venerdì 19 aprile 2019

Omelia per il Venerdì Santo - Su scravamentu

«E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me».

Certo, tu l’avevi detto... e noi immaginiamo la felicità come un eterno salire. Noi pensiamo che la strada del successo sia un’ascesa, appunto, una scalata fino al gradino più alto. E su questo basiamo la nostra vita. Non desideriamo più essere quel che siamo. Ammantiamo i nostri desideri insani di progresso, lo chiamiamo miglioramento delle condizioni, perché, certo, diciamo che vorremmo che i nostri figli vivessero meglio di noi. E così le vecchie generazioni che non poterono andare a scuola fecero sacrifici enormi perché almeno alcuni dei figli potessero diplomarsi o laurearsi. E va bene.
Ma ora quale sarà il prossimo passo? Quale sarà il prossimo scalino che vogliamo far salire ai nostri figli?
Vedete come è diversa la promessa di Cristo: il suo innalzamento non è glorioso, non è un miglioramento. È piuttosto una ostensione, cioè un metterci davanti la realtà: la sua morte, la morte del Figlio di Dio e del Figlio dell’uomo.
Quell’innalzamento lui lo chiama “gloria” e noi non possiamo sopportarlo, perché per noi la gloria è ricevere un premio, una medaglia, un aumento di stipendio, o fosse anche un encomio o un minimo ringraziamento. Per noi la gloria è costruire pinnacoli e torri altissime, e dare il nome a invenzioni che migliorano e semplificano la vita, e dare il nostro nome alle strade del paese. 
Ma che gloria c’è sulla croce?
Noi non sospettiamo minimamente che la tua gloria sia stata quella di scendere Tu al nostro livello, quella di posarti e camminare sulla nostra stessa terra, di amare con cuore d’uomo, di accarezzare i bambini, di donare speranza agli ammalati, di mostrarci il volto del Padre nel tuo abbraccio perdonante.
Noi ne abbiamo paura di un Dio così semplice, di un Dio così terra terra. Di un Dio che muore noi abbiamo tremendamente paura, perché in lui vediamo la nostra stessa impotenza davanti alla morte.

Soprattutto in lui vediamo un uomo che continua ad amare, e noi ci spaventiamo davanti a chi ama gratis, a chi salva gratis, a chi non vuole dimostrare nulla, ma ama fino alla fine. Lo guardiamo quasi come un extraterrestre. Noi ci spaventiamo davanti alla semplicità, all’ingenuità, alla purezza. 
Noi soprattutto non possiamo sopportare il dolore. Noi sprechiamo il dolore e la sofferenza, cercando il modo di abbreviarli. Non riusciamo a trapassarli. Ecco perché ci spaventiamo davanti a questo “spettacolo”, a questo dolore, a questa passione, a questa morte: perché in esso vediamo tremendamente realizzati e amplificati tutti i nostri dolori, tutti i dolori di questa umanità che non smette mai di soffrire.
E ci chiediamo: A che serve soffrire? Perché soffrire? Da stolti quali siamo abbiamo persino sviluppato teorie sulla sofferenza, dicendo che la sofferenza salva, purifica, redime.
Ma davanti a te, Signore crocifisso e benedetto, ci rendiamo conto che i nostri vaneggiamenti si annullano. Tu non hai fatto teorie sulla sofferenza. Tu hai sofferto. Tu sei stato lì, nella sofferenza, a occuparti di chi ti crocifiggeva, di chi era crocifisso insieme a te, di chi ti vedeva crocifisso. Tu hai patito rimanendo uomo, ed è per questo che noi guardiamo a te con speranza. Perché non sei fuggito, e ci insegni a non fuggire, a non sfuggire alla vita, ma a viverla, perché alla fin fine questo soltanto conta: l’intensità della nostra vita. E allora scopriamo, non come una teoria, ma sulla nostra pelle, che esistono dolori che guariscono, come esistono gioie che ammalano.

E allora anche il nostro dolore ci appare più sopportabile, perché unito al tuo, unito a quello di tanti fratelli e sorelle che soffrono nelle nostre case, che soffrono per la mancanza di amore, di speranza, che soffrono per la guerra, la persecuzione, la privazione dei loro diritti. 
Tutto è già qui, sulla croce, nel tuo dolore, Signore Gesù. Non farci fuggire dal dolore.
(Giuseppe nel mentre si pone davanti alla croce, insieme al suo servo)
Vengono avanti due uomini. Sono tra i più paurosi di tutti. Sono persone importanti. Giuseppe è ricco, è un membro del sinedrio, è una persona che conta. L’evangelista Giovanni ci dice che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per paura dei Giudei. Eppure ancora san Luca ci dice che non aveva aderito all’operato del Sinedrio. Lui non ti ha giudicato stanotte, Signore!
Ecco qui la differenza, davanti a te, Signore. Noi abbiamo paura molte volte nella vita, abbiamo paura di essere messi in discussione, abbiamo paura di dire qualcosa che scontenta gli altri perché temiamo le conseguenze. Siamo pusillanimi quando temiamo di perderci la faccia, di perdere il buon nome, di perdere la considerazione dei più.
È la differenza che facciamo anche quando ci confessiamo: noi diciamo, un po’ come i bambini: Non lo faccio più. Ma dovremmo dire: mi oppongo!
Questa è la vera lotta contro il male.
Piangiamo qui oggi perché vediamo uno, il Figlio di Dio, che ha detto: io mi oppongo al male. E mi oppongo con la forza irresistibile dell’amore. Perché questo è il vero pentimento. Il vero pentimento non è indossare il cilicio, il vero pentimento non è fare penitenze. Il vero e perfetto pentimento è amare di più, amare ancora una volta!

