domenica 2 aprile 2017

Et lacrimatus est Iesus - Quarantore a Collinas

ET LACRIMATUS EST

C'è una parola che sempre mi colpisce quando ascoltiamo questo vangelo ed è l'esperienza del pianto di Gesù: davanti alla tomba del suo caro amico Lazzaro, vedendo Marta e Maria piangere, vedendo piangere i giudei andati a fare le condoglianze, Gesù «scoppiò in un pianto dirotto».
Gesù si scioglie in lacrime, si trasforma in una maschera di lacrime, come accade a noi quando piangiamo per la morte di una persona che amiamo: «Et lacrimatus est Iesus», traduce la Vulgata.
Il Figlio di Dio ha pianto per la morte di un uomo, piange per la morte di ogni uomo.
Certamente questo pianto è originato anche dall'incredulità delle sorelle di Lazzaro, dalle rimostranze dei giudei, dalla mancanza di fiducia...
Dice l'evangelista che Gesù si commosse profondamente e fu molto turbato. È una reazione profetica: gli dei greci non piangevano, anzi semmai si burlavano della sorte dell’uomo. Il mio Dio piange per me, si turba e si commuove alla mia incredulità.
Certo il pianto di Gesù non è semplicemente la reazione dell'affetto. Non è un pianto disperato, come di chi non sa di avere un Padre che “lo ascolta sempre”. Ma è un pianto dovuto alla commozione e al dolore per il distacco, alla incapacità in quanto uomini di accettare la nostra fragilità, all'ingiustizia della morte, di ogni morte.
Forse avete letto il libro Il Piccolo Principe, dove appunto egli parla con l’aviatore disperso nel deserto:
“Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda. E lui si dice: «Il mio fiore è là in qualche luogo» Ma se la pecora mangia il fiore, è come se per lui tutto a un tratto, tutte le stelle si spegnessero! E non è importante questo!”

Non poté proseguire. Scoppiò bruscamente in singhiozzi. Era caduta la notte. Avevo abbandonato i miei utensili. 
Me ne infischiavo del mio martello, del mio bullone, della sete e della morte. Su di una stella, un pianeta, il mio, la Terra, c’era un piccolo principe da consolare! Lo presi in braccio. Lo cullai. Gli dicevo: “Il fiore che tu ami non è in pericolo ... Disegnerò una museruola per la tua pecora... e una corazza per il tuo fiore... Io...” Non sapevo bene che cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro. Non sapevo bene come toccarlo, come raggiungerlo... Il paese delle lacrime è così misterioso».
Sì, è davvero misterioso il paese delle lacrime, e ciò che è bello è che Gesù lo ha attraversato. E questo ci fa sentire Gesù profondamente vicino al nostro dolore
Il salmista prega così: Hai contato i passi del mio vagare, hai raccolto le mie lacrime in un vaso (Sal 56,9) perché non vadano perdute. E ancora il salmista parla di una valle del pianto che sarà cambiata in sorgente (Sal 84,7)
Sì, anche Gesù ha pianto. Ha preso seriamente la vita e la morte, ha preso seriamente la sua comunione con il Padre, ha preso seriamente il fatto che lui è la risurrezione e la vita, e che chiunque crede in lui non morirà in eterno. Ecco perchè ieri abbiamo detto che Gesù cerca una fede presente e non futura: Egli è già ora, da questa parte del tempo e della storia, risurrezione e vita, e perciò la morte, che pure verrà per tutti, è già stata inserita dentro la vita, non è l'ultima parola sulla nostra esistenza.
Lui ha detto «Io sono la risurrezione e la vita», non «Io sono la longevità». Nell'Antico Testamento i patriarchi erano definiti amici di Dio, vivevano a lungo, morivano sazi di giorni, in modo quasi mitologico. Il Nuovo Testamento ci mostra una vita altra, diversa, dove non conta semplicemente la lunghezza, ma l'intensità della vita stessa, la “gloria” di Dio, il suo “peso” (gloria) nella mia vita.
Il nostro Maestro e Signore non è morto anziano sul suo letto, ma crocifisso a poco più di trent'anni. La sua non è stata una vita lunga, ma una vita interamente vissuta nell'amore e per amore.
E poi ci sono quelle altre parole che ci danno uno squarcio di luce sul rapporto tra Gesù e il Padre: «Padre, ti rendo grazie perchè mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perchè credano che tu mi hai mandato». Gesù ha pronunciato per noi queste parole. Penso che qui ci sia un pungolo per riflettere sulla nostra preghiera, che si riempie di parole e spesso viene attraversata da pensieri come un vortice: se la nostra vita diventasse consapevolezza di stare sempre davanti a un Dio che ci ascolta, le nostre preghiere sarebbero esaudite, questo dice Gesù: «Tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà» (Mc 11,24).
Ma come si fa ad avere questa fede?
Se noi andassimo in tribunale ad avanzare le nostre richieste di giustizia davanti a un giudice certamente non saremmo distratti, ma tutto il nostro desiderio, la nostra attenzione, la nostra volontà, sarebbe rivolta ad ottenere giustizia, non ci sarebbe spazio per pensieri futili, per riflessioni su stupidaggini, per preoccupazioni di poco conto...
Quanto deve cambiare la nostra preghiera per entrare in questo rapporto profondo con il Padre, per far sì che le nostre parole, quando le pronunciamo, abbiano la stessa forza delle parole di Gesù, che sanavano e portavano la risurrezione!
Chiediamo allora a Dio, come frutto di queste Quarantore, il dono delle lacrime. Anticamente c'era nel Messale una Messa per ottenere il dono delle lacrime. Così pregava la colletta:
O Dio onnipotente e mitissimo, che per il popolo assetato facesti uscire dalla roccia una fonte d'acqua viva, fa' uscire dalla durezza del nostro cuore lacrime di pentimento, perché possiamo piangere i nostri peccati e meritiamo di ricevere, da te che fai misericordia, la loro remissione.
Il pianto nasce dall'amore, da un cuore pentito e riconciliato, da un cuore che sa di avere un Padre pronto ad ascoltare.
Chiediamo a Dio che ci commuova, che muova il nostro cuore a riconoscere i nostri peccati e ad amarlo sempre più, che lo sciolga perchè si apra in un canto di lode.

