giovedì 30 novembre 2017
lunedì 27 novembre 2017
Un po' di gentilezza
UN PO’ DI GENTILEZZA
Editoriale Rivista Tredimensioni: [11
(2014), pp. 228-233]

Si
racconta di due scalatori che si arrampicavano su una strada
impervia, mentre li flagellava un vento gelido. La tormenta stava per
scatenarsi. Raffiche turbinanti di schegge di ghiaccio sibilavano
frale rocce. I due procedevano a fatica. Sapevano molto bene che se
non avessero raggiunto in tempo il rifugio sarebbero periti nella
tempesta di neve. Mentre con il cuore in gola per l’ansia e gli
occhi quasi accecati dal nevischio costeggiavano l’orlo di un
abisso, udirono un gemito. Un altro scalatore era caduto nella
voragine e, incapace di muoversi, invocava soccorso. Uno dei due
disse: «È il destino. Quell’uomo è condannato a morte.
Acceleriamo il passo o faremo la sua fine». E si affrettò, tutto
curvo in avanti per opporsi alla forza del vento. Il secondo, invece,
si impietosì e cominciò a scendere per le pendici scoscese. Trovò
il ferito, se lo caricò sulle spalle e risalì affannosamente il
sentiero. Intanto imbruniva. Il cielo era sempre più oscuro. Sudato
e sfinito, anche per il ferito che portava sulle spalle, ad un certo
punto il soccorritore vide apparire le luci del rifugio. Incoraggiò
il ferito a resistere, ma all’improvviso inciampò in qualcosa
steso di traverso sul sentiero. Guardò e non poté reprimere
l’orrore: ai suoi piedi era steso il corpo del suo compagno. Il
freddo lo aveva ucciso. Lui era sfuggito alla stessa sorte solo
perché si era fermato a soccorrere. I loro corpi uniti e lo sforzo
avevano mantenuto il calore sufficiente per salvargli la vita.

Ma lo
stadio del bambino che urla per niente deve essere stato superato e,
nel frattempo, essersi formata nella psiche una chiara e consistente
stima di se stessi e della propria bontà, la certezza di riuscire a
dare affetto, il rispetto per gli altri. Cose che lo strillone non
può provare.
Poi
c’è il modo di parlare. Un discorso gentile non solo evita le urla
ma anche la gentilezza da circostanza. «Per voi padre, ma con voi
fratello…, siete tutti e singolarmente nel mio cuore…, il mio
pensiero va a voi in modo particolare…». Ma come? Dopo queste
parole, ci imbattiamo sulla porta e questo sedicente mio fratello
neanche mi saluta?
La
gentilezza tiene conto della relazione e fa sentire che le proprie
parole vogliono produrre una benedizione in favore degli altri e non
una gratificazione narcisista per le proprie orecchie. «Le parole
gentili non costano molto, ma realizzano molto» (Pascal).
Spesso
sono anche parole senza parole: considerare l’effetto delle proprie
parole prima di parlare, non partecipare ai pettegolezzi, stare
attenti a non diffondere malignità sugli altri, evitare rilievi
brucianti, aiutare i poveri senza che loro se ne accorgano. La
gentilezza è uno stile interiore che modella il modo di essere,
parlare, muoverci, vestirci, gesticolare...
Millina
incontra una vecchietta che non mangia più. Le parla e la fa parlare
per quel che può. Con un filo di voce la vecchietta spiega di avere
dei figli, troppo indaffarati però per occuparsi di lei. Così non
c’è più nessuno che venga a trovarla. Non ha una vera e propria
malattia: è deperita perché non riesce più a mangiare, e non
mangia più perché è deperita. Millina le propone un bel gelato. Ad
ogni cucchiaino, adagio adagio, alla vecchietta ritornano il
colorito, la voce, la vita. L’idea del gelato è geniale perché si
tratta di un cibo facilmente assimilabile, ma l’idea è venuta a
Millina perché si è presa a cuore quella vecchietta bisognosa non
solo di cibo, ma soprattutto di cure, di amore, di attenzione: ciò
di cui ognuno di noi ha bisogno, come dell’ossigeno. Prima ancora
del gelato, la vecchietta ha ricevuto il calore della solidarietà
attraverso un gesto di gentilezza che le ha fatto ricuperare le
ultime forze ma ancora possibili. Al principio e alla fine della
nostra vita dipendiamo dalla gentilezza degli altri: perché non
usarla anche nella parte restante della nostra esistenza?
Impariamo
dalla natura. È gentile la neve che si posa sulle cose silenziosa e
le veste di candore; è gentile la rugiada che si posa sull’erba
senza piegarla; è gentile il tramonto che inonda il cielo di luce
perché il giorno non abbia timore della notte che scende; è gentile
la mano che coglie un fiore e non lo strappa; è gentile il cuore che
risponde al bisogno dell’altro prima della domanda. La gentilezza è
un pennello per dipingere di bellezza le persone che ci vivono
accanto e ogni cosa che ci circonda.
