martedì 25 dicembre 2018

Omelia nel giorno di Natale


Mi pare che per certi versi il Natale sia ancora più sconvolgentedella Pasqua.
Perché a Pasqua contempliamo il Figlio di Dio che si assume la sua responsabilità, in piena libertà affronta coloro che lo accusano, che lo arrestano, si consegna volontariamente nelle mani di coloro che di lì a poco premieranno la sua libertà crocifiggendolo.
Ma a Natale noi contempliamo Dio non nella sua libertà, manella sua necessità.
Contempliamo Dio che nasce da una donna, che nasce in un luogo non preparato ad accoglierlo, che nasce tra persone semplici e di vile condizione, che nasce da una storia che fu gloriosa un tempo, quella del suo antenato re Davide, ma che ora è confinata nel dimenticatoio. Possiede quarti di nobiltà decaduta.
Nasce nella più piccola borgata di Giuda, nasce tra i disagi comuni a tanta parte dell’umanità, ieri come oggi.
Nulla di particolarmente evidente, nulla di miracoloso.
Ci sono i canti degli angeli, certo, c’è una stella che illumina la notte, sì.
Ma come mai solo i pastori, questi uomini rudi, ne hanno colto un segno che li ha spinti a muoversi, a lasciare il loro gregge nella notte per avvicinarsi a una grotta, a una casa, dove non c’era nulla di prodigioso, bensì una donna e un bambino avvolto in fasce, deposto su una mangiatoia di animali?
Insomma a Natale noi contempliamo non Dio nella sua libertà, ma Dio nella sua necessità di uomo.
Noi siamo sospesitra questi due poli: la libertà con la quale facciamo ciò che vogliamo, e la necessità, che ci viene dal fatto che molte cose non le comandiamo noi, che non ci possiamo dare la vita, che non possiamo autogenerarci, non possiamo stabilire il colore dei nostri occhi, o la nostra altezza, o la precisione della nostra vista o l’acutezza del nostro pensiero. Né possiamo governare tutti gli elementi, tutte le incognite della vita stessa.
Noi nasciamo e subito siamo persone bisognose: bisognosi di cure materne e paterne, bisognosi di coccole, di latte, di qualcuno che faccia per noi tutto, letteralmente. Che ci insegni a vivere. Lasciati a noi stessi moriremmo subito.Quando nasciamo non abbiamo capacità di resistenza.
Siamo polvere, siamo terra.Siamo umili nel suo senso originario: fatti di terra, appunto, figli di Adamo.
Capite allora perché mi sembra che il Natale per certi tratti appaia ancor più sconvolgente della Pasqua: perché quel Bambino ha avuto bisogno di tutto, ha avuto bisogno di una mamma e di un papà, di qualcuno che festeggiasse la sua nascita, di qualcuno che gli facesse le coccole, di qualcuno che gli desse da mangiare, lo lavasse, lo cambiasse, lo custodisse dal freddo e dalla cattiveria degli uomini. Sarebbe potuto morire di pertosse o di morbillo, per dire.
Dio – quel bambino – ha avuto bisogno degli uomini, di una donna e di un uomo.
Dio ha avuto bisogno di noi.
Dio ha voluto avere bisogno della sua creatura, nella estrema necessità che possiamo contemplare in un bambino appena nato.
Noi siamo – in un certo qual modo – responsabili di Dio, della sua presenza nel mondo.
Mi infastidisce terribilmente sentire i discorsi di chi dice: «Se questo mondo va male è colpa della società, del mondo che ci circonda, degli altri.
Incolpiamo noi stessi piuttosto, se davanti a questo Bambino divino volgiamo lo sguardo. Se ci fermiamo a contemplare un’immagine dipinta o una bella statuetta del presepio ma non ci fermiamo ad ascoltarne la sua voce, il suo pianto dentro di noi, se non facciamo spazio al suo bisogno di noi nel suo cuore.
A lui non è piaciuto stare in cielo senza di noi, senza la sua creatura amata.
È venuto perché aveva bisogno di noi, lui che di nulla ha bisogno.
Ce lo ha mostrato con la potenza semplice di un bambino, che è improduttivo, che non sa fare niente, che secondo i canoni della nostra società è piuttosto un costo e un peso sociale (ed è anche per questo che la gente non fa più figli).
È venuto per mostrarci che la nostra necessità, tutti quegli aspetti della vita che non possiamo governare, e che ci spaventano più di tutto: l’abbandono, la malattia, la solitudine e via via fino ad arrivare alla morte, quella di chi amiamo e la nostra, ebbene tutti questi aspetti della vita non sono una maledizione, non sono un destino inesorabile che ci sovrasta, ma una possibilità,la nostra unica e irripetibile opportunità di essere uomini e donne, di esserlo veramente, di esserlo gioiosamente. Questo è il Natale per me:fare come Dio, diventare uomini. Compiere la nostra umanità con amore, con passione, con dedizione, lasciarci amare per diventare a nostra volta capaci di amare.
Lasciarci amare, quanto è difficile questa parola. Lasciarci amare da chi ci ama, e lasciarci amare da Dio. Pensiamo che il primo passo sia fare qualcosa, mentreil primo passo è lasciar fare, lasciarci amare.
Apriamo il cuore, carissimi fratelli e sorelle, abbiamo estremo bisogno di Dio, abbiamo estremo bisogno di contemplarlo nel suo aver bisogno di noi. Sì, Dio ha bisogno di me. Questo è il vero miracolo! Agli occhi suoi io sono prezioso.
Lo accoglierò? Le tenebre del mio cuorecercheranno certamente di sopraffarequesta piccola presenza, questa presenza inerme, questa insignificante presenza. Ma la sua luce è più forte, se gli diamo fiducia, se ci facciamo attirare dalla sua bontà, dalla sua mitezza. Natale è nuova partenza, per destinazioni sconosciute, ma con in mano un bagaglio semplice:lasciarci amare, lasciarci toccare, lasciarci accarezzare da Dio. Allora scopriremo l’impossibile agli uomini: che anche noi siamo capaci di amare disinteressatamente, di perdonare, di far ricominciare chi ci ha fatto un torto.