Che faccia uscire dalla roccia del nostro cuore indurito lacrime di amore, perchè impariamo anche noi ad amare Dio e il nostro prossimo e a pronunciare sempre parole di vita e di risurrezione, parole efficaci che portino frutti di vita per tutti.

sabato 1 aprile 2017

Risurrezione: fede presente o fede futura? - Quarantore a Collinas

Risurrezione: fede presente o fede futura?

Questa domenica che precede l'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, assistiamo al grande segno della risurrezione di Lazzaro, un segno che ha dell'incredibile. Altre volte i vangeli sinottici raccontano un miracolo di risurrezione, ma san Giovanni ci fa assistere a un vero e proprio percorso di fede dei discepoli e di Marta e Maria, che possono aiutare anche il nostro cammino di fede.
Per prima cosa notiamo questo tempo “perso” da parte di Gesù: le sorelle lo avvisano che “colui che ami sta male”, gli chiedono con insistenza di andare a guarirlo. Sono amici di Gesù, l'evangelista lo dice più volte, Gesù era amico di Maria, di Marta, di Lazzaro, andava a casa loro a Betania. Eppure anche gli amici di Gesù si ammalano e muoiono.
Questa dilazione di tempo nell'andare dall'amico morente, noi la vediamo come noncuranza di Dio della vita e delle sofferenze degli uomini. Perchè non sei venuto? Hai guarito il cieco, potevi guarire anche Lazzaro? Così diranno i giudei accorsi alla tomba di Lazzaro.
E ci sembra appunto che Gesù si disinteressi della nostra vita.



Non è solo una nostra impressione. Il libro dei Salmi contiene spesso invocazioni da parte di chi sente di essere stato abbandonato da Dio, sente che Dio ha voltato la faccia o è addormentato e insensibile alle sofferenze, sentono il peso di lunghi periodi di dolore, nei quali Dio è assente. Gesù stesso griderà in croce l'inizio del salmo 21(22): «Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?».
Si sperimenta questo senso di abbandono in quelle situazioni in cui siamo disperati perchè la sofferenza e il male ci sovrastano. E non ci sono prediche che valgano a rincuorarci!
Gesù sa tutto questo, e tuttavia, come domenica scorsa per il cieco, invita ad avere uno sguardo più profondo sulla realtà: questa malattia “è per la gloria di Dio”, perchè si manifesti la presenza di Dio attraverso Gesù, attraverso la sua morte in croce, morte decisa dai capi proprio dopo questa risurrezione.
Questa risurrezione costerà cara anche a Lazzaro: i capi dei sacerdoti infatti decidono di togliere di mezzo anche lui, insieme con Gesù, perchè molti che hanno visto la sua risurrezione ora stanno seguendo Gesù.
È paradossale che la sua risurrezione lo metta ora in pericolo di vita: le sue sorelle hanno insistito perchè Gesù facesse qualcosa, ma non hanno calcolato che questo gli avrebbe portato dei guai.
Poi c'è Marta. Marta affronta Gesù: «Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Marta ha una fede un po' magica, mentre il Vangelo di oggi vuole dirci l'esatto contrario: anche gli amici di Gesù muoiono! Marta ha anche una fede futura: «So che mio fratello risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». È la fede che talvolta dimostriamo noi: una fede tutta sbilanciata nel futuro, nel paradiso (o nell'inferno, spesso con idee distorte!): «Ci sarà qualcuno...», diciamo.
Marta poi, e anche Maria in fondo, vogliono una redenzione senza croce, come tanti cristiani. È una redenzione tutta umana, basata su una vita senza problemi, senza preoccupazioni, senza malattie, che non ha nulla a che fare con Gesù Cristo. È un dio mago, che deve risolvere tutti i problemi miei e della mia famiglia, e per non sentirci troppo egoisti spesso aggiungiamo: e di tutto il mondo. E vissero felici e contenti.
La risurrezione cristiana però non è la porta di sicurezza attraverso cui scappare quando scoppia un incendio, ma la pienezza di una vita che ha attraversato la morte.
Similmente, il perdono sacramentale dei peccati non è una pacca sulla spalla di un amico che ci dice: «Ma sì, non è successo nulla!», ma è la pienezza di un peccato vero, commesso da un uomo, una donna veri, che hanno riconosciuto la propria responsabilità e non possono tornare indietro da soli dalle sue conseguenze.
Gesù invece chiede a Marta una fede presente: «Io sono la risurrezione e la vita. Credi tu questo?». Occorre compiere questo passaggio.
Cosa intendiamo allora noi quando, come Marta, diciamo «Credo»?
É l'adesione a una formula o l'adesione a lui?
La base della fede è un'adesione personale a Cristo qui e ora. Questa adesione mette in pericolo, mentre la fede generica, la fede futura è ininfluente e accomodante. Lazzaro ora rischierà la vita molto più di prima (volevano ucciderlo per eliminare la prova). Se la fede è solo una questione futura, di inferno o paradiso, se il mio rapporto con Dio riguarda l'aldilà, ma non riesco a scorgerlo nell'aldiqua, devo ancora crescere e maturare.
Solo se tutta la nostra attenzione punta a Gesù possiamo liberarci dalle paure ed essere liberi. Altrimenti le paure e tristezze umanissime ci distruggeranno il cuore e non lo faranno più battere per ciò che conta veramente.
Come possiamo percorrere questo cammino, come fare questo passaggio nella nostra vita, da una fede magica e futura, a una fede radicata in Cristo e presente?
Fidandoci della sua Parola.
La parola di Gesù infatti, che non a caso Giovanni chiama fin dall'inizio del suo vangelo Logos, Verbum, è una parola efficace, che realizza ciò che dice. Anche noi desideriamo che le nostre parole producano risultati. Perchè spesso non lo fanno?
Le parole sono inefficaci e spesso anche dannose, quando non vengono dalla Parola, quando non sono originate dalla fonte, impastate di vita e di speranza, ma sono solo frutto dei nostri ragionamenti, dei nostri giudizi, delle nostre povere esperienze. Sono frutto nostro, non nascono da un contatto vivo con Dio. Potranno essere anche parole estremamente religiose, piene di unzione, ma restano vuote.
Gesù pronunciava parole vere, non semplicemente parole “religiose”: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina!», «Lazzaro, vieni fuori!». Parole efficaci perchè sgorgano dal silenzio del rapporto profondo di Gesù con il Padre: «Padre ti ringrazio di avermi ascoltato. Sapevo bene che tu sempre mi ascolti!». Quanta nostra sfiducia sparirebbe se prendessimo sul serio questo rapporto con il Padre in Gesù Cristo, e se la nostra preghiera diventasse prosecuzione di questo rapporto silenzioso, di una relazione che è sempre, e non si limita a momenti in cui pronunciamo parole o formule ripetute! Allora impariamo la discrezione nel parlare, e nel pronunciare solo parole che sono maturate con sapienza nel nostro cuore.

