, nella duplicità del significato riflessivo: comprendere se stessi e comprendersi a vicenda. Siamo testimoni imperfetti, dell’altro e dell’Altro.
Ecco perché, nonostante alberghi in noi una radicale incredulità, essa può essere minata: perché sé è vero che la nostra eternità non è sicura, nelle forme del sapere scientifico e positivista, è altrettanto vero che neppure la nostra incredulità, la nostra mancanza di fede, può esserlo.
Anzi: se la motivazione pratico-scientifica è che il corpo è il corpo, è materia che deriva da materia e in materia si trasforma, che nel corpo nulla c’è di spirituale, il poeta vede in questo un privilegio per chi aspira all’eternità, perché tu sei unico e irripetibile, e questa è la spiritualità della materia: che non è mai esistito uno come te e mai si ripresenterà, qualunque forma prendano dopo la nostra morte gli atomi che ci compongono: «dire che tu sei/ persona degna e non routine/ hai il privilegio/ di avere un corpo».
Così questo corpo, pur ridotto a punto nel giorno ultimo, a una «potenzialità disinchiostrata», secondo una bellissima metafora, sarà evocato da chi ti ha amato, ricordando qui la potenza del finale de Il giorno del Giudizio, di Salvatore Satta: «Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale»; come anche il Rilke de Il Giudizio universale.
Il percorso sfocia dunque in un incontro, anzi ancor prima in una domanda «Dimmi chi tu sei/ ti ascolterò perdutamente/ con sete in gola/ da pellegrino»: dalla visione si passa immediatamente all’ascolto, perché la vera presenza non sfugge e si dimostra compagnia, cioè possibilità di dare senso alla vita e al proprio destino, di dare gusto, di rendere la vita saporita e per questo sapiente.
Un «tu» che si scopre qui e che porta a ringraziare, a riconoscere una mappatura dell’Altro nel volto dell’altro, in una stupefacente coincidenza di trascendenza e immanenza, impensabile a chi ha occhiali scientisti: «Tu che sei laddove/ i corpi le onde e tutti gli atomi/ ti stanno accanto/ con armonia». C’è un luogo, meglio, c’è qualcuno che ha un potere profondamente attraente, ma che a differenza di un buco nero che risucchia la materia, è capace di far stare gli atomi in armonia, persino «per chi era ai margini» dell’universo, o del pluriverso, comunque lo vogliamo intendere, di quel macrocosmo pascaliano che tutto avvolge.
Così si ritorna all’inizio, in una evoluzione di yin yang, dove però si cerca «risposta ai dubbi» per «fare a/ pezzi il male subdolo», quasi un Padre nostro laico e orientale.
No, non si esce uguali a come si è entrati in questo viaggio, accompagnati da Alessandro Ramberti, al quale va la mia gratitudine per avermi fatto suo compagno (cum-panis: il «pane/dell’amicizia/ dell’accoglienza») di viaggio verso l’eternità che abita in noi, consapevoli che si annega nella superficialità di una vita vissuta senza interrogativi e senza compagnie che ci trasmettono un senso, e giammai nella profondità della ricerca.

