lunedì 7 maggio 2018

Erano lacrime mie... Nuova raccolta di poesie in uscita


Prefazione di Enzo Bianchi


Sta per uscire...
Lo potete prenotare e trovare nelle librerie:

Libreria Caffé Letterario
Dorian Gray
Via Piave, 11
Terralba

Mondadori Bookstore
Piazza Giuseppe Manno, 19
Oristano

Libreria Arti Sacre
Piazza Duomo, 16
Oristano

Edicola Centrale
di Franca Pala
Via Porru Bonelli
Gonnosfanadiga

     Libreria Paese d’Ombre  
Via Roma, 22
Villacidro

Omnia Sacra
Via Eroi d’Italia, 56
Pirri – Cagliari

Libreria Paoline
Via Garibaldi, 60
Cagliari

Nuova Libreria “Don Bosco”
Via Baccaredda 74
Cagliari

Oppure sul sito
o ancora su

martedì 24 aprile 2018

La morte di Alfie e un pasticcio inglese


Gentile professoressa Marzano.
Mi spiace dover controbattere alle sue argomentazioni (cliccare), non ne ho le capacità. E tuttavia vorrei soltanto ricordarle alcune cose: tra poco sarà concessa a Gino Bartali la cittadinanza onoraria postuma di Israele per il suo contributo a favore degli ebrei durante la seconda Guerra Mondiale. Sa cosa fece? Trasportò documenti che davano una nuova identità a molti ebrei, permettendo loro di salvarsi la vita. E sa che lo Yad Vashem (non molto tenero con la Chiesa cattolica) lo definì “giusto tra le nazioni” con la seguente motivazione: «Cattolico devoto, nel corso dell’occupazione tedesca in Italia ha fatto parte di una rete di salvataggio i cui leader sono stati il rabbino di Firenze Nathan Cassuto e l’arcivescovo della città cardinale Elia Angelo Dalla Costa».
Lei mi dirà: Ma Alfie non rischia la vita per una persecuzione. In parte è vero, ma mi consenta di dire che se un tribunale esautora i genitori della facoltà di decidere cosa è bene per il proprio figlio, qui siamo a un passo (o forse ci siamo già caduti con ambo i piedi) da una concezione statalista che vede lo Stato al di sopra della volontà dei singoli in una materia che attiene alla libertà fondamentale dell’individuo (quella di essere curato se malato o handicappato). Metta lei i termini esatti e citi lei gli studiosi ad hoc di filosofia del diritto, i quali certamente hanno scritto volumoni su queste cose.

Lei dice che "è assurdo che un governo in carica per l’ordinaria amministrazione auspichi l’immediato trasferimento in Italia".
A me pare che la vita sia sempre questione di ordinaria amministrazione, e che se c’è un ospedale di altissimo livello che da ai genitori non una speranza di guarigione, ma una possibilità ulteriore di cura (in senso ampio, ovviamente: la Enoc non è una stupida e non illude nessuno) per il loro bambino, mi spiega perché questo non può essere fatto?
La legge italiana che lei cita salvaguardia sempre la volontà del paziente o del suo tutore, quindi mi sembra che in questo caso sia proprio a favore dei genitori di Alfie.
Io sono anni luce lontano da Giorgia Meloni, dalla sua visione politica e sociale, ma in questo caso le dico grazie se la cittadinanza italiana di Alfie è stata merito suo. Così come ero e sono lontano anni luce dai Radicali, ma riconosco e ringrazio Pannella e i suoi per quello che hanno fatto per la situazione dei carcerati in Italia: più di qualunque forza politica, cattolici compresi.
Io, per dire, sono a favore dello Ius soli, ma cosa c’entra in questa situazione?
Lei confonde il ruolo del Parlamento con quello del Governo.
No, mi sembra che questo suo articolo faccia acqua da tutte le parti.
Forse ad Alfie resterà poco da vivere, forse la scienza medica farà passi da gigante, chi lo sa? Fino a qualche decennio fa, per dire, si moriva facilmente a causa delle infezioni batteriche.