L'eucaristia ci fa conoscere Gesù come il Veniente, colui che viene sempre, non in un luogo particolare, ma in questo tempo, qui oggi per me e per la nostra comunità cristiana. Credi tu questo?

Commento al Vangelo della quinta Domenica di Quaresima

E stiamo giungendo alla conclusione della Quaresima, che ci ha fatto camminare verso una progressiva conoscenza di Gesù: Figlio di Dio, maestro, uomo di Dio, profeta, Cristo, Figlio dell'uomo e oggi “Risurrezione e vita”.
Lazzaro è malato, muore. La gente piange, corre a implorare ai piedi di Cristo, accusandolo di non far nulla per risolvere il male dell'uomo, per guarire la sofferenza che colpisce chiunque indistintamente: oggi la mia famiglia, ieri quella del mio vicino, domani chissà. «Se tu fossi stato qui!», dicono entrambe le sorelle piangenti.
Lazzaro è per Gesù «Colui che tu ami», non c'è neppure bisogno che dicano il suo nome. E ancora: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro».
La gente può dire: Vedi come lo amava... e nonostante ciò... ha dato la vista al cieco, ma non ha fatto nulla per Lazzaro. Altro che amore e amore...

«Poiché non puoi abbandonare quelli che ami», commenta Sant'Agostino parlando del “ritardo” di Gesù nell'andare a Betania dopo quattro giorni.
Qui sta la chiave di lettura della morte di Lazzaro, di ogni pianto e di ogni sofferenza: Non enim amas et deseris. Tu infatti non ami e poi abbandoni!
Il vero amore non abbandona. Eppure sperimentiamo sovente che pur amando tanto le persone, non possiamo impedire che soffrano.
La risurrezione di Lazzaro si manifesta allora come un segno eccezionale di amore, quasi scandaloso. Perché lui e non tutti i morti di quel giorno? Di quell'anno? Dall'inizio del mondo?
Perché è un segno, il segno più potente e centrale della nostra fede, ciò che celebreremo a Pasqua: Cristo è morto ed è risorto, e un giorno anche noi risorgeremo. Egli stesso è “uomo dei dolori, che ben conosce il soffrire”, ed è risurrezione e vita. Credi tu questo?
Allora si aprirà anche il tuo sepolcro, quello dal quale pensi di non poter più uscire. E nel Suo giorno risorgerai anche tu.

Credi tu questo?

Pubblicato su Il Portico di Cagliari del 2 aprile 2017

venerdì 31 marzo 2017

DIO AMA NASCONDENDOSI - Quarantore a Collinas

Dal Vangelo secondo Giovanni
1Dopo questi fatti, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.
2Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. 3I suoi fratelli gli dissero: «Parti di qui e va’ nella Giudea, perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu compi. 4Nessuno infatti, se vuole essere riconosciuto pubblicamente, agisce di nascosto. Se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo!». 5Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui. 6Gesù allora disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo invece è sempre pronto. 7Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di esso io attesto che le sue opere sono cattive. 8Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio tempo non è ancora compiuto». 9Dopo aver detto queste cose, restò nella Galilea.
10Ma quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto. 11I Giudei intanto lo cercavano durante la festa e dicevano: «Dov’è quel tale?». 12E la folla, sottovoce, faceva un gran parlare di lui. Alcuni infatti dicevano: «È buono!». Altri invece dicevano: «No, inganna la gente!». 13Nessuno però parlava di lui in pubblico, per paura dei Giudei.
14Quando ormai si era a metà della festa, Gesù salì al tempio e si mise a insegnare. 15I Giudei ne erano meravigliati e dicevano: «Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?». 16Gesù rispose loro: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato. 17Chi vuol fare la sua volontà, riconoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se io parlo da me stesso. 18Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che lo ha mandato è veritiero, e in lui non c’è ingiustizia. 19Non è stato forse Mosè a darvi la Legge? Eppure nessuno di voi osserva la Legge! Perché cercate di uccidermi?». 20Rispose la folla: «Sei indemoniato! Chi cerca di ucciderti?». 21Disse loro Gesù: «Un’opera sola ho compiuto, e tutti ne siete meravigliati. 22Per questo Mosè vi ha dato la circoncisione – non che essa venga da Mosè, ma dai patriarchi – e voi circoncidete un uomo anche di sabato. 23Ora, se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia trasgredita la legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché di sabato ho guarito interamente un uomo? 24Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!».
25Intanto alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? 26Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? 27Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia». 28Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. 29Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».
30Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora. 31Molti della folla invece credettero in lui, e dicevano: «Il Cristo, quando verrà, compirà forse segni più grandi di quelli che ha fatto costui?».