✓ Quando
iniziate una e-mail scrivete sempre il nome del destinatario e alla
fine salutate con «a presto», «ti penso», «un caro saluto».
✓ In ascensore non state in silenzio, chiedete come
va e in base alla confidenza lasciatevi andare a qualche discreto
complimento.
✓ Se arriva un nuovo vicino andate a dare il benvenuto
con un bel dolce, soprattutto se ci sono bambini.
✓ Se
uscite sul balcone non fate finta di non vedere il vostro vicino,
salutatelo e complimentatevi per le piante che ha sul terrazzo.
✓ Se
farete dei lavori di ristrutturazione in casa avvertite i vicini,
scusandovi per i disagi.
✓ Chiamate
la vostra amica che non sentite da tempo, state un’ora
al telefono, come quando eravate ragazzine!
✓ Comprate
una piantina, semplice, portatela a vostra madre, sorella, nonna,
suocera, senza aspettare il loro compleanno.
✓ Alla
posta esordite con un «buongiorno»,
sorridete e ringraziate.
✓ Sul
treno o in aereo non fate a spintoni per salire per primi.
✓ Praticate
la gentilezza automobilistica.
✓ Chiedete
a chi abita con voi come è
andata la giornata.
✓ Se
vedete una persona che fa fatica a portare le borse della spesa,
aiutatela.
✓ Ognuno
in famiglia anticipi l’altro
nei suoi bisogni e desideri della quotidianità.
✓ «Sorriso,
grazie, prego, mi scusi, per favore, molto gentile, le sta molto
bene…» sono frasi che ci fanno già stare bene; usiamole anche con
i nostri familiari, perché spesso siamo più gentili con gli
estranei.
(per gentile concessione di d.E.Apeciti)
sabato 25 novembre 2017
COSA ASPETTI? CHI ATTENDI? RITIRO DI AVVENTO
INFORMAZIONI:
Il
ritiro è rivolto a quanti desiderano approfondire la Parola di
Dio, laici, religiose, presbiteri.
Per
esigenze organizzative si chiede di iscriversi alla giornata
telefonando al 340
123
9428 dal lunedì
al venerdì dalle 20:00 alle 21:30.
|
PROGRAMMA:
Ore
10:30 – Meditazione
Ore
12:00 – Eucaristia
Ore
13:00 – Pranzo (al sacco)
Ore
15:00 – Meditazione e condivisione
16:30
– Conclusione
PROSSIMO
RITIRO: 4 febbraio 2018
|
martedì 21 novembre 2017
Omelia per la festa della Madonna delle Grazie - Nuoro
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 12,46-50)
In quel tempo, mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli.
Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti».
Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».
oooOOOooo
Quale
grande privilegio abbiamo avuto, carissimi fratelli e sorelle, in
questi nove giorni.
Forse
non lo pensavamo, ma noi abbiamo realizzato il Vangelo: siamo venuti
a cercare Gesù, come i suoi familiari nel vangelo che abbiamo
ascoltato, perchè ci sembrava che egli fosse troppo occupato con
altri, che non ci stesse considerando abbastanza, eravamo fuori e
volevamo parlargli.
E
lui cosa fa?
Tende
la sua mano verso i suoi discepoli, verso di noi, e dice: Ecco mia
madre e i miei fratelli. Perchè chiunque fa la volontà del Padre
mio è per me fratello, sorella e madre.
Ci
ha resi suoi familiari, come Maria!
Questa
è stata la grazia più grande che abbiamo ricevuti in questi giorni:
-
ascoltare la sua Parola, per cercare la sua volontà, non come un
gioco d’azzardo, ma come una relazione viva e personale con Lui.
-
ricevere il Suo perdono nella confessione sacramentale
-
partecipare pienamente all’Eucaristia
-
uscire di qui col desiderio di amare di più, di cercare i segni
della sua presenza attorno a noi, tra di noi, come lui trova i segni
della sua familiarità con noi, chiamandoci fratello, sorella e
madre.
Abbiamo
avuto questo grande privilegio di guardare alla nostra storia con lo
sguardo di Maria, l’abbiamo interrogata, le abbiamo chiesto di
avere più fiducia in Dio e più coraggio per affrontare la nostra
vita, per imparare a perdonare, a rischiare qualcosa di noi, a
impiegare i talenti ricevuti.
Abbiamo
chiesto a Lei, mediatrice di Grazia, che ci aiuti a essere mediatori
della Grazia, a non ostacolare l’incontro con Gesù.
Abbiamo
chiesto il dono della conversione e della riconciliazione. Il dono di
ricominciare!
Non
lasciamo che questi giorni passino invano.
Non
scoraggiamoci se ci riconosceremo presto fragili e inadatti:
ritorniamo sempre a Gesù nell’Eucaristia, nella confessione,
nell’amore al prossimo.

Lasciamoci
ritrovare da Cristo, lasciamoci amare da Gesù, lasciamoci prendere
in braccio da Maria, lasciamoci condurre sulla strada del Vangelo.