Ma lo Stato (un tribunale che lo rappresenta) può davvero staccare la spina a un suo cittadino vivo, seppure gravemente malato? Valutato tutto il valutabile, lo Stato può fare questo?

Nel suo articolo lei dice che certo modo di pensare sta impedendo in molte nazioni di parlare di eutanasia e suicidio assistito? È di questo che voleva parlare anche nel caso di Alfie? Vuole che gli si pratichi l’omicidio assistito?

sabato 21 aprile 2018

A QUOLIBET ALIO MALO



San Biagio
non sarà che ti abbiamo invocato
soltanto per il mal di gola
le due lunghe candele benedette
a comporre una croce di cera
e non abbiamo pensato
che potevi anche aiutarci
a ingoiare certi rospi troppo grossi
a sputare veleni rancidi che ci portiamo dentro
a dire finalmente parole nuove
e tacerne molte altre troppo usate?

domenica 1 aprile 2018

Omelia nel giorno di Pasqua - Tuili


È l’omelia più difficile questa del mattino di Pasqua, allenati come siamo a parlare di risurrezione senza mai aver visto qualcuno uscire dalla tomba.
Sono le parole più difficili perché ci chiedono di dire l’indicibile, di vedere l’invisibile. E per fare questo i ragionamenti non bastano.
Davanti agli occhi di chi amiamo, non bastano i ragionamenti, non bastano davanti al miracolo della vita, davanti alla tristezza della morte, non bastano davanti ai prati che fioriscono a primavera, non bastano i ragionamenti di fronte alle guerre, alla violenza verso gli innocenti, verso tutti.
Tuili - Maestro di Castelsardo - Retablo, particolare
No, siamo stufi di ragionamenti: a forza di ragionamenti ci siamo privati della possibilità di cercare strade alternative, di cercare sentieri ancora non battuti, ci siamo privati di darci una possibilità diversa per trovare il senso della vita e della morte, di noi stessi e della storia di tutto il mondo.
I ragionamenti sono sempre chiari e distinti, intrappolano e danno definizioni precise, cristalline: due più due darà in eterno quattro, caschi pure il mondo. La formula dell’acqua sarà sempre H2O, a pena di non esser più acqua.
I ragionamenti sono belli e necessari, ma ci rendiamo conto che la vita non può essere tutta e solo un ragionamento. Ci sono delle esperienze che la ragione non può cogliere, come diceva Pascal: Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce.
Ed ecco precisamente cosa ci fa esseri umani: non solo avere un cervello capace di ragionare, di progettare, di elaborare idee bellissime e altissime, ma avere un cuore che quelle idee e quei ragionamenti può guidare a un senso più profondo.
Così allora possiamo ascoltare anche oggi l’annuncio pasquale: Cristo è risorto. È veramente risorto.
È risorto dai morti, è risorto dalla morte, è risorto da morto. Ha attraversato quella soglia che è il nostro spauracchio: l’ha attraversata come tutti faremo, da qui verso il sepolcro, e l’ha riattraversata al contrario, dal sepolcro alla vita che non muore.
Siamo così troppo allenati a vedere la morte, che l’uomo contemporaneo non riesce a scorgere nell’annuncio della risurrezione più di un mito, di una bella idea, che forse genericamente richiama al risveglio primaverile della natura, al fiorire degli alberi, alla luce che gradualmente illumina sempre più le nostre giornate: lo facciamo diventare un surrogato di un fenomeno naturale.
Ci auguriamo “Buona pasqua”, che spesso significa: “Trascorri una buona giornata in compagnia di chi ti vuol bene, pranza bene e sta’ allegro”. E certo questo sarebbe anche già un bell’augurio... Ma non di questo si tratta quando ci diciamo “Buona pasqua”.
Piuttosto stiamo dicendo: la tomba è vuota, il sepolcro è vuoto, il buio è illuminato, Gesù è risorto. Lui può dare senso anche al mio sepolcro, alla mia tomba, al mio buio.
Io so che quella croce non è fine a sé stessa, che dopo il mio intimo tormento vedrò la luce.
Lo so – e qui sta ciò che noi fatichiamo ad accettare – non al modo dell’aritmetica, dove due più due fa sempre quattro, ma al modo dell’amore, dove le cose non hanno la staticità delle formule, ma l’ebbrezza della farfalla che esce dal bozzolo.