O Gesù, ma quant’è che abbiamo disatteso questo tuo comandamento dell’amore! Forse tu, Giuseppe di Arimatea lo hai capito, sei andato coraggiosamente da Pilato a chiedere il corpo del tuo maestro e gli hai dato la tua tomba, una tomba bella larga, spaziosa, scolpita sotto un giardino. (Nicodemo e il servo vanno di fronte alla croce)
E poi ci sei tu, Nicodemo, discreto amico delle nostre notti di domande che non trovano risposta, condiscepolo del nostro desiderio di uscire allo scoperto e della nostra impossibilità di elevarci da soli, caro compagno dei nostri dubbi di fede, delle nostre incapacità di comprendere cosa significhi rinascere, mesto sodale del nostro tarparci le ali da soli, di noi che siamo così attaccati al si è sempre fatto così, che temiamo la novità di vita perché pensiamo sia una fregatura, che pensiamo che sia meglio prendersi il sicuro e ci evitiamo la fatica di esplorare terre sconosciute.
Oh Nicodemo, come ti sentiamo vicino, fratello nostro, amico nostro, compagno nostro.
Eppure, eppure... anche tu sei lì questa sera, al Golgota a schiodare Gesù, a toglierlo da quella fissità dove stai tu stesso. Non ti rendi ancora conto che schiodando lui, finalmente stai schiodando te stesso, ti stai dando la possibilità di lasciar fare a Dio, ora che gli uomini hanno già fatto tutto: hanno accusato, hanno giudicato, hanno condannato e crocifisso, hanno ucciso.
Ora compi quest’ultimo atto di uomini e chiudi Gesù nel sepolcro, perché attenda l’azione di Dio, perché sia risollevato dal sonno della morte, perché rinasca dall’alto, e trascini a vita nuova, finalmente, anche te e anche noi.
Nessuno è mai salito al cielo se non colui che è disceso dal cielo: questa verità ora la comprendi, la schiodi dal legno, la prendi sulle tue spalle, la adagi su una lettiga e la porti al sepolcro.

Vengono in loro aiuto due giudei.
Prima di iniziare il pietoso compito si inginocchiano in preghiera ai piedi della croce. “Solo con mani innocenti e cuore puro oseranno toccare il corpo del Signore.”
(Silenzio di preghiera, breve pausa di silenzio)
Silenzio. Perché solo nel silenzio parla Dio. Anche qui, che illusi siamo! Pensiamo che Dio parli nelle parole, spesso nelle nostre parole maldestre e insufficienti. Ma ogni partenza si fa da fermi, ogni fuoco è acceso da qualcosa che fuoco non è. Ogni parola nasce da qualcosa che parola non è: dal silenzio, appunto.
Noi, uomini scientifici del XXI secolo, del terzo millennio, homo tecnologicus ci siamo autobattezzati, self made man, uomini che si fanno da soli, pensiamo che il silenzio sia un lusso che non ci possiamo permettere, un lusso da monache di clausura, pensiamo che sia necessario andare, parlare, fare, muoversi. Che solo chi parla più forte vince.
Non sospettiamo minimamente l’illusione che si nasconde dietro questo nostro agitarci. Ma oggi siamo costretti a fermarci, come ci fermiamo quando ci muore una persona cara, e abbassiamo le serrande, e ci assentiamo da lavoro. Oggi siamo costretti a fermarci, davanti all’Uomo che muore. Tu ci raccontasti una volta di un Samaritano che si fermò anche lui davanti all’uomo lasciato moribondo sulla strada verso Gerico...
Siamo costretti dall’insuperabile carica di patimento a fare silenzio, cioè a fare i conti con la voce di Dio che parla in quest’Uomo, maledetto, contato tra i malfattori, fatto peccato, sputato, deriso, flagellato.
Siamo costretti a fare i conti con la potenza tremenda del male. Ammutoliamo fratelli e sorelle, perché davanti al male non abbiamo parole. Ma questo silenzio, dicevo, è l’occasione che Dio ha di parlarci, di parlarci nel suo Figlio, non attraverso miracoli o segni, non attraverso discorsi, ma attraverso il suo corpo benedetto. Il suo corpo umano!
E allora ci rendiamo conto di come noi stessi abbiamo rinunciato a questo linguaggio. Non sappiamo toccare con castità, non sappiamo accarezzare con purezza, non sappiamo baciare con tenerezza, non sappiamo guardare con amore. Talvolta sembriamo lupi rapaci, assetati di possedere gli altri, le loro idee, le loro cose, i loro corpi.
Il silenzio ristabilisce la distanza giusta dove riconsiderare i nostri rapporti. Solo davanti a te, Signore crocifisso, noi possiamo confrontarci con il profondo abisso del male e con l’abisso ancor più profondo della misericordia che si incunea in esso, sfondandolo.
Ora Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, salite a deporre dalla croce il corpo Santo del Salvatore del mondo. (Salgono i gradini della scala)