Come
canta il Magnificat: gli umili, gli affamati, coloro che lo
temono/amano sono tre categorie predilette di persone. Questo è il
capovolgimento del Magnificat, la rivoluzione del Magnificat, la
conversione che ci chiede il Magnificat.
La
nostra storia è benedetta, e queste non sono parole di consolazione
a buon mercato, è benedetta davvero se entriamo anche noi nel canto
del Magnificat, se entriamo anche noi in questo capovolgimento
cantato da Maria.
Dio
ci aiuti a desiderarlo e a farne occasione di una nuova rinascita
spirituale, morale e civile, per noi, per la città di Nuoro e per
tutta la diocesi.
Buona
festa a tutti.
Amen
lunedì 20 novembre 2017
Omelia per il lunedì XXXIII settimana - Novena delle Grazie 9
Dal primo libro dei Maccabèi (1 Mac 1,10-15.41-43.54-57.62-64)
In quei giorni, uscì una radice perversa, Antioco Epìfane, figlio del re Antioco, che era stato ostaggio a Roma, e cominciò a regnare nell’anno centotrentasette del regno dei Greci.
In quei giorni uscirono da Israele uomini scellerati, che persuasero molti dicendo: «Andiamo e facciamo alleanza con le nazioni che ci stanno attorno, perché, da quando ci siamo separati da loro, ci sono capitati molti mali». Parve buono ai loro occhi questo ragionamento. Quindi alcuni del popolo presero l’iniziativa e andarono dal re, che diede loro facoltà d’introdurre le istituzioni delle nazioni. Costruirono un ginnasio a Gerusalemme secondo le usanze delle nazioni, cancellarono i segni della circoncisione e si allontanarono dalla santa alleanza. Si unirono alle nazioni e si vendettero per fare il male.
Poi il re prescrisse in tutto il suo regno che tutti formassero un solo popolo e ciascuno abbandonasse le proprie usanze. Tutti i popoli si adeguarono agli ordini del re. Anche molti Israeliti accettarono il suo culto, sacrificarono agli idoli e profanarono il sabato.
Nell’anno centoquarantacinque, il quindici di Chisleu, il re innalzò sull’altare un abominio di devastazione. Anche nelle vicine città di Giuda eressero altari e bruciarono incenso sulle porte delle case e nelle piazze. Stracciavano i libri della legge che riuscivano a trovare e li gettavano nel fuoco. Se presso qualcuno veniva trovato il libro dell’alleanza e se qualcuno obbediva alla legge, la sentenza del re lo condannava a morte. Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicenda per non mangiare cibi impuri e preferirono morire pur di non contaminarsi con quei cibi e non disonorare la santa alleanza, e per questo appunto morirono. Grandissima fu l’ira sopra Israele.
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 18,35-43)
Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!».
Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato».
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.
ooooOOOooo
La
Parola di Dio di quest’oggi ci fa riflettere su due temi importanti
che traiamo dalla lettura del libro dei Maccabei e dal Vangelo.
Il
primo ci parla di persecuzioni, il secondo ci parla di coloro che
stanno in mezzo tra Gesù e la gente.

E la
persecuzione è sempre il tratto distintivo di una fede che matura.
Duecento anni prima che nascesse Cristo, Gerusalemme viene
conquistata da Antioco Epifane che la mette a ferro e fuoco e
costringe gli ebrei ad adorare una sua statua che fa mettere nel
tempio e fa in modo che gli abitanti di Gerusalemme adottino gli usi
greci...
In
qualche modo riesce a far dimenticare a tanti la loro fede. A tanti
ma non a tutti, perchè non tutti si piegheranno, e il libro dei
Maccabei racconta la storia di queste persone intrepide e coraggiose
che hanno difeso lo spazio di Dio dentro di loro.
Ora
è importante che noi leggiamo questi racconti, e poi che conosciamo
anche la storia della Chiesa, con le persecuzioni dei primi secoli,
perchè altrimenti corriamo il rischio di pensare che il nostro tempo
sia malato, che la nostra storia sia peggiore di coloro che ci hanno
preceduti, che assistiamo a una scristianizzazione della nostra
società, ormai da molti decenni, e che appunto tanti cristiani
vengono perseguitati. Non è un problema di oggi, è un problema di
sempre: il cristianesimo fa paura, perchè non si basa sulla potenza,
sul dominio, sulla forza delle armi. È inerme. Il nostro Dio non ha
una spada, ma pende dalla croce, e fa più paura dei carri armati. E
rende le persone più coraggiose persino di coloro che vanno in
guerra equipaggiati di tutto punto: preferirono
morire, pur di non contaminarsi,
abbiamo letto nel libro dei Maccabei.
Ce
lo testimonia anche questa stessa diocesi, di cui Antonia Mesina è
una figlia splendida.