DIO AMA NASCONDENDOSI

Il brano del vangelo che leggiamo oggi segue immediatamente la moltiplicazione dei pani e le affermazioni di Gesù sul mangiare la sua carne che scatenano un fuggi fuggi generale: molti suoi discepoli si allontanano, e Gesù fa una domanda forse sconsolata ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?» e sente la risposta che echeggia ancora in ogni nostra eucaristia: «Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e abbiamo riconosciuto che tu sei il santo di Dio».
E si dice nel brano che ascoltiamo oggi che neppure i suoi fratelli credevano in lui! (v. 5).
Particolare di un'opera del Centro Aletti
Che mistero di assoluta insignificanza per Gesù fare dei segni che non vengono capiti non solo dagli estranei, ma neppure dai suoi discepoli, neppure dai suoi fratelli.
Che mistero di piccolezza e di abbassamento l'incarnazione del Figlio di Dio, la sua passione, morte e risurrezione: scambiato per un malfattore.
Quale mistero quello di un Dio sulla bocca di tutti: alcuni dicevano “è buono”, altri “è un imbroglione”. Di un Dio di cui tutti hanno qualcosa da giudicare: ha guarito un uomo di sabato, quindi non rispetta la Legge. Un Messia di cui tutti «Sanno di dov'è» (v. 27)... è troppo ordinario per essere vero.
Un Dio fraintendibile e frainteso. Niente di chiaro e distinto.
Talvolta noi pensiamo così la fede, i sacramenti, la morale: tutto deve tornare, ogni cosa a suo posto. E anche Dio sarebbe intrappolato in questi nostri schemi.
Gesù rompe gli schemi non per il gusto di romperli, non è un anarchico né un rivoluzionario.
Gesù rompe gli schemi perchè con lui irrompe la bontà di Dio nel mondo, egli non porta una sua dottrina speciale, diversa, ma sente di essere mandato dal Padre a donare la vita in pienezza, vuole dare sé stesso, vuole dare guarigione. E tutto questo in un modo così ordinario, che i suoi avversari si spaventano e i suoi amici e fratelli non capiscono! I suoi avversari vogliono soltanto mantenere le cose come stanno, avere sicurezze, esercitare un potere. Si informano su cosa dice la gente, sentono voci, vogliono farlo fuori.
Certe volte penso: ma se in questi momenti Gesù avesse dato una prova eccezionale del suo essere Figlio di Dio, non gli avrebbero creduto tutti senza esitazioni?
Poi ascolto il vangelo, specialmente il vangelo di Giovanni, e mi rendo conto che questa carica di mistero, Gesù l'ha accentuata: vado alla festa? Non vado? Vado di nascosto, poi mi faccio vedere...
Perchè questo è lo stile di Dio: un Dio che si nasconde.
"Pius pellicanus" Particolare di un'opera del Centro Aletti
Un antico inno eucaristico composto da San Tommaso d'Aquino canta così: «In cruce latebat sola deitas, at hic latet simul et humanitas». In croce era velata la tua divinità, ma qui, nell'eucaristia, è velata anche l'umanità.


Noi crediamo alla sua presenza in mezzo a noi attraverso un pezzo di pane e un po' di vino. Dio ama nascondersi, velarsi, rivelarsi.
Non vi sembrino giochi di parole. Il libro della Sapienza che abbiamo letto dice «Non conoscono i misteriosi segreti di Dio». Se noi fossimo stati al loro posto avremmo le stesse idee confuse, se noi fossimo stati suoi discepoli o fratelli saremmo stati increduli, lo avremmo abbandonato. Se fossimo stati giudei o farisei avremmo cercato il modo di ucciderlo.
Che Dio ci salvi dalla presunzione di essere migliori dei nostri padri, migliori degli abitanti di Gerusalemme che non hanno creduto in Gesù, nei segni da lui compiuti!
Perchè poi noi crediamo nel segno dell'eucaristia?
Ma cosa significa credere all'Eucaristia?
Basta affermare quello che ci hanno insegnato al catechismo, che nell'eucaristia il Figlio di Dio è presente in corpo, sangue, anima e divinità?
È una questione di formule? Se così fosse ricadremmo nell'errore dei farisei e rischieremmo di adorare un feticcio.
È vero che ci vogliono le idee chiare sull'eucaristia, ma prima di tutto occorre che l'eucaristia ci colpisca davvero con la sua carica di mistero, col suo essere qualcosa che non possiamo spiegare, capire, comprendere, afferrare...
Tutte le volte che noi proviamo a voler semplificare l'eucaristia, renderla digeribile, renderla comprensibile, accessibile, corriamo il rischio di un grande fraintendimento: di trattarla come le tante cose a cui siamo abituati, un'equazione da semplificare, da scomporre.
Invece l'unico atteggiamento giusto e vero davanti all'eucaristia è l'adorazione, il metterci in ginocchio.
Solo in ginocchio davanti a Lui possiamo accogliere il mistero di un amore che si dona a noi da mangiare, come nutrimento. Amore vero, come ogni amore che è decentrato da sé.
Perchè amare Dio cosa significa se non riconoscere e accogliere un Dio amante? Un Dio che mi nutre, che mi dà vita?
Un Dio che mi vuole soprattutto libero di accoglierlo, non schiavo.
Un Dio che mi aspetta, aspetta i miei tempi, vede le mie cadute e non si spazientisce.
Allora mi rendo conto che non si tratta di avere segni eclatanti e appariscenti, perchè anche se ci fossero probabilmente il mio cuore indurito troverebbe mille scuse.
Si tratta di essere vulnerabili, di non metterci corazze davanti a Lui.
Di lasciarci semplicemente amare... di credere all'amore.
Questa è eucaristia.
Impariamo le formule, conosciamo la dottrina, ma poi accogliamo Lui che si offre a noi.
«Questo linguaggio è duro», l'avevano già avvertito i suoi discepoli...
«Volete andarvene anche voi?», chiede oggi a noi. Ma dove andiamo? Da chi andremo? Tu solo hai parole di vita vera, di vita che riempie i nostri pozzi vuoti, i nostri cuori stanchi.
Tu solo sazi senza mai stufare, perchè non sei come i parlatori, gli urlatori, i fustigatori, i moralisti.