Morì per liberare l’umanità dall’acredine
poiché tutto ciò che ebbe a soffrire era ingiusto,
e mostrò amore ove amore così di rado appare:
nel buio, nel dolore, nella morte. Prese la nostra polvere
e le insegnò a benedire. (Elisabeth Jennings)

domenica 28 ottobre 2018

Pensieri su Bartimeo, cieco, e sui preti

Molti lo rimproveravano perché tacesse
Che magra figura che ci fanno i discepoli. Sempre timorosi di preservare il Signore, di non disturbarlo troppo, perché ha molto da fare e non può stare a sentire ogni mendicante che sta fermo su tutte le strade in cui passa.
Mi sembra di vedere questa cerchia allargarsi sino ad oggi: verso il parroco, verso il vescovo, verso il papa: un cordone di sicurezza che talvolta li rende inavvicinabili... Loro sanno che cosa è giusto fare, cosa consigliargli, vogliono risparmiargli la seccatura di dover ascoltare l’umanità che sta ai margini e che non ha biglietti da visita da far valere, ma solo la forza del proprio grido di sofferenza.
Ma Gesù non è inavvicinabile, e anzi comanda ai suoi discepoli che chiamino Bartimeo.

C’è una suggestione che mi viene ascoltando il grido di Bartimeo e lo zelo silenziatore dei suoi discepoli: occorre ricuperare la capacità di gridare, o quantomeno di parlare, senza che qualcuno ci zittisca. Noi facciamo molta fatica a parlare di noi, a condividere qualcosa di profondo di noi stessi, non dico con i laici, ma ancor prima tra noi preti, persino tra amici. Il nostro ruolo ci impone (almeno questa è l’idea del prete) sempre uno standard che è fatto di certezze, di assertività, una diplomazia che spesso ci fa bypassare i nostri crucci, le nostre disperazioni, le nostre nevrosi. Le risolviamo con un po’ di grazia a buon mercato, ma a lungo andare questo sfibra la nostra anima. Voglio dire che il peggior “discepolo silenziatore” ce l’abbiamo dentro di noi: preti che non fanno mai una visita medica (io sono il primo) perché si credono immortali. Preti che non controllano il loro modo di mangiare o di bere, perché sembra non avere niente a che fare con la loro anima. Preti che non si interrogano mai sul loro rapporto con i soldi, e non comprendono che accumulare è un modo di dire: Ho paura di morire. Preti che non sono mai sfiorati da un dubbio sulla loro sequela. Persone anafettive perché abituate a non esprimere mai i propri sentimenti. 