L’amore sa librarsi laddove la ragione si posa grave e pesante.
Non lo diciamo anche noi che l’amore fa leggera anche la croce? Fa leggero il passo verso il malato, verso il bambino, fa fare la strada con più grinta ed entusiasmo?
Ed è così che misteriosamente ma veramente siamo stati introdotti in questa notte e in questo giorno santissimo: perché ci venga ancora ripetuto: solo l’amore vince, per quanto piccolo come la fiamma di una candela.
Solo l’amore è la vera forza creativa dell’uomo e della storia. Non la potenza fisica o politica, non l’odio, non la capacità di sottomettere il fratello.
Il vero potere si manifesta più col dare che col togliere (Sebastiano Satta): il vero trionfo è il trionfo dell’amore.
Ma questo, lo sappiamo, non è l’amore dei film di Hollywood o delle favole che si concludono con la solita formula «E vissero tutti felici e contenti»: no, l’amore porta in sé l’inevitabile fatica di amare, persino la sofferenza. Sino alla fine, abbiamo ascoltato giovedì santo, sino a dare la vita.
Solo l’amore è la vera forza che conduce a pienezza i nostri rapporti, non l’odio, non la violenza, non la sopraffazione. Solo l’amore ci rende autentici e consacra le nostre scelte, anche se restiamo dei poveracci sempre bisognosi di perdono.
La vera forza che muove tutto e crea (lo abbiamo ascoltato stanotte nel racconto della creazione) è la forza dell’amore.
Avremo il coraggio oggi di augurarci buona Pasqua a partire da questa prospettiva?
Forse per troppo tempo ci siamo limitati a un moralismo sterile, a una svalutazione del corpo, a una svalutazione di ogni esperienza veramente umana. Ma se ci fermiamo un momento a contemplare la tomba vuota, la risurrezione ci dice proprio che il nostro corpo non è destinato alla putrefazione definitiva!
Che i nostri gesti di amore, anche quelli più fisici (e l’amore o si tocca o non è amore ma solo belle parole!), hanno qualcosa di eterno che rimarrà, perché neppure la morte può distruggere totalmente l’amore.
E questo siamo chiamati a testimoniare in un tempo di grandi violenze: lo vediamo nello scenario internazionale, lo vediamo anche tra di noi, lo vediamo negli occhi di tante persone disperate, disilluse, stanche.
Scambiamoci pure gli auguri di buona pasqua, ma che questo augurio diventi impegno ad amare di più, a rinunciare a un pezzetto di noi per condividerlo con altri, a riprendere il discorso interrotto con quella persona che non mi parla più, a ritrovare il senso della nostra famiglia, a chiedere perdono, a non pensare di essere impeccabili, a dare ancora un’altra possibilità a quel fratello che sbaglia, a prendere per mano qualcuno che soffre.
Solo così sperimenteremo la forza dell’amore.
Klimt - Il bacio
C’è una canzone di Ed Sheeran, che ha duettato anche con Andrea Bocelli. s’intitola “Perfect Simphony”, Sinfonia perfetta. Canta l’amore tra un uomo e una donna e a un certo punto dice: «Mi baci piano ed io torno ad esistere, e nel tuo sguardo crescerò».
Sì, è proprio così: la tenerezza dell’amore è capace di farci tornare all’esistenza, di farci rivivere, e solo lo sguardo dell’amore è capace di farci crescere.
Questo è stato lo sguardo del Padre verso il Figlio, che lo ha risollevato dalla morte, questo è stato lo sguardo del Risorto verso i suoi discepoli, che li ha risollevati dalla tristezza del lutto e dalla vergogna del tradimento.
Questo può essere lo sguardo attraverso il quale oggi decidiamo di guardare alla vita, alla morte, alle nostre relazioni. E questo sia lo sguardo nel quale ci sentiamo amati e custoditi da un Dio che abbassandosi ci fa grandi, che morendo ci ha dato la testimonianza di un amore sino alla fine, quello stesso amore che è diventato la forza dirompente uscita dal sepolcro, per lui e per tutti coloro che credono in lui, per noi, per l’umanità intera.