Tu sei un Dio che ama donarsi, e noi facciamo fatica a comprenderlo, perdona la nostra incredulità, e continua a offrirti a noi. Arriverà anche per noi il giorno in cui ci arrenderemo al tuo amore.

martedì 28 marzo 2017

L'eucaristia guarisce dalla paralisi e rimette in cammino - Quarantore a Sardara

Ez 47,1-9.12
Gv 5,1-16
L'eucaristia guarisce dalla paralisi e rimette in cammino

Trentotto anni non sono uno scherzo. Chissà a che età si sarà ammalato quest'uomo, ma trentotto anni sono una vita. Una vita paralizzato.
Una vita solo. Pensate la tragedia di quest'uomo. Ci è più che lecito pensare che Gesù adolescente, quando discusse coi dottori del tempio, dovette incontrarlo alla Porta delle Pecore, che era la Porta di fronte alla quale si trovava la piscina nella quale venivano lavati gli agnelli per il sacrificio (detta appunto piscina probatica, in ebraico Betzatà= casa della misericordia).
Questa piscina, forse per l'uso sacrale che se ne faceva, aveva fama di portare la guarigione a chiunque vi si immergesse per primo quando l'acqua si agitava.
Capite la frustrazione di quest'uomo paralizzato, che davanti alla domanda di Gesù: «Vuoi diventare sano?», risponde sconsolato: «Hominem non habeo», non ho nessuno che mi immerga.
Quest'uomo, oltre che paralitico è solo. Folle di persone sono passate davanti a lui, ma nessuno si è fermato con lui. Trentotto anni così.

Ora qui noi saremmo tentati di vedere nel gesto di Gesù un gesto di misericordia e di attenzione al prossimo, e certamente c'è anche questo.
Ma Gesù qui fa un gesto che lo pone in contrasto con i capi del popolo: compie questa guarigione in giorno di sabato e comanda all'ex paralitico, che neppure lo conosce, di prendere la sua barella e camminare, cioè di compiere un lavoro in giorno di sabato.
Allora siamo davanti a questo: il problema non è che Gesù guarisce, ma che guarisce in un giorno che è dedicato a Dio, giorno nel quale bisogna astenersi dagli sforzi. Gesù mette in discussione usanze fossilizzate che non sono più capaci di riconoscere l'intento originario di Dio nel comandare il riposo sabbatico. Intento originario che era quello di una vita appagante dell'uomo nel suo rapporto con Dio.
Quest'uomo per trentotto anni ha passato, potremmo dire, un lungo sabato come lo intendevano i giudei: non si è mosso mai a causa della sua infermità.
Ora ci è facile pensare a tutte quelle situazioni di paralisi che ci colpiscono, che colpiscono tante persone che conosciamo, che forse non sono paralisi fisiche, ma morali. Che ci intrappolano nei nostri comportamenti, nei nostri modi di ragionare e di giudicare. Che ci bloccano e non ci consentono di vivere un rapporto appagante con Dio e con i fratelli.
Le cause sono più diverse: peccato, traumi, ignoranza, mancanza di guida. Eppure siamo bloccati.
Gesù passa anche davanti a noi e ci chiede se vogliamo diventare sani. Lo fa spesso sotto mentite spoglie, senza essere immediatamente riconosciuto. Lo fa attraverso la parola di un amico, la lettura di un libro, un film, uno spettacolo naturale.
Chiede al più profondo del nostro cuore: Ma tu vuoi essere sano? Vuoi poterti sbloccare?
E davanti al nostro lamento, che nessuno ci aiuta, lui intima al nostro cuore: Alzati e cammina!
La forza taumaturgica della sua Parola è in grado di risollevarci.
Misteriosamente ma realmente.
In agguato però c'è sempre il peccato, quello da cui Gesù mette in guardia l'ex paralitico: «Non peccare più perchè non ti accada qualcosa di peggio!».
La nostra salute/salvezza, il nostro camminare da cristiani è sempre sottoposto alla tentazione, all'apertura della nostra libertà.
C'è un momento nella vita in cui diciamo: Non ho nessuno che mi salvi, che mi guarisca. Giaccio nella mia paralisi, nella mia chiusura, nella mia tristezza, magari da tanto... ci sono tristezze che ci accompagnano per tutta la vita!
Finché, talvolta in sordina, arriva una parola a risollevarci.
Avremo il coraggio di rialzarci e vincere il giudizio degli altri che ci dicono: Perché ti sei rialzato? In fondo, non potevi aspettare ancora, almeno un giorno?
Penso che talvolta il nostro permanere in certi peccati e in certe paralisi sia dovuto alla nostra paura del giudizio degli altri.
Davanti a questa paralisi l'Eucaristia è il sacramento che ci rimette in cammino, che non ci lascia nella nostra paralisi.
Ma ci crediamo davvero? Anni, decenni di comunioni forse non hanno scalfito neanche un po' certi lati del nostro carattere, certi peccati che facciamo a ripetizione. Perché?
Perché in fondo, diciamolo, ci piace stare su quella barella a chiedere l'elemosina. Troviamo giustificazione anche ai nostri peccati, alle nostre incongruenze, alla nostra pigrizia a volerci alzare.
Perché guarire richiede una responsabilità, richiede di essere interrogati e accusati dai capi di turno: «è sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Guarire, essere salvati, suscita sempre una responsabilità: cioè una chiamata a rispondere, a renderci respons-abili, appunto.


