martedì 3 settembre 2019

Ringraziamento di don Giovanni Coni al termine della Messa di Anniversario



Il dieci luglio, nel 53° anniversario di Ordinazione presbiterale ho chiesto a don Giovanni Coni di presiedere l'Eucaristia, ma non ce la faceva e ha accettato comunque di concelebrare e di salutare e ringraziare al termine, dando poi la benedizione. Questo è il video.

«Prima di tutto un ringraziamento a Dio per il dono della vita, per il sacerdozio, ringraziamento anche per questo periodo, comunque vada: so che mi è vicino. Ricordo le parole di San Paolo: "Tutto concorre al bene per quelli che Dio ama: la vita, la morte, la malattia, la salute, l'essere apprezzato o disprezzato". Di tutto grazie Signore, aiutami a compiere la tua volontà. Qualche volta pesantemente, ma sapendo che mi sostieni».


Questo era don Coni.

(Video di Gianfranco Massa)

giovedì 29 agosto 2019

L’amico dello sposo esulta di gioia alla sua voce: ora la mia gioia è perfetta.

Foto Gianfranco Massa

Molte volte in questi ultimi quindici anni don Coni mi ha chiamato a predicare per le feste principali di Morgongiori, manifestandomi un affetto e una stima sinceri e totalmente disinteressati.
foto Federica Spano
Ho avuto il privilegio di poter collaborare con lui in questi ultimi tre mesi, e poi di sostituirlo totalmente, perché dal 10 luglio, giorno del suo 53° anniversario di ordinazione, non ha più avuto la forza di celebrare o concelebrare.
Ho potuto vedere – come chiunque sia venuto a visitarlo – che progressivamente la malattia minava il suo fisico ma non il suo spirito.
Foto Gianfranco Massa
Ha vissuto con amore questi mesi di sofferenza, senza ostentazione, senza prediche né moralismi, ma con il sorriso, l’accoglienza e l’ironia che hanno ben conosciuto tutti coloro che hanno avuto a che fare con lui, ricevendo la Comunione eucaristica e due volte l’Unzione degli Infermi, l’ultima dal Vescovo, sabato.
Sabato sera, dopo aver ricevuto la Comunione, quando già la sua situazione precipitava e lui se ne rendeva conto, gli ho chiesto se la croce fosse pesante e mi ha risposto: “La croce è un po’ pesante, ma aspettiamo, perché le croci che sembrano enormi il Signore le rimpicciolisce, a volte sono piccole e si ingrandiscono”. 
E lunedì, dopo aver fatto la preghiera di preparazione alla morte, gli ho chiesto di dare la benedizione ai suoi familiari, ai presenti nella sua camera e a tutti i parrocchiani: ha sollevato la mano e ha pronunciato, a fatica ma chiaramente, la formula di benedizione.
Ha amato molto le persone a lui affidate, con vero affetto sacerdotale, di chi è interessato cioè non solo al benessere materiale, ma alla salvezza spirituale. Ha voluto bene a grandi e piccoli, privilegiando i malati, i chierichetti e i bambini e ragazzi del catechismo, che nel suo cuore avevano un posto speciale.
Ha amato molto il presbiterio, la chiesa diocesana, le famigliari del clero e il suo vescovo: mai l’ho sentito, e credo neanche gli altri confratelli sacerdoti, criticare o usare parole scortesi nei confronti di qualcuno, anzi semmai cercava sempre di sdrammatizzare. Così faceva anche quando si presentavano gli inevitabili attriti e contrasti nella comunità parrocchiale: cercava la pace e l’unità di intenti.
Ha sofferto con amore, prendendo la croce, non subendola, accettando di mostrarsi “debole” di fronte a chi veniva a trovarlo, e sono stati tantissimi, laici e preti. Si è mostrato nella debolezza della malattia e del dolore fisico, e questa è stata la sua più grande omelia: non parole, non esortazioni, non consigli, ma la sua personale partecipazione alle sofferenze di Cristo.
È vissuto in povertà quasi monastica, quasi sconcertante. 
Penso che da oggi in poi tutti abbiamo un debito nei suoi confronti, oltre che per il bene seminato: che questa sua ultima omelia durata tre mesi non vada sprecata, ma che ci aiuti a vivere bene, ad apprezzare quello che davvero conta nella vita, che non sono i beni materiali, ma la carità, la fede e la speranza, doni di Dio.
Grazie don Giovanni, a nome di tutti i presenti, e di tanti a cui hai fatto del bene. 
Davanti al tuo e nostro Signore Gesù Cristo ora prega per tua sorella Nanda, per tutte le tue sorelle e i nipoti, per la tua diocesi e per il vescovo, per le comunità in cui hai servito e per noi preti.
foto Omar Manias