martedì 1 gennaio 2019

Omelia per il primo dell'anno

La liturgia della Chiesa ci fa iniziare l’anno con la benedizione di Aronne sui figli di Israele e ci parla della circoncisione di Gesù all’ottavo giorno, secondo la tradizione ebraica. La circoncisione è segno di appartenenza a Dio e al suo popolo eletto. Quel segno che Abramo praticò su se stesso e su tutti i maschi della sua casa per dichiarare la sua adesione all’alleanza con Dio.
E in fondo appartenere vuol dire benedire: noi benediciamo, cioè diciamo e vogliamo il bene, di tutto ciò che ci appartiene, persone comprese. E ci sentiamo appartenere a chi ci benedice, a chi dice il bene per noi, tanto che diciamo che non è tanto padre o madre chi ci genera fisicamente, ma chi ci fa crescere, chi semina in noi semi di bellezza e di bontà, chi ci innaffia con la sua generosità e il suo amore, chi ci custodisce con la sua premura e vicinanza al di là di un possibile legame di sangue. Sembra che ogni cosa autentica nella nostra vita inizi attraverso una benedizione, cioè una radicale disposizione al bene e per il bene. 
E allora mi sembra che iniziare l’anno con questa benedizione, significhi per noi iniziare l’anno consapevoli di un’appartenenza fondamentale e basilare nella nostra vita: noi apparteniamo a Dio. Il Figlio di Dio ha voluto appartenere anch’egli alla nostra umanità per dirci che noi apparteniamo a Dio. Ha voluto condividere umanamente, anche attraverso i gesti della religione ebraica, nella quale è nato e cresciuto, i segni della religione ebraica, quelli che potremmo chiamare i sacramenti della religione ebraica.
Ha voluto appartenere a un popolo non per diventare il dio di una nazione, ma per dire che quel popolo apparteneva a Dio, e che attraverso quel popolo tutta l’umanità appartiene a Dio. Per dire anche a noi: tu appartieni a Dio. Tu non sei un essere umano frutto del caso, lasciato sulla faccia della terra solitario e isolato dal resto del mondo, che deve vivere la sua vita individuale.
Tu appartieni a Dio!
Noi non abbiamo più i segni della circoncisione, perché abbiamo i sacramenti. Gesù ha voluto stabilire un legame con i suoi discepoli che superasse i confini della nazione e dell’appartenenza al popolo ebraico, e anche i confini dettati dalla differenza di sesso. Infatti la circoncisione era solo per i maschi, mentre il battesimo è per uomini e donne indistintamente.
Dunque la solennità di oggi ci fa fare un passo avanti nella contemplazione del mistero dell’incarnazione: Dio ci ha donato suo figlio come vero uomo per dirci il suo desiderio di benedizione su ogni uomo e donna.
Non c’è solo l’incanto dei pastori, una scenetta idilliaca di una piccola famigliola. 
C’è già tutto il dramma che costerà a Dio adottarci: tutta la sua vita.
Conosco famiglie che hanno adottato dei bambini, e hanno dovuto fare una trafila lunghissima per essere dichiarate adeguate... poi sono dovute andare spesso all’estero per stare un tempo con il bambino, conoscerlo e farsi conoscere, passare del tempo con lui, guadagnarsi la sua fiducia, instaurare un legame umano.
E poi una volta adottato spesso non sono mancati i problemi, dovuto magari a traumi infantili che si sono portati avanti nella crescita. Quanto hanno dovuto penare certe madri e certi padri adottivi. Davvero un parto, anche se non li hanno generati fisicamente.
Ecco cosa ci dice la liturgia di oggi: Dio ha deciso di venire ad adottarci. Non gli è bastato far esplodere la sua creatività nel dare inizio a ogni cosa che esiste. Non gli è bastato riservarsi un popolo che lo lodasse in tutto il mondo. Attraverso Gesù ci ha fatto comprendere quale fosse il suo vero desiderio: quello di adottarci, quello di farci sperimentare la sua paternità benedicente.
Questo è il cristianesimo, questa è la nostra fede: abbiamo un padre, gli apparteniamo, non come un possesso ma come persone amate.
Noi passiamo tutta la vita ad avvicinarci (e allontanarci) da questo mistero di amore, perché insieme alla consolazione che dovrebbe portarci la consapevolezza di avere un padre e di non essere soli, nasce subito anche il veleno della paura, di quella tentazione di cui parlavamo domenica quando dicevamo che esistono tante persone che pensano di “essersi fatte da sole”, di non avere avuto bisogno di nessuno che le abbia benedette, curate, cresciute.
La tentazione insomma di pensare di essere totalmente indipendenti da Dio.
Salvo scoprire poi che senza Dio non possiamo vivere, perché nel cuore di ogni persona è radicato un bisogno di appartenenza.
Nel romanzo Narciso e Boccadoro, di Hermann Hesse, si narra di due amici, un monaco e un artista. Boccadoro, l’artista dopo aver fatto un periodo in monastero esce alla ricerca della sua identità, cercando continuamente una madre, cioè un’origine che cercherà nelle donne che incontra e proverà a scolpire in una statua della Madonna. Tornato alla fine della vita in monastero, porrà all’amico monaco l’ultima sfida, che riassume il suo percorso di vita: «Ma come vuoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire».
Veramente nel nostro cuore noi abbiamo bisogno di appartenenza, di sentirci chiamare per nome. Perché se nessuno ci chiama per nome noi restiamo nel buio, restiamo nella incomunicabilità, non veniamo alla luce.
Allora in questo ottavo giorno di Natale, in cui facciamo memoria della circoncisione e dell’imposizione del nome a Gesù, noi facciamo memoria della nostra appartenenza a Dio, non più attraverso un segno esteriore sulla carne dei maschi, ma attraverso un segno interiore impresso nel nostro cuore: la coscienza di essere figli e di poter chiamare Dio Abbà, babbo, papà, paparino.
Questa è la vera benedizione sulla nostra vita, che non ci abbandona mai, che ci fa respirare con confidenza le cose belle che verranno e ci fa affrontare con fiducia quelle tristi.
Il Signore faccia sempre risplendere il suo volto su ciascuno di voi!
Amen