Essere guariti dal peccato ci rende abili a rispondere alla vita col bene piuttosto che col male.
L'eucaristia allora deve diventare responsabilizzante per noi: abbiamo ricevuto la vita di Dio in noi, abbiamo ricevuto il suo perdono. Che ne facciamo?
Accettiamo che il mondo ci dica: non è bene che tu perdoni, non è bene che tu cerchi vie di pace, non è bene che tu ami, che tu faccia il bene, invece fatti scaltro, frega, offendi, non perdonare, non farti mangiare la pastasciutta in testa... Sii uno che si fa valere, che dice sempre l'ultima parola...
Avremo il coraggio, uscendo da questa eucaristia e da ogni eucaristia, di essere responsabili del dono ricevuto? A comprendere, che quando Gesù ci dice: «Alzati, prendi la tua barella e cammina» ci sta dicendo: Guarda che sei guarito, ora non è più la tua barella, il segno della tua infermità, a portare te, ma tu puoi portare lei come un segno di salvezza. Ci sta dicendo, se lo vogliamo accogliere: Non è più il tuo peccato a portare te, ma tu puoi prenderlo in mano, hai potere su di lui!

Ogni eucaristia è una iniezione di fiducia su di noi, una chiamata alla responsabilità.

Usciamo nuovi, perchè da oggi in poi non ci facciamo più dominare dal peccato, dal male, ma cerchiamo noi di dominarlo. E per fare questo, per chiedere e ottenere sempre questa grazia, ogni domenica ritorniamo alla fonte della salvezza che ci rialza e ci mette in cammino.

lunedì 27 marzo 2017

L'eucaristia guarisce e rafforza la fede - Quarantore a Sardara

Is 65,17-21
Gv 4, 43-54
L'eucaristia guarisce e rafforza la fede

La prima lettura di oggi ci riporta a ciò che dicevamo ieri: Siamo creati per la felicità. Il profeta Isaia descrive i tempi messianici come tempi di nuova creazione dove spariscono il passato fatto di tristezza, le lacrime, le grida di angoscia, la vita breve, e dove c'è spazio solo per una vita pienamente realizzata, di serenità e di abbondanza.
La profezia di Isaia era tesa tuttavia a una gioia modulata sulle nostre gioie terrene, magari soltanto amplificata.
Questa immagine, che pure è reale e profetica, e in quanto tale attende una sua realizzazione, viene compiuta da Gesù attraverso dei segni, i segni della sua presenza e della sua guarigione.
Particolare di un'opera del Centro Aletti
Ieri abbiamo detto che l'eucaristia ci dà uno sguardo nuovo sulla realtà, illumina i nostri occhi perché possiamo scorgere l'azione di Dio.
Il Vangelo di oggi ci mostra Gesù che dopo aver trascorso due giorni presso i samaritani, e dopo che numerosi tra loro gli hanno creduto, prosegue il suo viaggio verso la sua patria, la Galilea, luogo in cui aveva compiuto quel primo grande segno, a Cana, dove aveva cambiato l'acqua in vino.
E qui, entrando a Cana, preceduto dalla sua fama – a Gerusalemme aveva compiuto un altro segno profetico, aveva rovesciato i banchi dei cambiavalute e dei venditori di animali – a Cana un funzionario di Erode gli chiede la salute per il proprio figlioletto moribondo.
È necessario che facciamo un breve passo indietro: Gesù era stato due giorni tra i samaritani, dopo aver parlato con la samaritana al pozzo, e l'evangelista afferma espressamente che a loro è bastata la presenza e la parola di Gesù per credere in lui. Gesù non ha compiuto segni o prodigi tra i samaritani: è stato con loro, ha parlato con loro, ed essi hanno creduto.
Ora invece nella sua patria la gente ha bisogno di segni e prodigi.
In realtà questo dialogo tra Gesù e il funzionario regio è alquanto strano. Gesù muove una sorta di protesta: voi avete bisogno di una fede fatta di segni e prodigi: è un credere alla sua potenza miracolosa, non ancora un credere in lui.
È il grado di fede di tanta gente, forse anche tra noi, e la conseguente delusione quando le nostre preghiere e le nostre aspettative non sono realizzate come le volevamo noi.
Ma questo padre non si fa scoraggiare dal rimprovero di Gesù, anzi, come se non lo avesse sentito, lo prega di scendere a Cafarnao, che è piuttosto lontano da Cana e in basso.
Quanti padri e quante madri abbiamo visto imploranti salute per i propri figli malati, quanta insistenza, quante lacrime, quanta determinazione, quanti voti!
E noi ammiriamo l'audacia di questa richiesta che apre quest'uomo (e tutta la sua famiglia!) alla fede. Perché Gesù non lo accompagna dove vuole lui, non scende a Cafarnao con lui, ma gli dice soltanto «Va', tuo figlio vive» e lo congeda.
È in questo cammino che matura la fede del funzionario, ancor prima che arrivi a destinazione, quando i servi gli vengono incontro a dirgli che il figlio sta bene.
E noi ricordiamo di un altro padre e di un altro figlio minacciato di morte, Abramo e Isacco, e di quel cammino, fatto da Abramo per salire al monte Moria, con l'angoscia per questo figlio. E sul monte finalmente il segno della presenza di Dio: una mano che ferma il coltello e un ariete pronto per il sacrificio.
Quell'uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.
La fede nei miracoli di Gesù si sta trasformando in fede in Lui, nella sua parola.
Questo percorso, questo cammino ci invita a fare l'eucaristia: essa ci rimette in cammino nella nostra fede.
Noi ci interroghiamo: perchè ha guarito lui e non guarisce quella persona per la quale stiamo pregando da tempo? Quel nostro amico, marito, sorella, figlio?
Questo passo che oggi leggiamo è tra quelli più adatti a farci comprendere cos'è la fede, e quindi anche cosa opera in noi.
Particolare di un'opera del Centro Aletti
Che cos'è infatti la fede per questo funzionario? La fede è una realtà, è un verbo al presente: «Tuo figlio vive». Tu sei chiamato a metterti in cammino sulla base di questa coincidenza di orario («riconobbe che proprio in quell'ora Gesù gli aveva detto: “Tuo figlio vive”»). La fede non è prima di tutto un miracolo, un segno, una verità da credere. È una realtà, una presenza reale. In mezzo al nostro tempo, alle nostre vicissitudini, ai nostri dolori, si erge una forza su cui basare la propria debolezza, emerge un'ora che non è solo quella dell'orologio, emerge una strada che è la stessa di prima, e tuttavia la percorriamo in modo diverso... Tutto questo è reale, reale come il marmo di questo altare! Anzi, lo è in forma ancora più profonda.
Mettersi in cammino con questa fede allora, significa per questo padre prendere estremamente sul serio la parola di Gesù che dice Va', tuo figlio vive. Credere per quest'uomo ha significato poggiare tutta la sua speranza di padre che ha un figlio morente sulla parola di Gesù. Si è legato totalmente a questa parola. Ma noi crediamo che sia più reale il marmo, che l'interesse è più reale della gratuità, che il male è più reale del bene...
Quanto ci è difficile assumere questo sguardo quando usciamo di qui, ci mettiamo in cammino appunto, dopo aver ascoltato la parola di Gesù, e viviamo la nostra vita trasformati da questa parola. Come ci viene difficile scorgere la presenza di Dio (che volentieri accordiamo a un po' di pane e un po' di vino!) nei fatti della vita, in quella realtà che spesso ci pesa e ci opprime, e che Isaia sogna rinnovata.
Il Signore dice anche a noi: Va', mettiti in cammino, quello che cerchi di bello, quella felicità che brami e desideri è davanti a te. Non è una vita assicurata, senza patimenti, ma è una vita consapevole della presenza reale di Gesù. Tu non lo sai ancora con gli occhi dell'intelligenza, eppure ti metti in cammino su quella stessa strada che avevi fatto al contrario disperato per la sorte di tuo figlio.
Tenere in poca considerazione ciò che il mondo considera vero e potente, e affidarsi solo alla realtà e all'amore di Gesù Cristo: questo è il cammino che siamo invitati a percorrere uscendo da questa eucaristia
Ed ecco che allora si spiega quella “conversione” del funzionario e della sua famiglia: hanno sperimentato la realtà!