giovedì 27 giugno 2019

Quel papà affogato potevo essere io

Non riesco a smettere di piangere dopo aver visto il papà salvadoregno morto annegato sul Rio Grande con la sua bambina di due anni mentre cercava di varcare la frontiera americana.

In aeroporto vedo un marcantonio di due metri di altezza per forse 130 kg rovistare dentro il cestino della spazzatura dell’umido e, tirando fuori due bustine con arance e mele, tastarle per capire se sono ancora buone. Trascina un carrello con tante borse, una coperta, altri oggetti. Capisco che è un senzatetto. Porta al collo un rosario in evidenza.
E poi leggo parole di ministri che sventolano rosari e irridono chi affronta lunghi viaggi della disperazione; leggo di politici i quali, per distrarre gli italiani dai veri problemi che essi sono incapaci di affrontare e risolvere, parlano di “sacri confini di patria” neanche fossimo nel 1914 alla vigilia della inutile strage (non sono parole mie, ovviamente). E ricordo che le statistiche mostrano inesorabilmente che la questione migratoria è mondiale, e che le nazioni più povere accolgono il numero più alto di migranti. E sono numeri, non idee o ideologie.
Andando a prendere l’aereo sento una musica: c’è un pianoforte davanti al gate, e un signore che suona magistralmente il Tema d’amore, musica di Ennio Morricone per il film Nuovo cinema Paradiso, storia di amore, di guerra, di abbandono della propria terra. Mi fermo ad ascoltarlo, commosso ancora una volta.
E nulla è un caso e tutto è misteriosamente legato. E penso che un po’ di cultura e di bellezza in più, sparsa nei nostri paesi, nelle piazze, nei bar, nei ristoranti, ci farebbe davvero bene. Perché un uomo che ascolta e vede la bellezza può comprendere anche la bruttezza e la violenza, mentre chi vede solo bruttezza e violenza non riesce ad apprezzare altro.
E ricordo che mi hanno insegnato che Gesù per salvarci è morto in croce al posto dell’umanità, e questo tra le tante cose stupende e fantastiche che diciamo, forse significa anche che quel papà affogato con la bambina potevo essere io, quel barbone che rovistava nella spazzatura potevo essere io. Quel migrante sulla nave potevo essere io.
E allora mi assale il dubbio: un cristiano, un prete, un vescovo che annuncia e celebra ogni giorno il misterioso scambio che ci ha redenti, come può non mettersi almeno per una volta dentro questo scambio e sentire la desolazione di un’umanità dispersa, e sentire la vergogna e la rabbia per quel che accade?
E come potrà non dire al mondo, ai suoi amici, persino ai suoi nemici, e via via, fino al ministro sparlante, al giornalista, al vescovo incerto e titubante, che no, un mondo così non è possibile?
Che se una cosa il cristianesimo ha a cuore è la sacralità della vita umana, non dei confini. Che tu tratterai bene lo straniero, perché devi ricordarti che anche tu fosti straniero, e che tutti siamo pellegrini in questa valle di lacrime, e non abbiamo quaggiù una città stabile, e siamo in un continuo esodo.
Desidero lasciare ai miei posteri un mondo dove un padre non muore più annegato con sua figlia per scappare verso un futuro migliore.
Desidero cominciare a costruirlo io, dal mio cuore e dalla mia intelligenza, ed esprimerlo con le mie idee, con le mie azioni, con il mio impegno, con il mio voto.
Arrivando a destinazione l’hostess annuncia che stiamo per atterrare, e che in caso di abbandono dell’aereo ci invita a lasciare tutto a bordo. Appunto, in caso ce lo scordassimo: il nostro benessere, le nostre sicurezze, i nostri “sacri confini” non ce li portiamo appresso...
No, non voglio la lacrimuccia né l’applauso, cari amici. Non dò pagelle di cristianesimo a nessuno. Dico solo che un cristiano questi ragionamenti dovrebbe averceli nel DNA, perché stanno nel Vangelo, stanno nel Catechismo, stanno nel Magistero universale dei papi almeno da cento anni a questa parte.
Se non li ha, sarà capace di trarne da solo le conseguenze.