Dicono che la tua corona di spine sia custodita nella Cattedrale di Notre Dame e che si sia salvata dall’incendio che ne ha devastato il tetto. Noi ne abbiamo fatto una reliquia, per aumentare la nostra devozione alle tue piaghe. Qualcuno che si sia preoccupato dell’eucaristia conservata nel tabernacolo? Certo, un’opera d’arte è un’opera d’arte, una reliquia è una reliquia...
Ma il tuo corpo! Dio fatto uomo, tre volte santo, il Tuo Corpo benedetto!
E noi facciamo sempre così, scambiamo l’involucro per il contenuto.
Togliamo la corona di spine dalla tua statua, e la mettiamo in capo ai nostri fratelli.
Che grandi ipocriti siamo! Oh Signore, perdonaci, non disgustarti ancora se abbiamo scambiato la fede in te con dei gesti teatrali. Facci comprendere la forza misteriosa dell’amore che accetta di farsi scambiare per un Dio ridicolo, da farsa, che accetta di essere il protagonista di uno spettacolo per far ridere i soldati, ma non torna indietro dall’amore.
Ricordaci, con la tua corona di spine, che non ci è mai lecito scambiare qualcosa per qualcuno. Che nessun possesso è più grande di un rapporto tra persone, che nessuna apparente religiosità ci immunizza dalla freddezza e dalla cattiveria nei confronti degli altri.
Giuseppe d’Arimatea togli dal capo di Gesù la corona di spine e mostrala a tutti noi. (Toglie e mostra la corona di spine) (la consegna al servo e il servo la consegna alla Maddalena)
Giuseppe consegna la corona di spine al giudeo, perché la consegni alla Maddalena che la presenta alla Madre addolorata. (prende e presenta a Maria)
Nicodemo toglierà il chiodo della mano destra, la tua mano inerte penzolerà dalla croce. Che scena, Signore, la morte. Un corpo inerte, le braccia inerti, movimenti che non affrontano più la forza di gravità. È incredibile pensare come solo i vivi stanno in piedi: combattiamo ogni giorno contro la forza più misteriosa di cui siamo fatti: quella che ci attrae verso il basso. Ma da morti, improvvisamente cadiamo, ci afflosciamo, la forza ci abbandona. Così è della tua mano inchiodata: la forza l’ha abbandonata. La forza taumaturgica, la forza risanatrice, la forza dirompente della tua santa mano non c’è più. Dio è improvvisamente debole ora. Se la mano è l’organo del “fare”, ora dobbiamo dire che Dio in te non può più fare nulla. La forza di Dio è stata trapassata da un chiodo.
Nicodemo togli il chiodo dalla mano destra e mostralo a tutti noi.
(Batte con il martello e toglie il chiodo e lo mostra)
Nicodemo consegna il chiodo al giudeo perché lo deponga ai piedi di Maria nostra Madre Santa. (La Maddalena porta il chiodo ai piedi di Maria)

Ora anche l’altra mano viene schiodata e ricomposta. Noi usiamo congiungere le mani dei nostri cari defunti e intrecciarle con la corona del rosario, con un fiore, in un gesto estremo di preghiera. Le componiamo, diciamo.
Ed ecco, anche con te facciamo lo stesso, schiodiamo le tue sante mani, le tue mani venerabili che hanno fatto passare il pane e il calice ai discepoli, che hanno offerto il perdono, che hanno risanato.
Tutto ci suona sinistro oggi, sinistro come un presagio. Quelle mani torneranno a benedire? Torneranno a guarire, a salvare, a offrire? O resteranno ormai immobili per sempre?
Noi sappiamo come va a finire la storia, certo... in conclusione ci sembra una favola a lieto fine. Ma avere il coraggio di stare su quelle mani, avere il coraggio di stare davanti a Dio crocifisso. Avere il coraggio di stare nell’inazione, nell’incapacità di agire. Fermarsi un momento per cercare in quelle mani trafitte il senso del nostro agire e il senso della nostra impossibilità a farlo. Spesso vorremmo fare di più, diciamo. Ma il confronto è sempre molto ristretto: ci confrontiamo con uno standard religioso che è tutto nella nostra testa. Tu ci salvi nel momento della tua massima debolezza, tu ci guarisci quando le tue mani non possono più guarire. Lo capiamo questo? E soprattutto, accettiamo di dire e di credere, con San Paolo che il Signore dice anche a noi: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.