E davanti alla realtà, a una realtà toccata e che mi ha toccato, non ci sono deduzioni, ragionamenti, controprove. Come il cieco di ieri: Io so soltanto che prima non ci vedevo e ora ci vedo! C'è soltanto da chinare il capo e adorare. C'è soltanto da ringraziare per questo nuovo cammino aperto sulla mia strada che ho deciso di fondare sulla fede nella parola di Gesù.

domenica 26 marzo 2017

L'eucaristia dona uno sguardo penetrante - Quarantore a Sardara

1Sam 16,1b.4.6-7.10-13
Ef 5,8-14
Gv 9,1-41
L'eucaristia dona uno sguardo penetrante


Abbiamo ascoltato il racconto del cieco al quale Gesù ridà la vista al Tempio.
Nel Vangelo di Giovanni il Tempio è il luogo nel quale avvengono la maggior parte delle dispute di Gesù con i capi. Già in precedenza Egli aveva affermato di essere la luce del mondo, e di chi lo avrebbe seguito aveva detto che «non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12).
Sono affermazioni un po' strane, perchè noi partiamo dalla nostra esperienza reale che è quella che vediamo, abbiamo luce, la luce attorno a noi splende.
Cosa vuol dire Gesù?
Lo capiamo subito ascoltando questo brano evangelico così intenso e drammatico, che non racconta un semplice “miracolo”.
«Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita», dice l'evangelista «e i suoi discepoli lo interrogarono «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perchè sia nato cieco?».
Laddove tutti passando vedono un caso di teologia morale, Gesù vede «un uomo» con un problema che lo affligge dalla nascita. Più avanti si dirà che questo cieco era un mendicante... altri vi vedono un mendicante, forse uno di cui aver pietà, a cui dare qualche spicciolo, o spesso un seccatore, come capita a me con i tanti mendicanti che incrociano la mia strada.
Lo sguardo di Gesù! Gesù vede un uomo, non un caso da usare fare domande su Dio o uno scocciatore.
Un uomo!
E non indugia su articolate risposte teologiche che cerchino di far capire il senso del male fisico, le responsabilità morali, il rapporto che intercorre tra un Dio buono e il male nel mondo... a queste domande dà una risposta secca: non si tratta di peccato suo o dei suoi genitori. Quest'uomo Dio lo ha fatto per manifestare la sua gloria in lui. Ogni uomo Dio lo ha fatto per manifestare la sua gloria in lui, anche quello che a nostro avviso è menomato, è diverso, è emarginato a causa di un suo “difetto” vero o presunto.
«Gloria di Dio è l'uomo vivente, e la vita dell'uomo consiste nella visione di Dio» scriverà qualche secolo dopo Sant'Ireneo (Adv. Haer. 4,20).
Con parole nostre diremmo: Siamo fatti per essere felici, e questa chiamata alla felicità dobbiamo scoprire! Gesù ci sta dicendo qual è la nostra vocazione prima, unica e definitiva: la vita di Dio, la visione di Dio, cioè la vita piena, senza mancanza, senza divisioni, senza limiti.
A questa visione ci prepara e ci introduce in particolare l'Eucaristia, e tutta la nostra vita vissuta nella fede in Gesù Cristo.
In che modo ci prepara e ci introduce?
L'evangelista Giovanni afferma che Gesù fece del fango con la sua saliva, lo spalmò sugli occhi del cieco e lo mandò a lavarsi alla piscina di Siloe.
Tutti ricordiamo che il libro della Genesi ci racconta qualcosa di simile a proposito della creazione dell'uomo: «Una polla d’acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo. Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gn 2,6-7).
Gesù ripete su quest'uomo i gesti della creazione dell'uomo per dirci che il primo miracolo è proprio questo: che noi veniamo dalle mani di Dio, non siamo frutto di peccato.
Il peccato è qualcosa di esterno a noi, anche di forte e potente, ma l'uomo vivente è creato a immagine di Dio, è la sua gloria.
Questo è lo sguardo nuovo e la luce nuova, che i farisei e i capi non accolgono. Di Gesù diranno «Quest'uomo non è da Dio» (v. 16), «Questi non sappiamo di dove sia» (v. 29). E di colui che era stato cieco: «Sei nato immerso nei peccati e insegni a noi?» (v. 34). E questa sarà la domanda decisiva di Gesù al cieco guarito: «Credi tu nel Figlio dell'uomo?». Credi tu nell'uomo che io sono? Credi che questo uomo che io sono ti ha dato la luce?