mercoledì 12 giugno 2019

Distinguere l'utile dall'affascinante. Contromanuale Ikea

Mi sorprende sempre trovare affermazioni folgoranti per la loro apparente ovvietà. Oggi è il turno di Cristina Campo, nel suo libro Gli imperdonabili: «Nessuna cosa che non possa leggersi in molti modi può affascinare per più di un tempo assai breve».
In effetti a pensarci bene è così per qualunque cosa sia viva.
Quand’è che una persona ci risulta affascinante? Quando non è a senso unico, quando non la si può incasellare in una definizione, quando la sua personalità ha mille sfaccettature, quando ci sorprende con un pensiero o un’azione sempre nuova.
Perché le Sacre Scritture affascinano il credente ed egli non si stanca mai di riprenderle continuamente? Proprio perché possono leggersi in molti modi. Non è difficile capirlo. Il libretto delle istruzioni del forno a microonde non è affascinante. Al massimo può essere utile. Ma una volta che ne conosciamo il funzionamento, esso non ci serve più.
Il foglietto illustrativo del montaggio della scrivania comprata da Ikea ha vita breve: dura finché non abbiamo eseguito perfettamente i passaggi degli incastri dei vari pezzi e non abbiamo avvitato l’ultimo bullone. Dopodiché finisce automaticamente nella pattumiera della carta. E certo anche nel suo breve spazio di esistenza non ha esercitato nessun fascino sul lettore: è stato semplicemente utile a uno scopo, quello di assemblare la nostra nuova scrivania.
Non è così invece per la parola delle Scritture, come per la liturgia: i suoi molti significati, le sue aperture su un mondo altro perché non immediatamente fruibile, la sua ricchezza e ampiezza di interpretazioni affascinano chi vi si avvicina.
Le Scritture non sono “utili” al modo di un libretto delle istruzioni: esse aprono sentieri, indicano vie, mettono tarli nella mente, stimolano a pensare, ci confrontano con la realtà. Non ci danno istruzioni, ma dipingono paesaggi.
Sono seduto a tavola con due persone che mi fanno domande sulla Bibbia, sulla Chiesa, sulla Messa: «Ma la Chiesa ha cambiato il senso delle parole della Bibbia, tale cosa non è scritta da nessuna parte, bisognerebbe trovare la vera Scrittura, ma perché andare a Messa?»... Davanti a questioni simili penso proprio che molta gente vorrebbe che la Scrittura fosse come un manuale di istruzioni: utile, preciso, adatto allo scopo prefisso.
E invece trova racconti, parabole, affermazioni discordanti, tutto e il contrario di tutto. Trova la realtà, insomma, ma vorrebbe il libretto per montare la scrivania di Ikea.
E allora penso a quanto ancora abbiamo da fare per mostrare, additare a chi ci ascolta, in un’omelia d’occasione, nella liturgia festiva, in una chiacchierata al bar, in un dialogo a cena, che di Dio non esistono libretti di istruzioni, ma semmai che è necessario un incontro, un coinvolgimento, che può partire soltanto dall’abbandonare la ricerca dell’utile e dell’immediato per me, per aprirmi allo stupore dell’impensato, del non conosciuto, persino dell’insperato. Di qualcosa, insomma, che non posso costruirmi io con le mie mani, come una scrivania Ikea.
Scambiare l’utile per l’affascinante è la grande trappola di ogni tempo, ma soprattutto del nostro.