Il
fatto che qualcuno venga perseguitato per la propria fede in Gesù
Cristo dovrebbe portarci a chiederci come viviamo la nostra fede, se
al ribasso o con convinzione. Perché noi abbiamo l’inestimabile
fortuna di poter vivere la nostra fede in pace, di celebrare Messe,
novene, fare processioni e qualunque altra cosa senza che nessuno ci
faccia del male.
Siamo
disposti a soffrire qualcosa pur di non abbandonare la fede?
Oppure
qualsiasi intoppo, qualsiasi contrattempo, diventano per noi
occasione per dire: «Vabbé, fa nulla, non è poi così importante».
Voglio dire: se basta poco per mettere in discussione la Messa
domenicale, la preghiera quotidiana, l’amore verso il prossimo...
Quanto
siamo disposti a “spendere”, a mettere in gioco per la nostra
fede?
Talvolta
le nostre parrocchie diventano uffici complicazioni affari semplici,
e litighiamo per tutto, e ci accapigliamo per vedere chi conta di
più. Dimenticandoci che essere cristiani è partecipare alla
passione di Cristo.
Ed
ora una parola sul secondo tema, che abbiamo ascoltato nel Vangelo.
Gli
intermediari.
Il vangelo ci presenta Gesù in cammino che scende verso Gerico e su
questa strada c’è una persona che sta ai margini, chiede
l’elemosina. Egli sente il flusso di gente che si muove, si
interessa su chi stia passando, c’è chiasso: gli annunciano «Passa
Gesù il Nazareno». Quest’uomo probabilmente ne conosce la fama,
decide di tentare il tutto per tutto. Non sa chi sia, è cieco, può
soltanto gridare verso di lui. «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà
di me». È la stessa parola che noi diciamo all’inizio di ogni
eucaristia: Kirye eleison, Signore pietà. Questo cieco usa proprio
la parola
eleos,
è la commozione
che suscita la vista del male che subisce un innocente, proprio come
il cieco, il quale non per sua colpa non vede. Sono quelle viscere di
Dio che si commuovono alla vista dei suoi figli, la sua compassione.
Quella che aveva esercitato il buon samaritano nei confronti del
malcapitato che guardacaso scendeva anche lui a Gerico: Chi
dei tre è stato il prossimo del povero malcapitato? Chi che ha avuto
compassione di lui..
Allora
capite che Gesù è molto sensibile a questo appello, che lo richiama
a considerare l’amore stesso di Dio per la sua creatura. Hai detto
che sarai fedele, e allora sii fedele alla tua creatura!
È
una preghiera bellissima, che i racconti del Pellegrino Russo ci
hanno insegnato a far diventare la preghiera del cuore: Gesù,
figlio del Dio vivente, abbi pietà di me.

A
questo punto Gesù allora si ferma e ordina che lo conducano da lui:
è la sua fede che lo ha salvato! Questo suo aver gridato.
Gli
apostoli da ostacolo
sono chiamati a diventare intermediari,
a sostenere il percorso di avvicinamento a Gesù di tutti coloro che
per tanti motivi sono ai margini: malati, poveri, carcerati, persone
che hanno fatto errori, persone che vivono in situazioni canoniche
non regolari, divorziati, separati, conviventi, omosessuali e
chiunque viva ai margini. Gesù ha a cuore tutti, specialmente chi
grida a lui chiedendo misericordia.
Non
basta annunciare Gesù con le parole, è necessario non frapporsi
all’incontro, anzi facilitarlo, e questo vale soprattutto per chi
nella Chiesa ha un ministero, vescovi, preti, religiosi, catechisti e
così via.
Chiediamo
al Signore, sull’esempio di Maria, che invochiamo come "mediatrice di Grazia", di diventare anche noi mediatori di Grazia per il mondo, di non frapporre mai ostacolo tra le persone e il Signore. Chiediamo di non accontentarci mai di
annunciare semplicemente Gesù con la bocca, ma di coinvolgerci per condurre a lui le persone che incontriamo, specialmente coloro che
hanno bisogno di misericordia e compassione.
domenica 19 novembre 2017
Omelia per la XXXIII domenica del Tempo Ordinario - Novena delle Grazie 8
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25,14-30)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».
ooooOOOoooo
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Marsiglia - Les voyageurs |
Stiamo
rapidamente giungendo alla fine dell’anno liturgico, e i vangeli di
queste ultime domeniche ci fanno meditare sul senso della nostra vita
e sul suo esito finale, aprendoci però uno squarcio di luce per
vivere bene qui e ora.
Abbiamo
meditato in questi giorni sull’atteggiamento da tenere nel tempo in
cui il Signore tarda, e abbiamo detto che dobbiamo stare attenti
all’attivismo, al ridurre tutta l’esperienza di fede a un fare
delle cose, pericolo sempre in agguato.
Oggi
la parola del Vangelo ci presenta attraverso Matteo una delle ultime
parabole di Gesù, che prepara quella grandiosa e definitiva che
ascolteremo domenica prossima.