E che vivono tutto questo a volte con sensi di colpa enormi, perché hanno silenziato quel grido interiore. E non parlano. Non dico che siamo tutti problematici, però se leggiamo la nostra storia con un po’ di onestà, proviamo a vedere se non è vero quel che dico... 
Occorre ricuperare la capacità di ascoltarci, nel senso di ascoltare noi stessi e di ascoltarci tra di noi: «Solo nell’incontro con una persona che non censura, dirige o manipola, ma che tollera e accetta davvero tutto ciò che vive nell’anima di un individuo è possibile diventare sinceri nei confronti di se stessi e trovare, in virtù di quanto si scopre in questo modo, il coraggio di cercare nuovi atteggiamenti» (Drewermann).

«Gli rispose: “Cosa vuoi che io ti faccia?”». Imparare dallo stile di Gesù
Gesù non insegna niente a Bartimeo (altre volte lo farà, e del resto questo è chiaro dall’appellativo con cui Bartimeo gli si rivolge: lo chiama Rabbunì,maestro mio). Non si tratta qui di contrapporre insegnamento e azione.
Gesù parla al cuore, anzi ascolta il cuore, il desiderio di vedere di Bartimeo. Lo fa aprire e sbocciare, gli fa sentire di essere considerato, capito, riconosciuto nel suo essere bisognoso. Non solo aiutato con una moneta!
Questo permette al nostro interlocutore di ritrovare fiducia in se stesso e di diventare discepolo.
Gesù non castra i nostri desideri. Talvolta una malintesa spiritualità ci fa pensare (e ci fa dire): devi rinunciare ai tuoi desideri, perché Dio deve metterti i suoi nel cuore... sì e no.
Anzitutto Gesù guarda anche alla domanda di vita di ciascuno di noi: «Cosa vuoi che io ti faccia?». Non è Aladino che ti offre di sfregare la lampada, ma non è neanche Zeus che ti impone la sua volontà dall’alto: è un Dio che scende in dialogo, al tuo livello, che intercetta i desideri del tuo cuore per metterli a servizio del regno.
Il Messia non evita la sofferenza che incontra, non si schermisce dicendo: Cosa posso farci io?Bensì la accoglie, la fa sua, la porta su di sé. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore perché rivestito anche lui di debolezza: è un (il) sofferente che conosce la sofferenza, accoglie le persone che gli si presentano come sono realmente, si innesta nel loro dolore e nella loro insicurezza: il miracolo viene quando la fede è pronta ad accoglierlo.

sabato 27 ottobre 2018

Non ditemi che è un problema di “sporchi negri”

Sgombro preventivamente il campo da qualunque polemica, ogni omicidio è un crimine, specialmente se compiuto in modo deliberato e per motivi futili o abietti.
A chi lo ha compiuto va data la pena massima e va assicurato un percorso di rieducazione.
Senza se e senza ma. Punto.
Ora veniamo ai fatti: a Roma qualche giorno fa una ragazza di 16 (sedici) anni, tossicodipendente, padre spacciatore, madre adolescente a sua volta, andata probabilmente a cercare una dose, è stata stordita, stuprata e uccisa da quattro (o forse più) uomini, tutti nerissimi, davanti ad alcuni testimoni.
I giornali nazionali inondati da questa notizia che alimenta il voyeurismo italiota.
A metà settembre sul Lago Omodeo, a Ghilarza, un ragazzo di 18 (diciotto) anni, piccolo spacciatore, è stato ucciso da cinque-sei persone, fatto a pezzi e sepolto, probabilmente perché aveva commesso lo sgarro di andare a casa di una 17enne a chiedere il pagamento di una dose di fumo. Ragazza che durante l’omicidio è stata registrata piagnucolare dentro l’auto che era sotto microspia perché il padre del “capo” era a sua volta sospettato di un omicidio avvenuto un anno prima.
Gli assassini e i complici non superano i 21 anni. Sono bianchissimi.
E nessuno ne parla, non ci sono scoop gossippari e scandalistici.

Ma trovate voi le differenze, se ci riuscite.
Purtroppo c’è chi cavalca l’odio razziale, chi dice che questi “vermi” devono marcire in galera, etc etc.
Invece i tranquilli ragazzi di Ghilarza che hanno pianificato e messo in atto un omicidio a sangue freddo, erano bravi ragazzi che chissà cosa gli è passato per la testa.