martedì 25 dicembre 2018

Omelia nel giorno di Natale


Mi pare che per certi versi il Natale sia ancora più sconvolgentedella Pasqua.
Perché a Pasqua contempliamo il Figlio di Dio che si assume la sua responsabilità, in piena libertà affronta coloro che lo accusano, che lo arrestano, si consegna volontariamente nelle mani di coloro che di lì a poco premieranno la sua libertà crocifiggendolo.
Ma a Natale noi contempliamo Dio non nella sua libertà, manella sua necessità.
Contempliamo Dio che nasce da una donna, che nasce in un luogo non preparato ad accoglierlo, che nasce tra persone semplici e di vile condizione, che nasce da una storia che fu gloriosa un tempo, quella del suo antenato re Davide, ma che ora è confinata nel dimenticatoio. Possiede quarti di nobiltà decaduta.
Nasce nella più piccola borgata di Giuda, nasce tra i disagi comuni a tanta parte dell’umanità, ieri come oggi.
Nulla di particolarmente evidente, nulla di miracoloso.
Ci sono i canti degli angeli, certo, c’è una stella che illumina la notte, sì.
Ma come mai solo i pastori, questi uomini rudi, ne hanno colto un segno che li ha spinti a muoversi, a lasciare il loro gregge nella notte per avvicinarsi a una grotta, a una casa, dove non c’era nulla di prodigioso, bensì una donna e un bambino avvolto in fasce, deposto su una mangiatoia di animali?
Insomma a Natale noi contempliamo non Dio nella sua libertà, ma Dio nella sua necessità di uomo.
Noi siamo sospesitra questi due poli: la libertà con la quale facciamo ciò che vogliamo, e la necessità, che ci viene dal fatto che molte cose non le comandiamo noi, che non ci possiamo dare la vita, che non possiamo autogenerarci, non possiamo stabilire il colore dei nostri occhi, o la nostra altezza, o la precisione della nostra vista o l’acutezza del nostro pensiero. Né possiamo governare tutti gli elementi, tutte le incognite della vita stessa.
Noi nasciamo e subito siamo persone bisognose: bisognosi di cure materne e paterne, bisognosi di coccole, di latte, di qualcuno che faccia per noi tutto, letteralmente. Che ci insegni a vivere. Lasciati a noi stessi moriremmo subito.Quando nasciamo non abbiamo capacità di resistenza.
Siamo polvere, siamo terra.Siamo umili nel suo senso originario: fatti di terra, appunto, figli di Adamo.
Capite allora perché mi sembra che il Natale per certi tratti appaia ancor più sconvolgente della Pasqua: perché quel Bambino ha avuto bisogno di tutto, ha avuto bisogno di una mamma e di un papà, di qualcuno che festeggiasse la sua nascita, di qualcuno che gli facesse le coccole, di qualcuno che gli desse da mangiare, lo lavasse, lo cambiasse, lo custodisse dal freddo e dalla cattiveria degli uomini. Sarebbe potuto morire di pertosse o di morbillo, per dire.
Dio – quel bambino – ha avuto bisogno degli uomini, di una donna e di un uomo.
Dio ha avuto bisogno di noi.
Dio ha voluto avere bisogno della sua creatura, nella estrema necessità che possiamo contemplare in un bambino appena nato.
Noi siamo – in un certo qual modo – responsabili di Dio, della sua presenza nel mondo.
Mi infastidisce terribilmente sentire i discorsi di chi dice: «Se questo mondo va male è colpa della società, del mondo che ci circonda, degli altri.
Incolpiamo noi stessi piuttosto, se davanti a questo Bambino divino volgiamo lo sguardo. Se ci fermiamo a contemplare un’immagine dipinta o una bella statuetta del presepio ma non ci fermiamo ad ascoltarne la sua voce, il suo pianto dentro di noi, se non facciamo spazio al suo bisogno di noi nel suo cuore.
A lui non è piaciuto stare in cielo senza di noi, senza la sua creatura amata.
È venuto perché aveva bisogno di noi, lui che di nulla ha bisogno.
Ce lo ha mostrato con la potenza semplice di un bambino, che è improduttivo, che non sa fare niente, che secondo i canoni della nostra società è piuttosto un costo e un peso sociale (ed è anche per questo che la gente non fa più figli).
È venuto per mostrarci che la nostra necessità, tutti quegli aspetti della vita che non possiamo governare, e che ci spaventano più di tutto: l’abbandono, la malattia, la solitudine e via via fino ad arrivare alla morte, quella di chi amiamo e la nostra, ebbene tutti questi aspetti della vita non sono una maledizione, non sono un destino inesorabile che ci sovrasta, ma una possibilità,la nostra unica e irripetibile opportunità di essere uomini e donne, di esserlo veramente, di esserlo gioiosamente. Questo è il Natale per me:fare come Dio, diventare uomini. Compiere la nostra umanità con amore, con passione, con dedizione, lasciarci amare per diventare a nostra volta capaci di amare.
Lasciarci amare, quanto è difficile questa parola. Lasciarci amare da chi ci ama, e lasciarci amare da Dio. Pensiamo che il primo passo sia fare qualcosa, mentreil primo passo è lasciar fare, lasciarci amare.
Apriamo il cuore, carissimi fratelli e sorelle, abbiamo estremo bisogno di Dio, abbiamo estremo bisogno di contemplarlo nel suo aver bisogno di noi. Sì, Dio ha bisogno di me. Questo è il vero miracolo! Agli occhi suoi io sono prezioso.
Lo accoglierò? Le tenebre del mio cuorecercheranno certamente di sopraffarequesta piccola presenza, questa presenza inerme, questa insignificante presenza. Ma la sua luce è più forte, se gli diamo fiducia, se ci facciamo attirare dalla sua bontà, dalla sua mitezza. Natale è nuova partenza, per destinazioni sconosciute, ma con in mano un bagaglio semplice:lasciarci amare, lasciarci toccare, lasciarci accarezzare da Dio. Allora scopriremo l’impossibile agli uomini: che anche noi siamo capaci di amare disinteressatamente, di perdonare, di far ricominciare chi ci ha fatto un torto.