È
un racconto molto semplice: c’è un uomo che parte per un lungo
viaggio e affida i suoi beni ai suoi servi. Alcuni di loro fanno
fruttare i beni ricevuti, un altro invece per paura li sotterra. Al
rientro il padrone, chiedendo conto a ciascuno fa la differenza tra
di loro.
Potrebbe
sembrare facile fare un’applicazione pratica a noi: siamo invitati
a far fruttare i talenti ricevuti, i doni che Dio ci ha messo in mano
perchè li usassimo.
E
quindi ci sembra di aver risolto tutto.
Ma
sotto questa parabola Gesù racconta un’esperienza molto più
vasta, perchè ci dà uno spaccato del cuore umano e delle sue
debolezze e ci
invita a osare nella
vita.
Infatti
i tre servi ricevono un numero di talenti proporzionato alle loro
capacità:
non sono tutti uguali!
Sono tutti diversi!
E
questa è la verità anche per noi: non
siamo tutti uguali nei doni, nelle capacità, nei carismi.
Siamo tutti diversi, e questo non è un male, è semplicemente la
realtà. Il male è quando noi cominciamo a paragonarci,
a dire: ma lui ha più di me, ha avuto tante cose e io poche. I
paragoni sono deleteri, perchè avvelenano i rapporti: pensate quando in famiglia si comincia a confrontare quello che abbiamo ricevuto tra fratelli... quante guerre scateniamo! Oppure nella comunità cristiana: io ho soltanto la chiave dello sgabuzzino delle scope, quello invece ha ricevuto di più perché ha la chiave del sottoscala...
È invece
importante che
ciascuno si concentri
su quei doni ricevuti, non importa quanti siano.
Ognuno
deve concentrarsi per rispondere alla realtà che gli sta davanti,
che è differente per ognuno.
Allora
accade che i primi due, che oggettivamente hanno ricevuto più del
terzo, sono persone sveglie: vanno a impiegarli in banca, li
investono, e raddoppiano le loro proprietà.
Hanno rischiato,
perchè in caso di perdita avrebbero dovuto ripagare la differenza al
padrone, eppure si sono messi in gioco, si sono buttati.
Il
terzo invece ha un’idea
distorta di Dio:
pensa che Egli esiga più di quanto dà, e quindi rimane sul sicuro,
va a sotterrare il suo talento perchè almeno potrà restituirglielo.
Non
ha il coraggio di rischiare.
Ecco
qui il nucleo di questa parabola: la
vita è un rischio,
è un trampolino di lancio che continuamente ci chiede di metterci in
gioco, di tuffarci, di fare la nostra parte.
Non
importa di quanti talenti disponiamo: se cominciamo a paragonarci
agli altri stiamo sbagliando in partenza. Non è un caso che sia
proprio quello che ha ricevuto di meno ad aver paura: talvolta capita
che pensiamo di essere inutili, di non valere nulla, perchè siamo
più piccoli degli altri, più umili, più poveri di doni.
E
invece no! Sono quelli giusti per noi: a ciascuno secondo le proprie
capacità!
Quel
servo non è stato fedele come gli altri due. Non è stato fedele
alla realtà, non è stato fedele a sé stesso, a ciò che era
chiamato ad essere, non è stato fedele alla sua chiamata.
Noi
corriamo il rischio tremendo di
non corrispondere alla nostra stessa vita,
di vivere alienati, di sotterrare i doni che abbiamo con la paura di
perderli o di non farli fruttare abbastanza. Di vivere una fede
spiritualista, che non aderisce alla realtà.
Guardate
invece come agisce Dio: dona largamente, ci conosce, sa che possiamo
farcela, che possiamo tirar fuori da noi il doppio!
Lui
ci incoraggia a portare frutto.
Perché
in fondo l’idea sbagliata che ci suggerisce il terzo servo è che
Dio sia geloso di noi uomini, che
pretenda tutto per sé, che anche quei talenti ricevuti, li rivoglia
semplicemente indietro: «Eccoti i
tuoi
beni!» .
Ma
non è questa la risposta che dà agli altri due: Bene
servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su
molto: prendi parte alla gioia del tuo padrone.
Il
“padrone” vuole rendere partecipi i suoi servi della sua stessa
gioia, vuole condividere il suo potere con loro. Non è uno che
pretende più di quanto dia,
è uno che vuole darci più di quanto sarebbe giusto pretendere da
noi!
Quel frutto alla fine è e resta nelle nostre mani, ma aumentato!
È
la prospettiva opposta!
E
noi siamo chiamati a coglierla: siamo chiamati a tirarci fuori dai
nostri piagnistei, dalle nostre pretese, dai nostri continui
confronti con gli altri, per essere finalmente noi in verità, per
aderire alla nostra chiamata.
Gesù
non racconta questa parabola per metterci paura o per prospettarci
cosa accadrà al suo ritorno, ma piuttosto per spronarci a non essere
inattivi.