No, in realtà nei quartieri degradati di Roma, come nelle periferie che sono i nostri piccoli paesi dell’interno (e anche della costa), il problema è che la droga gira come fosse pop corn, che nelle campagne inaccessibili del Supramonte e dell’Ogliastra si coltivano ettari di marjuana, che in Sardegna l’abbandono scolastico prima del diploma è il più alto in Italia (oltre il 33% a fronte del 28% nazionale), che mancano biblioteche, cinema, teatri, luoghi in cui si promuove la cultura, mancano palestre, le scuole sono fatiscenti, non insegniamo più la bellezza, mancano scuole di musica, corsi di pittura...
Il degrado è alle stelle nei nostri paesi, dove i giardini pubblici diventano presto selve oscure, dove non si fa la manutenzione delle strade, dove non si dipingono le case, dove gli uffici pubblici non danno le informazioni che dovrebbero, dove se uno ha un problema... che se lo risolva da solo...

Io vedo tutto nero?
Spesso sì, vedo tutto nero.
Vedo soprattutto che abbiamo trascurato di costruire una società più giusta, pensando che il benessere – inteso come il possesso dell’ultimo gioiello tecnologico o la libertà di fare quel che si vuole, fosse anche drogarsi liberamente – fosse l’unica cosa da perseguire. E ancora siamo su questa strada! Non ce ne frega nulla!
Cosa sta facendo l’attuale Governo per la cultura, per le scuole, per promuovere la legalità, per fare anche dei piccoli paesi e delle periferie delle grandi città dei centri dove si impara a parlare, a confrontarsi, a raccontarsi, ad affrontare i problemi invece che affogarli nell’alcool e nella droga?
Ha un piano di rinascita o preferisce dare uno stipendietto a tutti, stipendietto che finirà presto nelle slot machines col bollo statale a cui hanno appena sollevato l’aliquota di prelievo erariale? Nel 2016 in Italia si sono spesi 96 miliardi di euro alle macchinette, pari alla spesa per l’Istruzione. Quanto ha guadagnato lo Stato? Circa 20 miliardi.
Perché se per voi è normale che una ragazzina di 16 anni vada a bucarsi a mezzanotte in un palazzo fatiscente covo di pusher, per me non lo è.
Se per voi è normale che una ragazzina di 17 anni, offesa perché colui che le aveva venduto degli spinelli, bussa alla porta di casa a chiedere i soldi, scatenando l’ira vendicatrice degli amici, per me non lo è.

Ma non ditemi che è un problema di “sporchi negri”, per favore. Il problema è molto più serio e tragico, ahimé, e nessuno, tra quelli che dovrebbero e potrebbero fare qualcosa, sembra accorgersene. Anzi, proprio loro alimentano la paura del nero, e in questo dimostrano di essere sporchi bianchi. Non la sentite come un’offesa vero? Male.







Once more I could lift you strong
Out of the loneliness
And the emptiness
Of the days

mercoledì 19 settembre 2018

Io non so in quale modo - poesia


Io non so in quale modo
ti riconoscerò quando verrai.
Sarà forse perché il sole ingiallirà l’aurora
sorgendo da ovest
o per il rossore del cielo
al fondo della notte?
O non piuttosto perché l’erba 
crescerà rigogliosa sul ciglio della strada
con qualche papavero
e spruzzi di margherite 
che odorano come animali quando piove
e la comunissima camarezza sparsa ovunque
come ad ogni primavera
e le tue mani mi daranno carezze
a lungo attese e mai meritate.

(18 settembre 2018, 00.20)









