domenica 21 aprile 2019

Omelia per la Veglia Pasquale

Abbiamo vissuto i giorni della passione, della sofferenza del Crocifisso. Siamo entrati non solo nella notte fisica, quella che viene quando tramonta il sole, ma nella notte del mondo, la notte che tutto avvolge e ogni cosa rende uguale. Siamo entrati nella notte che impedisce di comprendere il senso, la direzione, impedisce di orientarsi.
Anche i discepoli e le discepole di Gesù hanno attraversato questa notte. 
La notte in cui ogni speranza è perduta, la notte in cui il ricordo ha il sapore amaro del rimpianto e non quello appagante del ringraziamento.
La notte che confonde, che agita il sonno, la notte che non vediamo l’ora che finisca...
Tutti siamo entrati in questi santi giorni nella notte del mondo, la notte dell’assenza di Dio, che spesso sentiamo palpabile intorno a noi, lamentandocene, ma non facendo nulla per favorirne la presenza.
E cosa potremmo fare del resto?
Noi che sprechiamo il dolore, cercando di abbreviarlo, noi che ci imbottiamo di anestetici dell’anima per non soffrire. Abbiamo dimenticato che “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”.
Ci sembra assurda questa necessità, eppure è più necessaria dell’aria, perché non c’era altro modo per offrirci la speranza, non c’era altro modo per offrirci l’amore se non quello di consegnarsi a noi. Perché l’amore è così: è consegnarsi all’amato, senza calcoli, anzi mettendo in conto che l’amato possa tradirmi.
Che altezze vertiginose abbiamo toccato in questi giorni fratelli e sorelle, cose da farci rabbrividire. Che amare sia donarsi, lo capiamo e in fondo ci stiamo. Ma che amare sia donarsi anche a chi non ti vuole... questo no, questo onestamente è troppo.
Non lo diciamo, in fondo anche noi, sperimentando le nostre relazioni che falliscono: “Se non mi vuole, che posso farci?”?
E allora come si fa ad amare così, donandosi anche a chi non ci ama? Diventando oggetto della rabbia, della rivalsa, dell’odio dei nemici, e diventando anche sconosciuto ai tuoi stessi amici? Annientandoti sino alla morte?
Colonne di psicologi ci dicono che l’amore vero non può essere un autoannientamento. E forse hanno ragione in parte.
Però noi oggi siamo qui a contemplare una tomba vuota, siamo qui a riascoltare quell’annuncio che ci chiede di non cercare tra i morti colui che è vivo! Che ci chiede di ricordare le sue parole.
E per ricordare bisogna ascoltare: non si può ricordare ciò che non si è mai sentito.
Stanno vaneggiando le donne? Stiamo vaneggiando noi stanotte a dire queste cose a compiere questi gesti che sanno di vita, di luce, di bellezza?
O abbiamo fatto solo una bella recita? Ci siamo commossi giovedì e venerdì santo, perché conosciamo il dolore e sappiamo riconoscerlo nel Figlio di Dio, ma in fondo ci fermiamo lì, quasi ancora seguaci di un culto dei morti senza speranza?
Spesso vedendo i cristiani, questa è la sensazione!
Perché questa è la domanda seria che possiamo farci a Pasqua: Che ne sarà della mia vita? Che ne è stato di quell’amore di Gesù dato persino a chi lo ha tradito e crocifisso?
Perché se tutto finisce nella tomba e in cimitero, se la nostra speranza è tutta qui, in queste poche lune di vita terrena, se tutto si esaurisce in un “Mangiamo e beviamo, ché domani moriremo”, siamo davvero dei disperati.
Ma se per grazia di Dio stanotte ci si è fatto incontro un pensiero, una piccola luce come quella della candela che abbiamo portato, un piccolo segno come un po’ d’acqua fresca. Se stanotte noi abbiamo pensato che questi piccoli e poveri segni, come quelli di un amore che non cessa di amare anche se l’altro non corrisponde, che questi piccoli e poveri segni ci dicono qual è il nostro desiderio più profondo: che ogni nostro amore, cioè, ogni nostra amicizia sia davvero per sempre, che cresca semmai, ma non diminuisca.
Perché sappiamo che
Amore non è amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza. 
(Shakespeare)
Ecco, se tutto questo è vero nella nostra vita, allora oggi ci viene donato Colui che ci dà la capacità di amare così, che toglie da noi il peccato, cioè la forza terribile dell’allontanamento da Dio e dai fratelli. Perché questo è il peccato, e noi non lo riconosciamo, ci confessiamo di aver mangiato una ciambella, di aver detto una bugia, di aver trasgredito un impegno. Ma solo su questo dovremmo interrogarci: quanto il nostro cuore si allontana da Dio e dai fratelli, quante cautele poniamo, quanti muri, quante pause di riflessione.
E sapere che questa lontananza, questo allontanamento volontario del Figlio prodigo lui lo rispetta, eppure lo annulla, perché basta soltanto che ci voltiamo a guardarlo e già lui si è catapultato ad abbracciarci, a confortarci, che mai più ci allontaneremo, e questo infinite volte.
Se abbiamo provato una volta cosa significa perdersi in un luogo sconosciuto, senza punti di riferimento, senza capacità di orientarci, sapete di cosa sto parlando. Solo qualcuno che venga da fuori, da quello che per noi è al di là, perché noi siamo nella morte e lui nella vita, solo qualcuno che venga a salvarci può restituirci la gioia e la vita.
Carissimi fratelli e sorelle, Pasqua è questo: è il passaggio dalla nostra presunta autosufficienza all’incontro con Dio. Se la nostra esistenza riparte oggi da questa nuova consapevolezza, se domani, la settimana prossima, ogni domenica, noi ritorniamo a questa fonte, state certi che la nostra vita ne sarà trasformata, che anche la nostra croce potrà diventare luminosa, che anche i nostri rapporti si fonderanno su gesti nuovi e stili nuovi.
Il Signore risorto accompagni i nostri passi di risurrezione e di vita, oggi e sempre.

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