Giuseppe d’Arimatea togli il chiodo dalla mano sinistra e mostralo a questo popolo. (Batte il martello e mostra il chiodo)
Giuseppe consegna il chiodo al discepolo che lo passa alla Maddalena, perché lo deponga ai piedi della Santa Madre Addolorata. (Porta il chiodo)
Aveva ragione Maria di Betania, profumandoti i piedi con trecento libbre di nardo prezioso e asciugandoli con i suoi capelli: sapeva misteriosamente che dopo le sarebbe stato impedito, e ha voluto anticipare la tua sepoltura. Ora quei piedi sono sporchi, hanno camminato sulla via del Calvario, sono incrostati di sangue rappreso, sono forati. Il gesto dello schiavo che tu hai fatto ai tuoi discepoli, non hai voluto che loro lo facessero a te: degli uomini che rischiano di pensare che leccare i piedi al potente sia un modo per ottenere il potere a loro volta. Hai voluto che te lo facesse una donna, quel gesto, con tutta l’ambiguità che uomini dall’occhio malato ci hanno visto, che te lo facesse una donna, per scialacquare amore, non per dimostrare sottomissione.
Stasera noi ti ringraziamo per tutte le persone, donne e uomini, che rifiutano i segni del potere e offrono il dono di un amore senza misura.
E ti chiediamo di aiutarci a essere così, discepoli tuoi che ci chiedi ancora una volta non di lavarti i piedi, ma di lavarceli noi, gli uni gli altri. E ci dici che questo è il vero modo di schiodarti dalla croce: schiodando i piedi degli altri, lavando i piedi degli altri, servendoli fino alla fine, con scialacquio di forze e di beni, con scialacquio di amore.

E ora Nicodemo togli il chiodo che ha trapassato i piedi di Gesù e mostralo al popolo. (Batte sul chiodo, lo toglie e lo mostra)
Ed ecco il corpo del reato! In ogni crimine che si rispetti c’è sempre un corpo del reato. Qual è stato il tuo crimine? Per cosa sei stato condannato? Perché – dicevano – ti sei fatto Dio, hai detto di essere Dio. Ed ecco allora quel corpo, ecce homo, ecco l’uomo, ogni uomo, nel quale si riverbera una scintilla di Dio. Fatti a tua immagine!
La prova del tuo reato, per il quale sei stato condannato, sei tu stesso. L’evidenza del tuo amore è qui davanti a noi, è il tuo corpo.
Perché tu non hai fatto qualcosa, ma piuttosto sei stato qualcuno: questo era insopportabile per loro, e talvolta anche per noi, che scambiamo il mezzo con il fine, il fare con l’essere. È insopportabile che tu non ci doni cose, ma ci offri te stesso. La natura di Dio è quella di uscire continuamente da sé stesso, come se non gli bastasse il suo amore che pure basta a sé stesso, se non può parteciparlo alle sue creature deboli e fragili.
Noi vogliamo te, vogliamo seguire te, non vogliamo qualcosa, non vogliamo dei doni, non vogliamo dei miracoli. O forse sì, vogliamo anche questi. E tu aiutaci allora, Signore, aiutaci a fare quel piccolo passo che supera la cornice dei doni e delle cose, per vedere il datore di questi doni. Aiutaci a fare sempre quel movimento del cuore che sa riconoscere dietro ogni dono, quello che tu sei per noi.
Mistero grande della fede!

Discepoli del Signore calate ora dalla croce il corpo privo di vita di Gesù e mostratelo all’assemblea. (calano il corpo)

ANIMA CHRISTI, SANTIFICA ME
CORPUS CHRISTI, SALVA ME.
SANGUIS CHRISTI, INEBRIA ME
AQUA LATERIS CHRISTI, LAVA ME.


Passio Christi, conforta me.
O bone Iesu, exaudi me.
Intra vulnera tua absconde me.RIT.

Ne permittas a te me separari.
Ab hoste maligno defende me.
In hora mortis meæ voca me.RIT.

Et iube me venire ad te,
ut cum sanctis tuis laudem te
per infinita sæcula sæculorum. Amen

Ed ecco ancora una volta svelato a noi corporalmente che per entrare nel Regno bisogna diventare bambini. Vieni messo sul lettino, come un tempo fosti adagiato in una mangiatoia, avvolto in fasce che già prefiguravano le bende del sudario di morte. Ora, nuovamente, sono altri che ti adagiano, è tua madre che compone un attittidu,come allora ti cantava la ninna nanna. E chi meglio di una donna, può conoscere il dolore del parto e il dolore della morte? E chi meglio di lei può cantare con tenera pietà la grandezza enorme del male, e la segreta speranza che non tutto è stato vano, che la tua morte vera attende una parola risolutrice dal Padre, che non vuole la morte del giusto, che non ha voluto neanche la tua morte, ma ha voluto che si trovasse qualcuno fedele sino alla fine, qualcuno amante sino alla fine, qualcuno che potesse mostrare a ogni uomo e a ogni donna, come si è figli amati, come si ama davvero fino alla fine.
Vieni, dolorosa,
Mater Dolorosa delle angosce dei timidi,

Turris Eburnea delle tristezze dei disprezzati,
fresca mano sulla fronte febbricitante degli umili,
sapore d’acqua di fonte sulle labbra riarse degli stanchi. (Pessoa)
Ricevi ora anche tu i segni della passione, quelli che già hanno trafitto il tuo cuore di Madre.
Ricevi il tuo stesso Figlio amato.