mercoledì 15 maggio 2019

Morgongiori - Omelia per Sant'Isidoro Agricoltore

Sono molte le suggestioni che ci consegna la figura di sant’Isidoro e ritengo che abbiamo molto da ringraziare perché la Chiesa ci fa celebrare le feste dei santi, che sono i nostri amici presso Dio, ma senza mai dimenticare che sono state persone mortali come noi.
Isidoro non era né prete, né frate, né monaco, ma un laico, uno sposo, un padre di famiglia, un lavoratore della campagna, una persona che a un certo punto della vita ha dovuto abbandonare il suo paese, la sua città a causa della guerra, per cercare lavoro e fortuna altrove, noi diremmo oggi un emigrato. 
Inoltre sua moglie è associata a lui nella santità, anche lei santa, Maria Toribia.
Vedete che già da questi pochi tratti praticamente tutti noi che siamo qui possiamo cominciare a immedesimarci: d’altronde celebrare una festa non significa dimenticare il quotidiano, i giorni ordinari, dove appunto i nostri rapporti, il nostro lavoro, la nostra famiglia sono un po’ il luogo dove ci viene chiesto di vivere il vangelo, di seguire il Signore come ha fatto sant’Isidoro. Anzi, noi oggi portiamo qui proprio il nostro fardello, il nostro carico di preoccupazioni e di gioie, di richieste e di ringraziamenti e lo deponiamo sul carro di Isidoro perché lo presenti al Signore: questo fanno i santi.
Ma se poi proviamo a scendere un po’ più in profondità nella figura di questo grande santo, la cui fama subito dopo la morte si era diffusa in tutto il Regno di Spagna, ci rendiamo conto che ha molto da dirci.
Perché, ci chiediamo, se lui è diventato santo, io non posso diventarlo? Cosa ci vuole per diventare santi?
Innanzitutto smontiamo subito qualche idea: noi abbiamo sentito dei miracoli di sant’Isidoro: il miracolo degli angeli che portano avanti il lavoro mentre lui prega, o dell’acqua del pozzo che si solleva per permettere al bambino caduto dentro di salvarsi. Ma i miracoli non sono la causa della santità, sono semmai la conseguenza della fede di Isidoro.
A noi vengono raccontati in modo un po’ ingenuo, ma ci dicono una cosa importante su Isidoro: che egli era uno che si fidava di Dio, che prendeva molto sul serio la sua parola, che attribuiva a Dio un vero valore di realtà (Teilhard), che credeva nell’importanza della preghiera. E che tutto questo non lo allontanava dai suoi impegni quotidiani, dal suo lavoro dalla sua famiglia. Anzi! La vicinanza con Dio lo faceva sentire anche più vicino ai poveri, più attento a quelli che lo circondavano.
Noi potremmo pensare che il santo è uno che si mostra tale, è uno che fa qualcosa di particolarmente forte, eclatante. In Sant’Isidoro vediamo l’esatto contrario. Egli è una persona normale, è insignificante agli occhi della società del tempo (e anche della nostra, forse): è un bracciante agricolo.