Morì per liberare l’umanità dall’acredine
poiché tutto ciò che ebbe a soffrire era ingiusto,
e mostrò amore ove amore così di rado appare:
nel buio, nel dolore, nella morte. Prese la nostra polvere
e le insegnò a benedire. (Elisabeth Jennings)

domenica 28 ottobre 2018

Pensieri su Bartimeo, cieco, e sui preti

Molti lo rimproveravano perché tacesse
Che magra figura che ci fanno i discepoli. Sempre timorosi di preservare il Signore, di non disturbarlo troppo, perché ha molto da fare e non può stare a sentire ogni mendicante che sta fermo su tutte le strade in cui passa.
Mi sembra di vedere questa cerchia allargarsi sino ad oggi: verso il parroco, verso il vescovo, verso il papa: un cordone di sicurezza che talvolta li rende inavvicinabili... Loro sanno che cosa è giusto fare, cosa consigliargli, vogliono risparmiargli la seccatura di dover ascoltare l’umanità che sta ai margini e che non ha biglietti da visita da far valere, ma solo la forza del proprio grido di sofferenza.
Ma Gesù non è inavvicinabile, e anzi comanda ai suoi discepoli che chiamino Bartimeo.

C’è una suggestione che mi viene ascoltando il grido di Bartimeo e lo zelo silenziatore dei suoi discepoli: occorre ricuperare la capacità di gridare, o quantomeno di parlare, senza che qualcuno ci zittisca. Noi facciamo molta fatica a parlare di noi, a condividere qualcosa di profondo di noi stessi, non dico con i laici, ma ancor prima tra noi preti, persino tra amici. Il nostro ruolo ci impone (almeno questa è l’idea del prete) sempre uno standard che è fatto di certezze, di assertività, una diplomazia che spesso ci fa bypassare i nostri crucci, le nostre disperazioni, le nostre nevrosi. Le risolviamo con un po’ di grazia a buon mercato, ma a lungo andare questo sfibra la nostra anima. Voglio dire che il peggior “discepolo silenziatore” ce l’abbiamo dentro di noi: preti che non fanno mai una visita medica (io sono il primo) perché si credono immortali. Preti che non controllano il loro modo di mangiare o di bere, perché sembra non avere niente a che fare con la loro anima. Preti che non si interrogano mai sul loro rapporto con i soldi, e non comprendono che accumulare è un modo di dire: Ho paura di morire. Preti che non sono mai sfiorati da un dubbio sulla loro sequela. Persone anafettive perché abituate a non esprimere mai i propri sentimenti

E che vivono tutto questo a volte con sensi di colpa enormi, perché hanno silenziato quel grido interiore. E non parlano. Non dico che siamo tutti problematici, però se leggiamo la nostra storia con un po’ di onestà, proviamo a vedere se non è vero quel che dico... 
Occorre ricuperare la capacità di ascoltarci, nel senso di ascoltare noi stessi e di ascoltarci tra di noi: «Solo nell’incontro con una persona che non censura, dirige o manipola, ma che tollera e accetta davvero tutto ciò che vive nell’anima di un individuo è possibile diventare sinceri nei confronti di se stessi e trovare, in virtù di quanto si scopre in questo modo, il coraggio di cercare nuovi atteggiamenti» (Drewermann).