Contemplalo, perché certo tu più di tutti conosci il suo patimento. E tu più di tutti hai speranza anche per noi, crocifissi nel peccato, per noi violenti, per noi calunniatori, omicidi del nostro fratello. Tu più di tutti hai speranza per noi, o Madre di speranza.
Sei disteso su un letto di morte. Ma noi attendiamo; nel pianto, certo. Ma noi attendiamo che ancora il Padre compia la sua volontà.
(Gesù viene portato nel lettino, pronto per la processione)

(Scena della Maddalena e Giovanni)

giovedì 18 aprile 2019

Omelia per il Giovedì Santo - Coena Domini e Lavanda dei piedi

Due segni ci vengono mostrati in questa sera. Due segni semplici che noi conosciamo benissimo, perché appartengono ai nostri rituali quotidiani, a quella che potremmo chiamare la nostra liturgia domestica: mangiare e lavarsi. E proprio perché sono due azioni che appartengono alla vita comune di ogni persona, in qualsiasi parte del mondo abiti, ogni ricerca umana di una strada che porta a Dio ne ha fatto dei riti religiosi. In un modo o nell’altro, le religioni sparse nel mondo hanno un riferimento ai pasti sacri, o quantomeno regolano il modo di mangiare, di macellare la carne, di cucinare certi cibi e altri no, e alle abluzioni, alle purificazioni rituali.
Allora potremmo dire che Gesù in fondo non ha fatto nulla di nuovo, ha dato una cosa in più, ha creato una religione in più...
Beh, non è proprio così.
I pasti rituali infatti, ottenuti attraverso sacrifici di animali, o offerta di primizie, di frutti della terra, hanno lo scopo di nutrire Dio, di placare la sua ira verso gli uomini, di offrirgli qualcosa attraverso la quale Lui sia contento di noi.
Così anche i lavaggi, le abluzioni sacre, dicono il desiderio di autopurificarsi per essere degni di avvicinarsi a Dio.
Ma nulla di tutto questo stasera.
Nulla di tutto questo nell’eucaristia, e nulla di tutto questo nella lavanda dei piedi che tra poco faremo per ripetere il gesto di Gesù.
Attraverso questi gesti infatti, Gesù non ha voluto darci qualcosa che servisse a tenere buono Dio, a evitare i mali che incombono inevitabilmente sulla nostra vita. Non ha voluto purificarci per essere degni di accedere a Dio.
In questi gesti noi vediamo ciò che Dio ha fatto e continua a fare per noi: vediamo che è lui a offrirsi all’umanità in cibo, è lui a offrirsi all’umanità come servo, a stare in mezzo a noi non come colui che comanda e che vuole essere ubbidito, ma come colui che serve, che vuole darci la gioia vera. Una gioia che passa dall’amore, non dall’esecuzione di compiti, o dal rispetto esteriore di regole.
La stessa gioia che passa in una famiglia quando si condivide il pranzo della festa, la stessa gioia del bambino rilassato e beato nelle braccia della mamma che gli ha appena fatto il bagnetto o dell’anziano che ormai impossibilitato a lavarsi da solo viene accudito, lavato, profumato, impomatato e fatto bello.
Sì, noi stasera dobbiamo essere ben coscienti di questo: non siamo noi che facciamo qualcosa per Dio, ma è lui a fare qualcosa per noi.
Fateci caso: nella lavanda dei piedi non ci si lava i piedi da soli, ma è Gesù a lavarli ai discepoli. I bambini molto piccoli hanno bisogno di qualcuno che li lavi, o i vecchi non autosufficienti. Noi sappiamo lavarci da soli. Ma ai tempi di Gesù anche i ricchi si facevano lavare i piedi dagli schiavi.
Dunque Gesù si consegna agli uomini come pane e come servo, che sono due cose veramente scandalose, e che ancora oggi noi, dopo duemila anni di cristianesimo, stentiamo a comprendere. Non si consegna a noi come Superiore, come uno che vuole essere osannato, glorificato, servito, ma come colui che vuole essere mangiato, come colui che vuole che impariamo a servirci gli uni gli altri.
E ce lo insegna attraverso dei gesti che sono così comuni e così frequenti nella nostra vita, che rischiamo proprio di non capirli, perché nutrirci – e cioè vivere – e curare l’altro, cioè curare che l’altro stia bene, che l’altro sia felice e sereno, essere responsabili di qualcuno, dovrebbero essere in fondo lo scopo della nostra vita.
È come se dicesse: guardate che l’eucaristia è questa: che Dio ti vuole felice, e che per questa tua felicità ha rinunciato a tutto, ha rinunciato alla sua gloria, ha rinunciato al piedistallo, ha rinunciato al potere, si è abbassato.
E ogni volta che noi compiamo questi gesti nella nostra vita, nella nostra quotidianità, nella nostra esistenza più feriale, stiamo facendo passare l’eucaristia celebrata nella vita vissuta. Ecco perché dobbiamo attingere continuamente al mistero dell’eucaristia, ecco perché dobbiamo nutrircene, dobbiamo partecipare, dobbiamo rinunciare a cose apparentemente urgenti per cercare l’essenziale. 
Perché noi non sappiamo vivere, guastiamo continuamente i rapporti, siamo pieni di doppi fini, a volte persino inconsciamente, oppure di scrupoli, di ambiguità, di sotterfugi.
Chi ci libera e ci consegna a noi stessi e consegna a noi stessi l’autentico modo di amare? Solo l’eucaristia.
E vedete: a tutta questa ricchezza noi frapponiamo continuamente ostacoli. E magari diciamo: ma la comunità è composta di tizio, caio e sempronio, che non mi piacciono, che sono così e così, che fanno questo e quest’altro. E forse diciamo anche: ma quel prete è così e così, non mi piace.
Certo, c’è tanto di vero. Eppure se Gesù avesse voluto una comunità perfetta, credete che avrebbe lavato i piedi a Pietro? O a Giuda? Ma credete veramente che fosse uno sprovveduto?
Gesù non ha scelto persone perfette, ha scelto persone complesse, complicate, con mille sfaccettature, come noi, piene di luci e di ombre. Non ha scelto santi. Li ha scelti perché sapeva che nessuno è mai all’altezza del vangelo, e tuttavia ha scelto i suoi, cioè noi, per dirci che l’amore vero mette in conto la pochezza, il tradimento, la dabbenaggine, il rinnegamento. L’amore di Dio è davvero senza doppi fini, senza tornaconto. In un mondo dove ognuno pensa al proprio orticello, l’amore di Dio viene a dirci ancora una volta, stasera, e in ogni eucaristia che celebriamo, che o ami così, o non è amore.
E che non è un problema che tu non ne sia all’altezza. È importante soltanto che lo riconosci e che continui ad attingere da questa fonte, e continui a percorrere le orme di Cristo, e continui a guardare al suo esempio. Perché soltanto così sarai davvero in conversione continua. Soltanto così il tuo essere cristiano smetterà di essere la tessera di un club e diventerà vita vissuta. Se noi, fratelli e sorelle, stasera torniamo a casa con la convinzione, con la decisione, con la determinazione di voler imparare ad amare così, state tranquilli che il mondo sarà cambiato, che le nostre relazioni saranno relazioni di servizio, che il nostro guardarci in faccia sarà più mite, perché bagnato dal sangue di un amore che non ha esitato a consegnare tutto quanto, e a non volere in cambio nulla.
Perché così ama Dio, e quando noi entriamo in questo amore, la nostra gioia è piena, e nulla ci manca, e nulla abbiamo da recriminare, ma solo da ringraziare, da lodare, da servire.
E questa è la vita eterna: la vita eterna comincia qui, ogni volta che poniamo un gesto di amore. 
Il Signore ci insegni ad amare così.