E a noi la normalità e l’insignificanza ci spaventano. Basta vedere i social: conta chi totalizza più “mi piace”, conta chi appare sempre bello/a, con la pelle liscia, con l’abbronzatura, con gli abiti firmati: questi sono i modelli a cui aspiriamo e a cui aspirano i nostri ragazzi.
È un mondo un po’ malato dove gli e le influencer, coloro che influenzano gli stili di vita, sono normalmente persone che pontificano su tutto senza aver mai studiato o approfondito nulla, e guadagno pacchi di soldi praticamente senza lavorare.
Se chiedete ai ragazzi e ai bambini quali sono i loro “idoli”, vi risponderanno in fretta.
Sant’Isidoro è un po’ il contrario di tutto questo: non è un grande condottiero, non è un soldato, non combatte, non appare. Non sa di essere santo. È un povero laico che non sa leggere né scrivere. Si sposta per cercare pace dove pace non c’è, in una Spagna mezzo conquistata dai musulmani.
Non fa la guerra, fa il suo lavoro, ama sua moglie, soffre la perdita di un figlio, condivide i suoi guadagni con i più poveri, sfama gli uccellini affamati durante l’inverno.
Si può essere santi per così poco?
Evidentemente sì, si può.
E allora possiamo domandarci forse come può essere la santità oggi? In cosa deve consistere?
Sicuramente in una vita nascosta, poco appariscente, in un lavoro duro, anche manuale, un lavoro che dà soddisfazioni quando vien bene, ma che è ricco di incognite, proprio come l’agricoltura, che è soggetta alle stagioni, ai cambi meteorologici improvvisi, alle malattie...
La santità oggi poi dovrà certamente consistere nell’amare sinceramente e con forza le persone che ci sono affidate, nel far fiducia nella possibilità di perdonare. Nell’amare i poveri e aiutarli.
Stiamo assistendo oggi a un imbarbarimento delle relazioni, a prediche di odio contro chiunque sembri minacciare la nostra presunta tranquillità, a parole cariche di odio verso chi è diverso, chi è malato. C’è un ragazzo a Oristano, Paolo, che lotta contro la SLA e cerca di entrare in un programma sperimentale di cura che costa molti soldi raccogliendo dei fondi, e ci sono delle persone che gli vanno contro e gli augurano di morire prima di provare la cura.
Noi vediamo oggi sdoganata una violenza fisica e verbale che non si ferma neanche davanti a una donna che tiene in braccio un bambino, persone che tradizionalmente anche il senso comune metteva tra i “deboli” da preservare a tutti i costi.
In questi giorni noi sperimentiamo fortemente che coloro che dovrebbero costruire il bene comune attaccano chi per questo bene comune lavora spesso gratuitamente e senza strombazzare la propria azione.
La santità oggi dovrà consistere nel lottare nel proprio piccolo contro ogni ingiustizia, sapendo che la prima e necessaria conversione avviene dentro di noi, quando rifiutiamo il male e impariamo a fare il bene.
Il santo, oggi come ieri, sarà una persona che noi diremmo normale, una persona che può sbagliare ma che si fa illuminare dall’azione dello Spirito e così sarà per noi un pungolo alla nostra mediocrità.