«Gli rispose: “Cosa vuoi che io ti faccia?”». Imparare dallo stile di Gesù
Gesù non insegna niente a Bartimeo (altre volte lo farà, e del resto questo è chiaro dall’appellativo con cui Bartimeo gli si rivolge: lo chiama Rabbunì,maestro mio). Non si tratta qui di contrapporre insegnamento e azione.
Gesù parla al cuore, anzi ascolta il cuore, il desiderio di vedere di Bartimeo. Lo fa aprire e sbocciare, gli fa sentire di essere considerato, capito, riconosciuto nel suo essere bisognoso. Non solo aiutato con una moneta!
Questo permette al nostro interlocutore di ritrovare fiducia in se stesso e di diventare discepolo.
Gesù non castra i nostri desideri. Talvolta una malintesa spiritualità ci fa pensare (e ci fa dire): devi rinunciare ai tuoi desideri, perché Dio deve metterti i suoi nel cuore... sì e no.
Anzitutto Gesù guarda anche alla domanda di vita di ciascuno di noi: «Cosa vuoi che io ti faccia?». Non è Aladino che ti offre di sfregare la lampada, ma non è neanche Zeus che ti impone la sua volontà dall’alto: è un Dio che scende in dialogo, al tuo livello, che intercetta i desideri del tuo cuore per metterli a servizio del regno.
Il Messia non evita la sofferenza che incontra, non si schermisce dicendo: Cosa posso farci io?Bensì la accoglie, la fa sua, la porta su di sé. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore perché rivestito anche lui di debolezza: è un (il) sofferente che conosce la sofferenza, accoglie le persone che gli si presentano come sono realmente, si innesta nel loro dolore e nella loro insicurezza: il miracolo viene quando la fede è pronta ad accoglierlo.

sabato 27 ottobre 2018

Non ditemi che è un problema di “sporchi negri”

Sgombro preventivamente il campo da qualunque polemica, ogni omicidio è un crimine, specialmente se compiuto in modo deliberato e per motivi futili o abietti.
A chi lo ha compiuto va data la pena massima e va assicurato un percorso di rieducazione.
Senza se e senza ma. Punto.
Ora veniamo ai fatti: a Roma qualche giorno fa una ragazza di 16 (sedici) anni, tossicodipendente, padre spacciatore, madre adolescente a sua volta, andata probabilmente a cercare una dose, è stata stordita, stuprata e uccisa da quattro (o forse più) uomini, tutti nerissimi, davanti ad alcuni testimoni.
I giornali nazionali inondati da questa notizia che alimenta il voyeurismo italiota.
A metà settembre sul Lago Omodeo, a Ghilarza, un ragazzo di 18 (diciotto) anni, piccolo spacciatore, è stato ucciso da cinque-sei persone, fatto a pezzi e sepolto, probabilmente perché aveva commesso lo sgarro di andare a casa di una 17enne a chiedere il pagamento di una dose di fumo. Ragazza che durante l’omicidio è stata registrata piagnucolare dentro l’auto che era sotto microspia perché il padre del “capo” era a sua volta sospettato di un omicidio avvenuto un anno prima.
Gli assassini e i complici non superano i 21 anni. Sono bianchissimi.
E nessuno ne parla, non ci sono scoop gossippari e scandalistici.