martedì 16 aprile 2019

Non è mai lecito uccidere qualcuno

Il noto farmacologo Gian Luigi Gessa commenta sull’Unione Sarda del 15 aprile la morte per eutanasia in Svizzera del suo amico Giuseppe Bartholini, a sua volta farmacologo e inventore di alcuni farmaci fondamentali nella cura del Morbo di Parkinson.
Un misto di pietà e rigore scientifico, di boutades e considerazioni filosofico-teologiche che meriterebbero ben altri temi.

Certo c’è la vicinanza dell’amico, la consapevolezza di non poter attenuare il dolore nella malattia, il ricordo dei tempi che furono in vacanza in Sardegna a fumare Avana.
Al netto di queste considerazioni però si impone una domanda: un medico può dare la morte a un suo paziente, seppure sia quest’ultimo a chiederla?
Il fatto che i medici siano per statuto a favore della vita, della cura integrale della persona (e non soltanto della somministrazione di terapie farmacologiche) dovrebbe indicarci subito la risposta: no, un medico non può somministrare farmaci che portino direttamente alla morte del suo paziente, per quanto esso li chieda e di qualunque genere siano le sue patologie. Non è mai lecito uccidere qualcuno.
Da molto tempo ormai la Chiesa concede i funerali ai suicidi, e ha parole di conforto e comprensione, perché ha capito che dietro una grande sofferenza si deve stagliare sempre il silenzio del non-giudizio. Ma tuttavia diciamo che il suicidio è un male, che mai nessuno dovrebbe arrivare a tal punto da desiderare di morire, e che se uno lo fa era probabilmente disperato. È per questo che abbiamo comprensione.
Ma quando tutto viene fatto a tavolino, in un’asettica clinica svizzera, possiamo davvero dirci tranquilli?
Senza voler scomodare a tutti i costi l’eugenetica, possiamo davvero essere sicuri che praticare l’eutanasia sia la migliore risposta alla malattia grave e invalidante?
Sono questioni drammatiche, davanti alle quali occorre molta prudenza. Sdoganare l’eutanasia come “una pratica ancora proibita in Italia”, quindi in fondo proponendo l’idea che prima o poi sarà permessa, non è però il modo migliore di affrontare la questione del fine vita, delle malattie gravi, del dolore e della sofferenza.
Noi pensiamo che di fronte alla sofferenza di una malattia incurabile sia meglio assistere, accompagnare, sviluppare l’accesso alla terapia del dolore (ancora sconosciuta spesso e poco utilizzata!), dare concretamente alla persona malata un contesto dove vivere gli ultimi giorni circondata dagli affetti più cari, con tutta l’assistenza necessaria, ospedaliera o domiciliare.
Una sanità pubblica degna di questo nome dovrebbe puntare a questo, non all’eutanasia.