Noi possiamo essere santi e la nostra santità non apparirà mai sui giornali, non si prenderà i flash delle macchine fotografiche, avrà piuttosto il sapore dello sconosciuto e misconosciuto. Qualcuno potrà pensare che siamo strani: e chi non giudicherebbe strane persone che sono disposte a farsi ammazzare per il semplice fatto di partecipare alla Messa domenicale?
Questa è però la serietà del Vangelo, la verità del Vangelo. Che anche sant’Isidoro ha sperimentato: l’accusa ingiusta, il giudizio. Ma questo, se vissuto nella fede, significa anche partecipare alla passione di Cristo, e quindi in modo misterioso ma reale, essere più vicini a lui, portare un pochino con lui il peso della sofferenza del mondo.
Questa è la forza che ci imprime il battesimo, e questa è la modalità con la quale anche in questo mondo può risplendere il volto di Dio: attraverso la nostra povertà e semplicità. I santi sono fatti di questa stoffa, come sant’Isidoro e come tutti gli altri.
Il Signore ci aiuti a fidarci di lui, perché ci conduca sulla via della santità. Amen 

domenica 21 aprile 2019

Omelia nel giorno di Pasqua

A. Soressi Trasporto di Gesù al sepolcro 
L’altro giorno mi è arrivato un messaggio sul cellulare. Diceva: «Corri come me ad attivare una nuova offerta». E mi è venuto in mente che nel giorno di Pasqua si parla di corse nel Vangelo, è tutto un correre, dal sepolcro a casa e da casa al sepolcro. Maria di Magdala corre, Pietro corre, il discepolo amato corre... più lenti, più veloci...
È la corsa frenetica davanti a un annuncio sconvolgente: la tomba è aperta, il sepolcro è vuoto!
E mi sono chiesto: per cosa corro io? Per cosa corriamo noi? Cos’è che ci muove veramente, ci fa uscire dal nostro immobilismo, dalla nostra comodità? «S’abbisongiu bogada su becciu a curri», diciamo.
Qual è il nostro bisogno? Di cosa abbiamo bisogno? Di serenità, di pace, di tranquillità... Ci sembra di aver bisogno di queste cose.
Ma più di tutto, penso che abbiamo bisogno di senso, di recuperare un senso per il nostro correre, un senso che ci faccia comprendere dove andare, una direzione verso dove tendere, verso dove condurre la nostra vita.
Che ce ne facciamo della serenità se non sappiamo a cosa ci serve? Che ce ne facciamo della pace se non sappiamo a che scopo vivere in pace?
Siamo perennemente scontenti perché spesso non troviamo un senso alla nostra vita.
Alcune persone, non vedendo i risultati che si aspettavano nella loro esistenza, si chiedono: Avrò sbagliato tutto nella vita?
Altre invece, che si ritengono fortunate, pensano: Dio mi ha benedetto.
Noi spesso facciamo ragionamenti di questo tipo.
Domande come queste forse se le sono poste anche i discepoli, davanti al fallimento del loro maestro, davanti a una tomba vuota, davanti a una donna che vaneggiava: «Forse abbiamo sbagliato tutto, abbiamo sbagliato a seguirlo. Avevano ragione i capi, lui non era il Messia. Che senso ha avuto seguirlo?». 
Non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Ripeto la domanda: verso dove corriamo? Quale vera offerta irrinunciabile ci viene fatta nella vita?
Oggi, nel giorno di Pasqua, ci viene offerta una tomba vuota, ci viene offerta una scena che lascia senza parole. 
Eppure da quella tomba vuota tutto è partito. Quando Pietro rilegge la sua esperienza di discepolo a partire da quella tomba si rende conto che tutto aveva un senso, anche la morte di Gesù, che tutto era misteriosamente ma realmente guidato da Dio, anche quelle situazioni che apparentemente sembravano dimenticate da Dio.