Quando
ero parroco le persone più attive in parrocchia erano gli ammalati
che pregavano per me e per tutti: lo dico senza retorica, ma tutto il
giorno mettevano a frutto l’unico dono che avevano. Immobilizzati
sul proprio letto non si stancavano di intercedere presso Dio. Agli
occhi di tutti avevano ricevuto poche possibilità, non potevano
spostarsi, non potevano partecipare, non potevano fare. Eppure
accettavano di accrescere il tesoro ricevuto attraverso il loro
contributo.
Così
anche noi:
tu puoi contribuire con un verso al potente spettacolo della vita,
ha scritto un poeta americano: facendo la propria parte, impiegando
il dono ricevuto. Nessuno è troppo povero!
Chiediamo
al Signore che ci faccia guardare con realtà alla nostra vita e ci
aiuti a non seppellire mai i nostri doni, a non chiuderci in noi
stessi, ma ad aprirci alla gioia di portare frutto.
sabato 18 novembre 2017
Omelia per il sabato della XXXII settimana - Novena delle Grazie 7
Basta "postare" una preghiera su Facebook per dire che si prega?
Dal libro della Sapienza (Sap 18,14-16; 19,6-9)
Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose,
e la notte era a metà del suo rapido corso,
la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale,
guerriero implacabile, si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio,
portando, come spada affilata, il tuo decreto irrevocabile
e, fermatasi, riempì tutto di morte;
toccava il cielo e aveva i piedi sulla terra.
Tutto il creato fu modellato di nuovo
nella propria natura come prima,
obbedendo ai tuoi comandi,
perché i tuoi figli fossero preservati sani e salvi.
Si vide la nube coprire d’ombra l’accampamento,
terra asciutta emergere dove prima c’era acqua:
il Mar Rosso divenne una strada senza ostacoli
e flutti violenti una pianura piena d’erba;
coloro che la tua mano proteggeva
passarono con tutto il popolo,
contemplando meravigliosi prodigi.
Furono condotti al pascolo come cavalli
e saltellarono come agnelli esultanti,
celebrando te, Signore, che li avevi liberati.
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 18,1-8)
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
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L’evangelista ci porta al cuore dell’esperienza di fede quando Gesù racconta una parabola su una necessità a cui il discepolo non può sottrarsi: la necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai.
Perché Luca sente la necessità di ricordare questa parabola di Gesù alla sua comunità? Probabilmente dopo qualche decennio dalla morte e risurrezione di Gesù, la sua promessa di ritornare appariva a qualcuno una bella favola: tutte quelle espressioni che troviamo nel libro dell’Apocalisse, “Vieni presto” “Maranatha” “Sì, Vengo presto” sono messe alla prova dal passare del tempo. Passano giorni, mesi e anni, ma il Signore non ritorna. E questo produce nella comunità un certo rilassamento: la fede e la preghiera sono abbandonate, o trascurate, o comunque ridotte al lumicino.
Per certi versi potremmo paragonare questa situazione anche alla nostra epoca. Chi oggi afferma l’importanza di pregare sempre?
Non è forse vero che quelli che nella Chiesa si sono dati completamente a una vita di preghiera, come i monaci e le monache di clausura, li giudichiamo come extraterrestri?
Non è forse vero che nelle nostre comunità parrocchiali il fare di Marta sopravanza di molto allo stare di Maria? Che cioè talvolta sembra che essere cristiani significhi essere impegnati nei numerosi gruppi, nelle attività che si svolgono in parrocchia, e possibilmente attività pratiche, che abbiano una certa visibilità, che diano dei risultati?
Ovviamente non si tratta di sminuire il fare operoso che viene dall’amore, ci mancherebbe.
Eppure nel vangelo troviamo questo invito pressante, questo invito a riscoprire la necessità di pregare sempre senza stancarsi, di cui Gesù ci ha dato spesso l’esempio, quando si rifugiava di notte in luoghi solitari a pregare.
E vedete, vorrei sfatare anche un altro mito: non tutto ciò che facciamo in quanto cristiani è “preghiera”.
A volte si dice: io offro come preghiera la mia ora di volontariato.
Non è esattamente così: la tua ora di volontariato è bellissima e importantissima e devi continuare a farla, ma la preghiera è un’altra cosa: è spendere del tempo col Signore, è dedicare del tempo per stare con lui senza fare niente, senza altri scopi.
Un’idea troppo funzionale della religione, quella appunto che si verifica quando pensiamo che sia tutta una questione di fare: fare il catechista, fare l’animatore, fare il lettore, fare il capo scout, fare la zelatrice, può condurci a lungo andare a una spaventosa aridità interiore, a una frustrazione profonda quando sperimentiamo che le cose non vanno come vorremmo, quando siamo delusi dall’atteggiamento di un prete o di un fratello, quando vediamo che qualcuno sbaglia, tradisce, che gli altri non sono perfetti come noi pensiamo che dovrebbero essere...
Infatti quando abbandoniamo la preghiera, pian pianino abbandoniamo la fede.