venerdì 29 marzo 2019

Sempre a favore della vita e della famiglia


Mi sembra evidente che dichiararsi contrari all’aborto e al divorzio, oggi più che mai, sia una scelta ragionevole, da non dare per scontata, perché nei discorsi comuni scontato è piuttosto il suo contrario.
Infatti, solo questo può salvaguardare l’umanità della persona umana: il fatto che scelga la vita e che scelga l’amore.
Per cui è difficile comprendere perché ci si scagli contro un Convegno delle famiglie, se all’interno di questo convegno le persone si dichiarano a favore della vita e a favore dell’amore durevole tra un uomo e una donna, e se chiedono politiche di supporto alla famiglia.
Che poi la legge regolamenti un matrimonio civile quando il consenso (che fa il matrimonio) viene a mancare, o depenalizzi l’aborto (interruzione di gravidanza) a certe condizioni e sotto certi limiti, questo è un altro paio di maniche.
Credo che anche la persona più cinica, che abbia abortito o divorziato, abbia avuto almeno un momento l’idea che il suo matrimonio sarebbe stato “per sempre”, e che quella “cosa” che portava in grembo fosse una “goccia di vita scappata dal nulla”, per usare le parole di Oriana Fallaci, che ogni tanto farebbe bene rileggere anche agli abortisti convinti (mi riferisco al suo Lettera a un bambino mai nato).
Può un cristiano dirsi semplicementea favoredell’aborto e del divorzio? Credo proprio di no.
Papa Francesco ha scritto nell’Amoris Laetitia: «Se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità» (297). 
È difficile dunque comprendere in quale modo l’affermazione a favore della vita e della famiglia sia in contrasto con i valori di civiltà anche laici, che stanno alla base del nostro vivere comune.
Molti radicalchiccon la puzza sotto il naso nei confronti dei cattolici (e tra iradical chic molti son pure cattolici con la puzza sotto il naso) sono poi pronti a stringere la mano a feroci dittatori e a governanti di Stati dove donne, bambini e omosessuali non hanno alcun diritto, perché come al solito,pecunia non olet.
Detto questo è altrettanto incomprensibile come talvolta le persone che parlano di vita e di famiglia si sentano in diritto e in dovere di attaccare persone che hanno fatto scelte diverse o che si trovano a vivere situazioni in contraddizione con la morale cattolica, o quantomeno dubbie.
Non si riesce proprio a uscire fuori dalle dinamiche da stadio neppure all’interno della Chiesa!
Un cristiano è sempre a favore della vita e della famiglia, anche quando queste si realizzano in forme non complete, parziali, carenti.
Ovunque ci sia un germe di amore, esso è un punto dal quale partire per evangelizzare. L’attenzione alla realtà per come ci si presenta è fondamentale per poter annunciare una parola esigente come quella del Vangelo, esigente per tutti, ovviamente.
Pertanto se oggi diciamo che siamo contro l’aborto e contro il divorzio, credo che nessuno stia parlando di mettere in discussione leggi dello Stato, che tra l’altro prevedono la possibilità di appellarsi alla propria coscienza (per i medici), e ovviamente implicano il fatto che non si usufruisca di esse, ma si porti avanti una gravidanza anche difficile e si difenda con le unghie e con i denti il proprio matrimonio.
Stiamo semplicemente dicendo che faremo di tutto per salvaguardare la vita e per costruire e ricostruire la comunione nelle famiglie.
Non da oggi il Diritto Canonico prevede, e in certi casi caldeggia persino, la separazione di una coppia dove lo sfilacciamento del rapporto rischia di compromettere l’incolumità psicofisica e spirituale delle persone coinvolte (coniugi e figli). Ma questa è appunto una extrema ratio, non lasoluzione.
Dunque forse è il caso di smettere di fare chiacchiere da bar o arringhe da talk show su argomenti importanti e ricominciare a parlare seriamente, a confrontarci, a chiedere diritti e a promuovere, sempre e comunque, la vita e l’amore serio, in tutte le sue forme.

venerdì 8 marzo 2019

Vecchio e nuovo, di Alessandro Ramberti


Fresca di stampa l'ultima raccolta in versi di Alessandro Ramberti.

Qui trovate la scheda del libro.

Alessandro mi ha chiesto di scrivere una epilogia che qui pubblico come invito alla lettura.