E qual era il senso di tutto?
Che la vita del Figlio di Dio, e per chi si fida di lui, anche la nostra vita, è avvolta da un amore più grande della morte.
So che siamo allergici alla parola “amore”, soprattutto attribuita a Dio.
Ci sembra quasi esagerata. Dio ci ama, sì... ma poi abbiamo problemi, dobbiamo affrontare malattie, litigi, guerre... Che amore è questo?
No, certamente non è l’amore da vetrina, non è l’amore truccato delle trasmissioni televisive. È un amore a caro prezzo, è un amore che è costato la vita al Figlio.
Usciamo da questa celebrazione con la convinzione che l’amore di Dio non è una dose di tranquillante, ma è il senso della vita, è la direzione da dare alla vita. Non è qualcosa da esibire, ma qualcosa da scambiare.
Io ho paura di dire “risurrezione” perché so quante morti dobbiamo affrontare, quante mortificazioni, privazioni, problemi e sofferenze. Ho paura a dirvi che risorgeremo, perché ho paura che fraintendiate. Risurrezione non è bacchetta magica, risurrezione è l’esito di una vita di amore. Risurrezione non è soluzione dei problemi, risurrezione è attraversare la croce, il venerdì santo.
Noi non possiamo parlare di risurrezione come parliamo del finale di una favola: e vissero tutti felici e contenti. La risurrezione è l’anima della vita al centro della sofferenza più grande, è la speranza per noi al centro di ogni nostra disperazione, è l’amore più grande in mezzo all’odio più profondo. 
No, non vi sembrino dei giochi di parole, fratelli e sorelle.
Banalizziamo la risurrezione di Gesù, quando non comprendiamo da quale dramma è arrivata. Solo guardando a colui che hanno trafitto possiamo comprendere il senso della risurrezione.
Ecco perché i discepoli dovranno vedere le sue ferite, sentire le sue parole, rinnovare il pasto con lui. Che è quello che noi facciamo in ogni eucaristia: perché il destino di chi si fa ponte, permettendo il passaggio, è quello di essere calpestato. Per questo ai ponti preferiamo i muri! (P.Pegoraro)
Noi abbiamo perso spesso la comprensione di ciò che facciamo, celebriamo in modo meccanico anche la Messa. Ma se per un momento noi proviamo a entrare dentro il mistero di amore sino alla fine che Gesù ci ha lasciato e proviamo a liberarci di tante incrostazioni che gli abbiamo appiccicato, forse capiamo che davvero solo lì, nelle sue parole e nel suo pane di vita, nella sua croce, troviamo senso per la nostra vita.
E allora ritorno alla domanda iniziale: Verso dove corriamo? Cos’è che ci muove?
Pasqua non è la festa della tranquillità, è la festa del movimento, è la festa di un Dio che non ci lascia marcire, che non ci lascia nel peccato. Accorgerci di questo, e imparare a vivere così. Dire come Pietro: di questo siamo testimoni!
Gesù è risorto veramente, è risorto anche per te, per dare un senso alla tua vita e alla tua morte. Vorrai accoglierlo oggi? Vorrai accettare anche tu questo annuncio?
Oppure farai come se nulla fosse, aggrappato a una religione di circostanza?
Questa è la domanda seria per noi. 
Ha un senso la mia vita? O è solo un caso e un errore della natura?
Burnard, Pietro e Giovanni
In Gesù risorto noi crediamo che la nostra vita abbia un senso, che maturi, che cresca che raggiunga la sua pienezza di amore.
Sì, ci fideremo di te Signore, perché solo tu sei fedele, solo tu mantieni la parola data.
Ci fidiamo di te e con te camminiamo, anzi corriamo, incontro ai nostri fratelli, per dire loro con le parole, e soprattutto con le opere, che Gesù è risorto, e che ci precede e ci accompagna.