Anzi, oso addirittura pensare che tanti giovani e adulti hanno abbandonato la fede, perchè nessuno ha mai insegnato loro a pregare. Forse hanno insegnato loro le preghiere, ma esse sono state soltanto delle belle formule. Non hanno mai sperimentato la bellezza di stare a tu per tu col Signore.
Riservare uno spazio nella nostra giornata alla preghiera corrisponde a ciò che facciamo nei nostri rapporti: se non abbiamo il piacere di stare con le persone che amiamo soltanto per il gusto di starci, cosa diventano i nostri rapporti? Rapporti funzionali, dove siamo sempre indaffarati a fare qualcosa, e dove però non c’è comunicazione profonda, dove i cuori non si aprono e le anime non s’incontrano.
Allora un primo passo da compiere è quello di riappropriarci dell’importanza della preghiera, che non è scontata e va custodita, perchè essa non produce nulla e quindi ci potrà sembrare di perdere tempo, di essere inconcludenti.
Una volta fatto questo passo, una volta entrati nel tribunale, secondo l’immagine della parabola, occorrerà poi insistere e ancora insistere.
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J.-F. Millet - L'Angelus |
Gesù paragona Dio a un giudice duro e scontroso, che non vuole ascoltare questa povera vedova. Sono tinte forti che non dobbiamo prendere alla lettera. Il Signore punta all’insistenza, al non arrenderci, ad avere il coraggio di gridare, di importunare, perchè se persino un giudice disonesto si fa piegare dall’insistenza, cosa non farà Dio verso i suoi eletti che gridano notte e giorno verso di lui?
La parabola vuole imprimerci fiducia nel fatto che il Signore non è sordo ai nostri lamenti e non è cieco davanti alle nostre necessità.
Ma vuole anche aprire il nostro sguardo: la preghiera non è semplicemente un meccanismo di richiesta, una macchinetta nella quale inseriamo un gettone per ottenere qualcosa. Essa è prima di tutto un rapporto di fiducia.
Se nei giorni scorsi il vangelo si chiedeva: Quando verrà il regno di Dio? ora il suo corrispettivo è: Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede?
Cioè, in altri termini: alla nostra domanda: Dove sono i segni di Dio nel mondo? Egli ci risponde: Dove sono i segni di Dio in te?
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Immagine di Stefano Navarrini |
Perciò la preghiera fa proprio questo: permette a Dio di lavorare il nostro cuore, affinché esso sia nuovamente plasmato e ci sia corrispondenza tra Lui e noi. Ci rendiamo conto che non sono le nostre parole a cambiare la sua volontà, ma che, come afferma la prima lettura, nel silenzio profondo che avvolge tutte le cose rendendole indistinte, la sua parola entra nella nostra storia per rischiararla dal di dentro, per trasformarla, rimodellarla, perchè siamo finalmente obbedienti, perchè noi, suoi figli possiamo essere preservati sani e salvi.
Questa è stata l’esperienza di Maria: ha permesso alla Parola del Padre di incarnarsi nella sua vita. Ha fatto sì che essa potesse scendere al nostro livello, diventare uno di noi, perchè noi potessimo partecipare della sua stessa natura.
Preghiamo perchè avvenga questo nella nostra vita e siamo capaci di perseverare nella preghiera senza stancarci.
venerdì 17 novembre 2017
Omelia per il venerdì della XXXII settimana - Novena delle Grazie 6
Dal libro della Sapienza (Sap 13,1-9)
Davvero vani per natura tutti gli uomini
che vivevano nell’ignoranza di Dio,
e dai beni visibili non furono capaci di riconoscere colui che è,
né, esaminandone le opere, riconobbero l’artefice.
Ma o il fuoco o il vento o l’aria veloce,
la volta stellata o l’acqua impetuosa o le luci del cielo
essi considerarono come dèi, reggitori del mondo.
Se, affascinati dalla loro bellezza, li hanno presi per dèi,
pensino quanto è superiore il loro sovrano,
perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza.
Se sono colpiti da stupore per la loro potenza ed energia,
pensino da ciò quanto è più potente colui che li ha formati.
Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature
per analogia si contempla il loro autore.
Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero,
perché essi facilmente s’ingannano
cercando Dio e volendolo trovare.
Vivendo in mezzo alle sue opere, ricercano con cura
e si lasciano prendere dall’apparenza
perché le cose viste sono belle.
Neppure costoro però sono scusabili,
perché, se sono riusciti a conoscere tanto
da poter esplorare il mondo,
come mai non ne hanno trovato più facilmente il sovrano?
I cieli narrano la gloria di Dio,
l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.
Il giorno al giorno ne affida il racconto
e la notte alla notte ne trasmette notizia. R.
Senza linguaggio, senza parole,
senza che si oda la loro voce,
per tutta la terra si diffonde il loro annuncio
e ai confini del mondo il loro messaggio. R.
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,26-37)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti.
Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà.
In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot.
Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva.
Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata».
Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».