venerdì 24 agosto 2018

Non chiederti cosa può fare il tuo paese per te

Mi piacerebbe che entrando in parrocchia i parrocchiani trovassero scritte a caratteri cubitali le parole che John F. Kennedy pronunciò il giorno del suo insediamento come presidente degli Stati Uniti d’America: “Non chiederti cosa può fare il tuo paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese”.
Che smettessimo di pensare alla nostra parrocchia come un supermercato o uno sportello di servizi dove acquistare la Messa, il certificato, il catechismo, il battesimo per mio figlio, il funerale per la nonna.
La parrocchia non è un supermercato e non è uno sportello bancomat, è una comunità. San Paolo parla della Chiesa come di un corpo, composto di molte membra, nel quale evidentemente ognuno ha un suo compito specifico... in fondo anche il sedere serve... a sedersi!
Se fossi parroco cercherei di impegnarmi perché tutti potessero trovarsi bene, a proprio agio in parrocchia, in chiesa, alla Messa e nelle varie attività di culto e non.
Ma non vorrei mai che questo diventasse un coccolarci tra di noi, un farci le fusa a vicenda, ma piuttosto diventasse un trampolino di lancio (“Guardate come si amano!”), perché usciti fuori tutti diventassimo missionari, in famiglia, a lavoro, a scuola, nella società: impegnati a portare Cristo al Mondo, per le strade.
Per troppo tempo abbiamo inteso la fede come fonte di benessere personale, la Messa come un momento in cui mi estraneo dalla realtà, le feste come occasioni per stare insieme.
Ma la fede è un modo diverso di guardare il mondo, la realtà, la storia, gli uomini, e quindi è un modo diverso di vivere, semplicemente.
Di coloro i quali Gesù ammira la fede nei vangeli, in fondo, cosa ammira? Ammira che sono capaci di vedere l’invisibile: la guarigione nella malattia, la vita nella morte, Dio in lui.
Dunque mi piacerebbe che la smettessimo di pensare a come fare per essere visibili, a fare attività, eventi, cose.
Essere cristiani implica prima di tutto che nello spazio delle mie relazioni io mi riconosca prossimo di chi mi sta attorno, e se io mi riconosco prossimo, non mi chiedo: “Cosa può (o peggio cosadeve) fare la mia parrocchia per me”, ma piuttosto: “Cosa sono disposto a fare per la mia parrocchia?”
Il che non significa che tutti devono diventare catechisti, o cantori, o responsabili di non so quale sottogruppo.
Ma che tutti si sentano responsabili, che nessuno pensi che la parrocchia è un distributore di sacramenti o altro.
Tutti sono bene accetti, anche quelli la cui motivazione non fosse così limpida: ma proprio questi, nell’entrare in parrocchia, dovrebbero percepire che si vive in un modo diverso, che questa parrocchia è diversa, che qui non ci si sfrutta, non si prevarica, non si gioca a farsela pagare o a creare tensioni inutili, non ci si ritaglia il proprio angolo di potere.
Allora forse, anche chi è venuto soltanto a cercare un un “servizio” potrebbe essere attirato da un modo diverso di vivere, e potrebbe cominciare a chiedersi: “Cosa posso fare io per la mia parrocchia?”.
Questa domanda diventerebbe presto più grande: “Cosa posso fare io per la Chiesa?” e poi “Cosa posso fare io per il mondo?” e infine: “Cosa posso fare io per il regno dei cieli?”.
E qui non si finirebbe più di essere creativi, di vivere il Vangelo, di farlo conoscere fino agli estremi confini della terra.
Fino ad allora faremo tante cose, Messe, processioni, sacramenti, funerali, feste, oratori.
Ma saremo solo uno sportello di servizi. E mi pare che Gesù guardasse un po’ più avanti, quando chiamò i suoi discepoli “perché stessero con lui e anche per inviarli a predicare”.

martedì 21 agosto 2018

Secondi vespri dell’Assunta


Le balle di foraggio
ancora sparpagliate per le campagne
perché non riescono a starci dietro
- ha piovuto incredibilmente tanto in questi mesi
sembra la Svizzera non la Sardegna -
il cielo stasera è terso
l’aria frizzante
l’antica melodia che canta
“Spezza i legami agli oppressi
mostrati Madre per tutti
donaci giorni di pace
veglia sul nostro cammino”.

E intanto crollano
ponti, e tanti schiacciati
dal peso del cemento armato
e della vita.

E la Morenita che dice a Juanito: 
“No estoy yo aqui que soy tu madre?”
due persone fatte diminutivi
mentre tutti cercano sempre il top, 
come lo chiamano all’americana.

“Fa’ che vediamo il tuo Figlio”:
un anziano che ancora scatta foto alle feste
per averne un ricordo, lungo o breve non si sa.
Un vecchio prete
settant’anni di Messa
che ammicca alla vecchiaia e tira dritto.

Al cancello, Biondo attende fedele
il mio ritorno 
e lecca la mano che apre il lucchetto.