Ma trovate voi le differenze, se ci riuscite.
Purtroppo c’è chi cavalca l’odio razziale, chi dice che questi “vermi” devono marcire in galera, etc etc.
Invece i tranquilli ragazzi di Ghilarza che hanno pianificato e messo in atto un omicidio a sangue freddo, erano bravi ragazzi che chissà cosa gli è passato per la testa.

No, in realtà nei quartieri degradati di Roma, come nelle periferie che sono i nostri piccoli paesi dell’interno (e anche della costa), il problema è che la droga gira come fosse pop corn, che nelle campagne inaccessibili del Supramonte e dell’Ogliastra si coltivano ettari di marjuana, che in Sardegna l’abbandono scolastico prima del diploma è il più alto in Italia (oltre il 33% a fronte del 28% nazionale), che mancano biblioteche, cinema, teatri, luoghi in cui si promuove la cultura, mancano palestre, le scuole sono fatiscenti, non insegniamo più la bellezza, mancano scuole di musica, corsi di pittura...
Il degrado è alle stelle nei nostri paesi, dove i giardini pubblici diventano presto selve oscure, dove non si fa la manutenzione delle strade, dove non si dipingono le case, dove gli uffici pubblici non danno le informazioni che dovrebbero, dove se uno ha un problema... che se lo risolva da solo...

Io vedo tutto nero?
Spesso sì, vedo tutto nero.
Vedo soprattutto che abbiamo trascurato di costruire una società più giusta, pensando che il benessere – inteso come il possesso dell’ultimo gioiello tecnologico o la libertà di fare quel che si vuole, fosse anche drogarsi liberamente – fosse l’unica cosa da perseguire. E ancora siamo su questa strada! Non ce ne frega nulla!
Cosa sta facendo l’attuale Governo per la cultura, per le scuole, per promuovere la legalità, per fare anche dei piccoli paesi e delle periferie delle grandi città dei centri dove si impara a parlare, a confrontarsi, a raccontarsi, ad affrontare i problemi invece che affogarli nell’alcool e nella droga?
Ha un piano di rinascita o preferisce dare uno stipendietto a tutti, stipendietto che finirà presto nelle slot machines col bollo statale a cui hanno appena sollevato l’aliquota di prelievo erariale? Nel 2016 in Italia si sono spesi 96 miliardi di euro alle macchinette, pari alla spesa per l’Istruzione. Quanto ha guadagnato lo Stato? Circa 20 miliardi.
Perché se per voi è normale che una ragazzina di 16 anni vada a bucarsi a mezzanotte in un palazzo fatiscente covo di pusher, per me non lo è.
Se per voi è normale che una ragazzina di 17 anni, offesa perché colui che le aveva venduto degli spinelli, bussa alla porta di casa a chiedere i soldi, scatenando l’ira vendicatrice degli amici, per me non lo è.

Ma non ditemi che è un problema di “sporchi negri”, per favore. Il problema è molto più serio e tragico, ahimé, e nessuno, tra quelli che dovrebbero e potrebbero fare qualcosa, sembra accorgersene. Anzi, proprio loro alimentano la paura del nero, e in questo dimostrano di essere sporchi bianchi. Non la sentite come un’offesa vero? Male.







Once more I could lift you strong
Out of the loneliness
And the emptiness
Of the days

mercoledì 19 settembre 2018

Io non so in quale modo - poesia


Io non so in quale modo
ti riconoscerò quando verrai.
Sarà forse perché il sole ingiallirà l’aurora
sorgendo da ovest
o per il rossore del cielo
al fondo della notte?
O non piuttosto perché l’erba 
crescerà rigogliosa sul ciglio della strada
con qualche papavero
e spruzzi di margherite 
che odorano come animali quando piove
e la comunissima camarezza sparsa ovunque
come ad ogni primavera
e le tue mani mi daranno carezze
a lungo attese e mai meritate.

(18 settembre 2018, 00.20)