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Certamente
tutti noi siamo stati colpiti una volta dalla maestosità
della natura, in un tramonto, in un arcobaleno, davanti al mare o in cima a un monte.
Abbiamo percepito la grandiosità
di quanto ci circonda e siamo giunti, non attraverso un ragionamento,
ma attraverso il
sentimento che tale spettacolo ha suscitato in noi,
siamo giunti al pensiero che tutto
questo non può essere semplicemente frutto del caso,
ma deve avere un’origine che lo supera qualitativamente,
dev’esserci qualcuno che l’ha fatto.
Così
ancora talvolta possiamo essere arrivati a questi pensieri guardando
la bellezza della persona che amiamo, o guardando con gli occhi del
cuore un figlio o un nipote.
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Bobbie Carlyle - Self made man |
È
ciò che nei primi uomini produceva terrore, li faceva sentire
inermi, senza difese davanti alla grandezza e alla potenza dei
fenomeni naturali.
Noi,
che siamo uomini e donne formati dalla scienza, che conosciamo le
leggi e i segreti della natura, non ci spaventiamo più: conosciamo
la causa di ogni fenomeno, talvolta possiamo persino riprodurlo in
laboratorio.
Ogni
tanto poi qualcuno si sveglia e dice di aver scoperto il gene della
bellezza, il gene dell’intelligenza e non so cos’altro, e sembra
dunque che tutto sia semplicemente scritto nelle nostre cellule.
E
allora concludiamo che
è da uomini primitivi credere che tutto ciò che ci circonda abbia
origine in Dio,
che noi stessi abbiamo origine in Dio, che noi possiamo risalire al
Creatore a partire dalle sue creature. L’uomo contemporaneo ormai,
formato e preparato, non crede più alla favole.
Ma
siamo davvero sicuri che questa sia una posizione intelligente?
Cioè
davvero possiamo buttare a mare quella sensazione di stupore e di
meraviglia davanti a un fenomeno naturale o anche soltanto davanti al
volto di una persona? Quella sensazione di avere davanti non
un semplice effetto atmosferico o un semplice agglomerato di cellule,
seppure in una forma così altamente specializzata, ma qualcosa
o qualcuno
che rimanda ad altro facendo battere il nostro cuore e alimentando la
nostra intelligenza, qualcosa o qualcuno la cui essenza trascende la
sua materialità? I cieli narrano la gloria di Dio, abbiamo pregato nel salmo!
Talvolta
giudichiamo come sciocche e banali le canzoni che parlano di amore,
le filastrocche dei bambini che ci dicono che per
fare un albero ci vuole un fiore,
eppure Umberto Saba scrisse un giorno questi versi:
Amai
trite parole che non uno
osava.
M’incantò la rima fiore
amore,
la
più antica difficile del mondo.

La
Parola di Dio che oggi ascoltiamo ci spinge
a vivere con stupore la realtà che ci circonda,
ad assaporarne il mistero, per non trovarci impreparati davanti alla
realtà vera, quando tutto sarà manifesto e non velato, quando non
ci sarà bisogno di spiegazioni, perchè ogni evento conterrà dentro
di sé il suo senso più profondo.
Come
si fa a salvare la propria vita, cioè come si fa a preservare
il centro di sé stessi,
a non perdere quanto si è? Il Vangelo ci suggerisce una strada:
badare
all’urgenza del Regno che viene e
non lasciarci ingannare (Lc
21,8).
Il
regno di Dio scalpita, non si lascia imprigionare e incasellare nei
nostri schemi, ci chiede di guardare avanti, di non voltarci al
passato, come la moglie di Lot. Ci chiede di non chiuderci nel “si
è fatto sempre così”, ci chiede di vivere la routine non come se
fosse una regola, ma come una strada che va sempre migliorata e
riorientata a Cristo.
Attraverso
le immagini che ascoltiamo nel Vangelo di oggi, il diluvio, quando
mangiavano, bevevano, prendevano moglie e prendevano marito,
piantavano e costruivano, cioè
facevano cose ordinarie, forse non facevano il male, ma non avevano
quello stupore di saper riconoscere la presenza di Dio, Gesù non
vuole metterci paura, ma spingerci
a vivere una vita ricca di senso,
che sa guardare la realtà in profondità, che sa scorgere la sua
presenza in segni piccoli e grandi, che si interroga, che è aperta
al mistero.

Maria
custodiva tutte queste cose/parole, meditandole nel suo cuore,
dice l’evangelista Luca in momenti significativi della sua
esperienza di madre: dove meditare
si dice symballo,
cioè appunto istituire
dei legami tra le cose vissute e ciò che esse ci dicono in
profondità, e quindi compongo, paragono, comprendo.
Solo per chi vive di questi legami, una cosa o una persona possono
diventare più di quanto siano oggettivamente,
cioè diventano importanti
per noi:
lo capisce bene chi è innamorato: guardavamo quella persona in modo
superficiale e non ci diceva niente, poi improvvisamente un giorno
abbiamo visto più in profondità e ce ne siamo innamorati!
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