E in tutto questo viavai di sguardi
che cercano d’intercettare un senso alle cose
ai cuori che s’intrecciano
ai pensieri inconfessati:
“Rendi innocenti i tuoi figli”.

(sulla strada Zeppara-Mamre, 15 agosto 2018 alla sera)

lunedì 30 luglio 2018

Preti tra passato e presente/2


Gli scandali che coinvolgono i preti, i vescovi e i cardinali non hanno mai fine, soprattutto d’estate.
È bene che emergano comportamenti sbagliati e comportamenti criminali (che comunque non sono la stessa cosa), ed è bene che chi compie dei reati subisca regolari processi penali e canonici.

Quasi sempre tali scandali attengono a questioni affettive-sessuali, certamente perché la sessualità ha in sé una forza che pervade la persona umana in tutti i suoi aspetti, e che richiede equilibrio per essere condotta nell’alveo dell’affettività, e per non travalicare in comportamenti lesivi della dignità altrui (oltre che della propria).
La sessualità staccata dall’affettività diventa molto problematica, tanto più in una vita celibataria, dove si pensa, e spesso si vive, come se l’affettività non debba essere esercitata in nome di una presunta consacrazione a Dio.

Spesso i seminari sono accusati di sfornare preti problematici, che una volta diventati tali fanno cose che non devono fare: emergono comportamenti non consoni alla vita del prete, talvolta sfociano in veri e propri comportamenti sviati. E questo vale sia per gli eterosessuali che per gli omosessuali, anche se in questi ultimi decenni certamente gli scandali maggiori si sono avuti in ambito omosessuale.
A me pare che uno dei grossi limiti della formazione al sacerdozio oggi sia rappresentato ancora dalla demonizzazione dell’omosessualità.
Dunque chi è “furbo” la nasconderà per non essere cacciato e diventerà prete, e farà casini; chi è “sano” la nasconderà comunque per non essere cacciato e diventerà prete, ma sempre con qualcosa di non risolto. Mi pare ovvio che se anche uno volesse esplicitare questa sua realtà ai formatori, si bloccherà per paura di essere cacciato e di interrompere così il suo percorso seminaristico.

Inoltre mi pare non funzioni molto bene l’immissione nel presbiterio: un tempo un prete novello andava a vivere in canonica con il parroco, o prendeva una stanza a pigione in una famiglia, oppure aveva una sorella nubile (“zitella”), o la madre, o una zia, con le quali condivideva la vita quotidiana, e quello che poteva sembrare un limite (e talvolta lo era), era comunque un segno di “normalità” di relazioni: almeno c’era qualcuno che ogni tanto ti mandava a quel paese!
Oggi, con la diminuzione del clero, e con la disponibilità di canoniche rinnovate e confortevoli, usciti dal seminario, da una comunità di dieci, trenta, cinquanta o duecento seminaristi, si diventa immediatamente single.
Cosa volete che faccia un ragazzo di 25 anni (ma anche un uomo di 40) quando chiude la porta della chiesa di Rocca Fiorita con le sue 418 anime?
A meno che non si tratti del Santo Curato d’Ars, avrà molto tempo a disposizione in una società dove basta una chat per allontanarsi.

Io vedrei bene dunque che si riformulasse soprattutto l’immissione nel presbiterio: piccole comunità di tre-quattro preti, un giovane, un mediano e uno o due anziani. I pasti in comune, un momento di condivisione di preghiera nella giornata, e poi certamente ognuno ai propri posti di combattimento, con la gestione di un gruppo di parrocchie, un piccolo territorio o chessò io.
Utopia? Forse sì.
Ma chi sa proporre ricette che funzionano?
Il problema è che spessissimo i preti novelli non vogliono sentire parlare di vita comunitaria perché hanno stufato il seminario. I preti che hanno già una certa età non hanno voglia di mettersi in casa altri che turbino la loro autonomia, e i preti anziani spesso si lamentano di non essere coinvolti nella vita pastorale, ma sono comunque impostati nel senso di una vita totalmente solitaria.
Voi direte: ma con tutti i problemi di chi si sposa, di chi non trova lavoro, la Chiesa deve pensare ai preti novelli? Sì, ci deve pensare, e anche seriamente.


Propongo queste letture:
Fr. MichaelDavide, Preti senza battesimo? Una provocazione, non un giudizio, San Paolo 2018;
J. Mercier, Il Signor Parroco ha dato di matto, San Paolo 2017.