Questa nuova luce sull'umanità, sulla nostra umanità creata e ricreata perchè sia gloria di Dio è lo sguardo nuovo che l'Eucaristia ci offre.
Infatti anche per celebrare l'Eucaristia con fede è necessario uno sguardo nuovo.
Un famoso inno di San Tommaso canta: «visus, tactus, gustus in te fallitur/ Sed auditu solo tuto creditur»: la vista, il tatto, il gusto davanti all'eucaristia si sbagliano, solo la fede che nasce dall'ascolto della sua Parola crede fermamente. Sì quel pane ai nostri poveri sensi resta pane, quel vino resta vino, eppure noi nella fede affermiamo che pane e vino manifestano realmente la presenza di Gesù morto e risorto. È più facile credere che un cieco riabbia la vista o che l'eucaristia sia la presenza reale di Gesù Cristo in mezzo a noi? Che vista ci vuole in noi per credere questo? Che vista è necessaria per conoscere i segni di Dio nella nostra vita?
Noi spesso ci limitiamo alla vista, al tatto, al gusto corporali. Ma parallelamente ad essi esistono dei sensi spirituali, che spesso sono anestetizzati, come bloccati, paralizzati.
E allora ecco perchè la celebrazione ci pone davanti due mense: la mensa della Parola e la mensa dell'Eucaristia. Pare che anticamente si usasse addirittura riporre l'evangeliario dentro il tabernacolo. È curioso che noi invece siamo così distratti davanti alla proclamazione della Parola di Dio e così attenti e composti alla consacrazione: ma queste due parti della Santa Messa sono inscindibili, anzi: senza l'ascolto non possiamo credere che quello è veramente il Suo corpo e il suo sangue.
Allora in questa domenica, in questo primo giorno di meditazione a noi per fede vengono fatti alcuni doni: Gesù apre anche i nostri occhi perchè possiamo riconoscerlo, e perchè seguendolo non inciampiamo.
Apre i nostri occhi perchè possiamo vedere la realtà e guardarla col suo sguardo: egli vede uomini e non «casi umani», vede la gloria di Dio dove altri pensano ci sia il peccato. Quello sguardo che trasmette al cieco è un nuovo sguardo sulla realtà che lo stimola dal di dentro a discutere con i farisei, perchè ha fatto esperienza di un nuovo modo di vedere, che i Giudei non conoscono, perchè loro sono fermi, come fossilizzati in una mentalità che non può cambiare «Noi siamo discepoli di Mosè».
Il loro sguardo sulla realtà, su quella realtà che cava gli occhi a un cieco, non lo vogliono conoscere. Il loro problema è che Gesù ha guarito di sabato, andando contro la Torah. Non ricordano che il sabato è il riposo di Dio dopo aver creato il mondo, quel riposo nel quale vuole far entrare l'uomo, la comunione con Lui. I Giudei sono ciechi perché non vogliono vedere la realtà, non accettano che Dio possa agire in modo diverso da quello che loro hanno in testa. Questa, intendiamoci, è spesso anche la nostra esperienza: non accettare che l'azione di Dio sia diversa da come ci immaginiamo noi che dovrebbe agire.
Allora chiediamo in questa domenica che quel Gesù che noi intravediamo nell'eucaristia, aumenti il nostro desiderio di lui, perchè mostrandoci il suo volto, noi possiamo essere beati, possiamo riconoscere colui attraverso il quale siamo stati fatti, colui che ha dato la sua vita per noi. Questo è il cammino dell'uomo dalla terra al Cielo. L'eucaristia ce ne dà in qualche modo un anticipo, che si compirà definitivamente soltanto quando lo incontreremo faccia a faccia.

Canta san Tommaso concludendo quell'inno: «Iesu quem velatum nunc aspicio/ Oro fiat illud quod tam sitio/ Ut te revelata cernens facie/ Visu sim beatus tuae gloriae», «O Gesù, che ora vedo velato, ti prego che si compia ciò di cui sono tanto assetato: che riconoscendoti finalmente rivelato nel tuo volto, al vederti io sia beato della tua gloria».