Omelia per la Veglia Pasquale

Abbiamo vissuto i giorni della passione, della sofferenza del Crocifisso. Siamo entrati non solo nella notte fisica, quella che viene quando tramonta il sole, ma nella notte del mondo, la notte che tutto avvolge e ogni cosa rende uguale. Siamo entrati nella notte che impedisce di comprendere il senso, la direzione, impedisce di orientarsi.
Anche i discepoli e le discepole di Gesù hanno attraversato questa notte. 
La notte in cui ogni speranza è perduta, la notte in cui il ricordo ha il sapore amaro del rimpianto e non quello appagante del ringraziamento.
La notte che confonde, che agita il sonno, la notte che non vediamo l’ora che finisca...
Tutti siamo entrati in questi santi giorni nella notte del mondo, la notte dell’assenza di Dio, che spesso sentiamo palpabile intorno a noi, lamentandocene, ma non facendo nulla per favorirne la presenza.
E cosa potremmo fare del resto?
Noi che sprechiamo il dolore, cercando di abbreviarlo, noi che ci imbottiamo di anestetici dell’anima per non soffrire. Abbiamo dimenticato che “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”.
Ci sembra assurda questa necessità, eppure è più necessaria dell’aria, perché non c’era altro modo per offrirci la speranza, non c’era altro modo per offrirci l’amore se non quello di consegnarsi a noi. Perché l’amore è così: è consegnarsi all’amato, senza calcoli, anzi mettendo in conto che l’amato possa tradirmi.
Che altezze vertiginose abbiamo toccato in questi giorni fratelli e sorelle, cose da farci rabbrividire. Che amare sia donarsi, lo capiamo e in fondo ci stiamo. Ma che amare sia donarsi anche a chi non ti vuole... questo no, questo onestamente è troppo.
Non lo diciamo, in fondo anche noi, sperimentando le nostre relazioni che falliscono: “Se non mi vuole, che posso farci?”?
E allora come si fa ad amare così, donandosi anche a chi non ci ama? Diventando oggetto della rabbia, della rivalsa, dell’odio dei nemici, e diventando anche sconosciuto ai tuoi stessi amici? Annientandoti sino alla morte?
Colonne di psicologi ci dicono che l’amore vero non può essere un autoannientamento. E forse hanno ragione in parte.
Però noi oggi siamo qui a contemplare una tomba vuota, siamo qui a riascoltare quell’annuncio che ci chiede di non cercare tra i morti colui che è vivo! Che ci chiede di ricordare le sue parole.
E per ricordare bisogna ascoltare: non si può ricordare ciò che non si è mai sentito.
Stanno vaneggiando le donne? Stiamo vaneggiando noi stanotte a dire queste cose a compiere questi gesti che sanno di vita, di luce, di bellezza?
O abbiamo fatto solo una bella recita? Ci siamo commossi giovedì e venerdì santo, perché conosciamo il dolore e sappiamo riconoscerlo nel Figlio di Dio, ma in fondo ci fermiamo lì, quasi ancora seguaci di un culto dei morti senza speranza?
Spesso vedendo i cristiani, questa è la sensazione!
Perché questa è la domanda seria che possiamo farci a Pasqua: Che ne sarà della mia vita? Che ne è stato di quell’amore di Gesù dato persino a chi lo ha tradito e crocifisso?
Perché se tutto finisce nella tomba e in cimitero, se la nostra speranza è tutta qui, in queste poche lune di vita terrena, se tutto si esaurisce in un “Mangiamo e beviamo, ché domani moriremo”, siamo davvero dei disperati.
Ma se per grazia di Dio stanotte ci si è fatto incontro un pensiero, una piccola luce come quella della candela che abbiamo portato, un piccolo segno come un po’ d’acqua fresca. Se stanotte noi abbiamo pensato che questi piccoli e poveri segni, come quelli di un amore che non cessa di amare anche se l’altro non corrisponde, che questi piccoli e poveri segni ci dicono qual è il nostro desiderio più profondo: che ogni nostro amore, cioè, ogni nostra amicizia sia davvero per sempre, che cresca semmai, ma non diminuisca.
Perché sappiamo che
Amore non è amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza. 
(Shakespeare)
Ecco, se tutto questo è vero nella nostra vita, allora oggi ci viene donato Colui che ci dà la capacità di amare così, che toglie da noi il peccato, cioè la forza terribile dell’allontanamento da Dio e dai fratelli. Perché questo è il peccato, e noi non lo riconosciamo, ci confessiamo di aver mangiato una ciambella, di aver detto una bugia, di aver trasgredito un impegno. Ma solo su questo dovremmo interrogarci: quanto il nostro cuore si allontana da Dio e dai fratelli, quante cautele poniamo, quanti muri, quante pause di riflessione.
E sapere che questa lontananza, questo allontanamento volontario del Figlio prodigo lui lo rispetta, eppure lo annulla, perché basta soltanto che ci voltiamo a guardarlo e già lui si è catapultato ad abbracciarci, a confortarci, che mai più ci allontaneremo, e questo infinite volte.
Se abbiamo provato una volta cosa significa perdersi in un luogo sconosciuto, senza punti di riferimento, senza capacità di orientarci, sapete di cosa sto parlando. Solo qualcuno che venga da fuori, da quello che per noi è al di là, perché noi siamo nella morte e lui nella vita, solo qualcuno che venga a salvarci può restituirci la gioia e la vita.
Carissimi fratelli e sorelle, Pasqua è questo: è il passaggio dalla nostra presunta autosufficienza all’incontro con Dio. Se la nostra esistenza riparte oggi da questa nuova consapevolezza, se domani, la settimana prossima, ogni domenica, noi ritorniamo a questa fonte, state certi che la nostra vita ne sarà trasformata, che anche la nostra croce potrà diventare luminosa, che anche i nostri rapporti si fonderanno su gesti nuovi e stili nuovi.
Il Signore risorto accompagni i nostri passi di risurrezione e di vita, oggi e sempre.