L’Autore confessa fin da subito la sua posizione metafisica: l’uomo ha un bisogno innato «di sentirsi amato e poter amare per sempre», ha un «desiderio di eternità».
Ed è interessante e profondamente significativo che questo desiderio si esprima attraverso la scrittura (o la pittura, l’architettura e la scultura al limite, che sono forme ancestrali di trasmissione del pensiero e dei sentimenti): già Orazio lo confessava riferendosi alle sue Odi: «Exegi monumentum aere perennius». Ma qui non si tratta di etternare, per dirla con Dante, la propria opera, bensì di mostrare ciò che alberga nel cuore dell’uomo, quella parte «più incredula di noi», e in noi, aggiungerei. Così attraverso questi cinquantun componimenti, Alessandro ci fa percorrere un viaggio dentro noi stessi, accompagnandoci tra il Vecchio e il Nuovo, perché nulla ci sarebbe di realmente nuovo, se non ci fosse il vecchio, il “ciò-che-viene-prima”. Nessuna escatologia senza protologia, per parlare con la teologia. Nessun parlare del poi, se non si può parlare del prima. Perché il poi è il prima trasformato, rafforzato, liberato dalla scorza di precarietà e di limite.
Ecco perché allora la memoria diventa un trampolino di lancio dal quale tuffarsi: «cede il la bemolle/ si dà allo slancio dello spirito», in una tensione che diventa scatto, in un fermo immagine che assume la connotazione del tempo che procede di momento in momento, nel quale è possibile cogliere «segnali fermi».
E ancora altre immagini, come la percezione di sentirsi dentro una gestazione, come in C’è un rumore intorno, in cui la sensazione è proprio quella di stare dentro un grembo accogliente, all’interno del quale si prepara lentamente, attraverso il cambiamento, un nuovo stato di vita. Immagine materna congiunta inscindibilmente a quella paterna, sempre ricercata, perché mater semper certa, pater numquam, secondo l’adagio del Diritto Romano che forse non ha paralleli in Oriente.
Eppure Alessandro sa, e in questo viaggio accompagna il lettore stupito, che niente si origina da se stesso, che tutto brilla di luce riflessa, che finché non splende il sole, il mare sembra nero e buio, ma che da esso, come un pesce in cerca di luce, dentro di noi spira un «soffio incontenibile» che «ci chiama ad uscire».
Sarebbe fin troppo semplice ora elencare i parallelismi pneumatologici, ma qui non si fa teologia. Si mostrano immagini, si pennellano sfumature, come quella che rivela che la responsabilità è la chiave di lettura del proprio essere tagliati dall’origine da cui proveniamo, come in Proprio quando senti. E che questa responsabilità si esprime come obbedienza,obbedienza a ciòche si è, anzitutto, prima che a un ordine esterno, perché l’obbedienza autentica rivela l’irripetibilità di ciascuno: «da te uscirà/ un suono unico».
E ancora, ciò-che-si-è non è mai una definizione: «Tu sei persona/ costellazione». Miliardi e miliardi di stelle, quel microcosmo che Pascal ha intuito e cantato, sono dentro di noi! Nessuno può essere ridotto a un’etichetta, nessuno può ridurre l’altro a un’etichetta.
Anzi, lo sguardo sull’altro, lungi dall’essere uno sguardo giudicante, diventa accesso al comprendersi, nella duplicità del significato riflessivo: comprendere se stessi e comprendersi a vicenda. Siamo testimoni imperfetti, dell’altro e dell’Altro.
Ecco perché, nonostante alberghi in noi una radicale incredulità, essa può essere minata: perché sé è vero che la nostra eternità non è sicura, nelle forme del sapere scientifico e positivista, è altrettanto vero che neppure la nostra incredulità, la nostra mancanza di fede, può esserlo.
Anzi: se la motivazione pratico-scientifica è che il corpo è il corpo, è materia che deriva da materia e in materia si trasforma, che nel corpo nulla c’è di spirituale, il poeta vede in questo un privilegio per chi aspira all’eternità, perché tu sei unico e irripetibile, e questa è la spiritualità della materia: che non è mai esistito uno come te e mai si ripresenterà, qualunque forma prendano dopo la nostra morte gli atomi che ci compongono: «dire che tu sei/ persona degna e non routine/ hai il privilegio/ di avere un corpo».
Così questo corpo, pur ridotto a punto nel giorno ultimo, a una «potenzialità disinchiostrata», secondo una bellissima metafora, sarà evocato da chi ti ha amato, ricordando qui la potenza del finale de Il giorno del Giudizio, di Salvatore Satta: «Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale»; come anche il Rilke de Il Giudizio universale.
Il percorso sfocia dunque in un incontro, anzi ancor prima in una domanda «Dimmi chi tu sei/ ti ascolterò perdutamente/ con sete in gola/ da pellegrino»: dalla visione si passa immediatamente all’ascolto, perché la vera presenza non sfugge e si dimostra compagnia, cioè possibilità di dare senso alla vita e al proprio destino, di dare gusto, di rendere la vita saporita e per questo sapiente.
Un «tu» che si scopre qui e che porta a ringraziare, a riconoscere una mappatura dell’Altro nel volto dell’altro, in una stupefacente coincidenza di trascendenza e immanenza, impensabile a chi ha occhiali scientisti: «Tu che sei laddove/ i corpi le onde e tutti gli atomi/ ti stanno accanto/ con armonia». C’è un luogo, meglio, c’è qualcuno che ha un potere profondamente attraente, ma che a differenza di un buco nero che risucchia la materia, è capace di far stare gli atomi in armonia, persino «per chi era ai margini» dell’universo, o del pluriverso, comunque lo vogliamo intendere, di quel macrocosmo pascaliano che tutto avvolge.
Così si ritorna all’inizio, in una evoluzione di yin e yang, dove però si cerca «risposta ai dubbi» per «fare a/ pezzi il male subdolo», quasi un Padre nostro laico e orientale.
No, non si esce uguali a come si è entrati in questo viaggio, accompagnati da Alessandro Ramberti, al quale va la mia gratitudine per avermi fatto suo compagno (cum-panis: il «pane/dell’amicizia/ dell’accoglienza») di viaggio verso l’eternità che abita in noi, consapevoli che si annega nella superficialità di una vita vissuta senza interrogativi e senza compagnie che ci trasmettono un senso, e giammai nella profondità della ricerca.