sabato 31 marzo 2018

Omelia per la Veglia Pasquale - Arbus


C’è un momento della vita, forse a causa di una grande gioia, o di un grande dolore, di una nascita o della morte di chi ci è caro, della perdita di tutto, o di una grande conquista personale, in cui forse per la prima volta in modo serio ci chiediamo: Che cos’è la morte? Che cos’è la vita? Che cos’è la fede?
E allora occorre rimanere fedeli a questa domanda, abitarla, non andare subito alla risposta preconfezionata, non accontentarci di quello che abbia sempre sentito, o di una definizione letta su qualche libro, fosse anche il catechismo o la Sacra Scrittura...
Se siamo fedeli alla potenza e alla durezza di domande simili, la liturgia di stanotte interviene proprio allora, perché ci apre uno spiraglio per tentare di dare la nostra personale risposta: Che cos’è la mia vita? Che cos’è la mia morte? Che cos’è la mia fede?
Stanotte, il buio è stato squarciato non da un sole accecante, ma da una luce fioca: la fiammella di un cero.
Il silenzio è stato rotto non da un fiume di parole, ma da una parola per certi versi incredibile: Non abbiate paura, Gesù, il crocifisso, è risorto, non è qui!
Eppure quella luce fioca, quella parola incredibile hanno trapassato il tremendo confine della morte, della distanza tra Dio e uomo, e ci aiutano a dare una risposta a quelle domande che facevamo all’inizio. Non però una risposta fatta di parole, ma con l’aprire la bocca, esclamando: «Oh!»
Sì, carissimi fratelli e sorelle: stanotte non si tratta di imparare dottrine, di conoscere definizioni, ma di aprirci allo stupore di una realtà sulla quale noi non abbiamo nessun controllo: la nostra vita e la nostra morte.
Si tratta, stanotte, di lasciarci guidare, di lasciar vincere la nostra superstizione, la nostra chiusura, il nostro razionalismo da ciò che non possiamo neppure immaginare: che quell’uomo che abbiamo contemplato morto, appeso a un patibolo, è risorto, è vivo, vuole incontrarci, vuole parlarci, vuole darci speranza e fiducia nella vita.
Noi siamo abituati a pensare alla nostra fede attraverso le categorie di pena e di premio, costruiamo tutta la vita in base alla meritocrazia, vorremmo tenere tutto sotto controllo, e poi non ci rendiamo conto che la morte è dietro l’angolo. L’indescrivibile e incontrollabile provoca in noi terrore, come nelle donne che vanno al sepolcro e poi tornano a casa e non dicono nulla.
Perché chi va a dirlo ora ai discepoli e a Pietro che Gesù si è alzato? Una parola così semplice, persino banale, alzarsi, proprio come si fa ogni mattina: questa parola ci consegnano i vangeli! Così banale da doverne coniare una un po’ più elevata, risorgere.
Cos’è dunque, questo alzarsi di Gesù dalla tomba? Cos’è la risurrezione?
È Dio che pone fine per sempre al pensiero che bisogna meritarsi Dio, che bisogna guadagnarselo, ingraziarselo in qualche modo, facendo sacrifici (Abramo / Isacco; Padre / Figlio), che bisogna calmare la sua presunta ira nei confronti dell’uomo.
È Dio che dice a ciascuno di noi: Lo capisci o no che io voglio semplicemente che tu viva? Che te l’ho dimostrato attraverso mio Figlio, rialzando lui, ma voglio dimostrarlo anche in te, in voi, perché da oggi possiate camminare in una vita nuova?
Cosa rende allora la vita degna di essere vissuta?
I soldi? La salute? Un buon lavoro? Una persona da amare?

Ma che me ne faccio di tutte queste cose se non so perché ce le ho, se non ho scoperto il senso della vita? Niente potrà darmi la felicità, se non so per cosa essere felice, che scopo ha la mia esistenza.
Questa notte ci apre uno squarcio di luce proprio su questa domanda. Ci spinge a chiederci che senso ha la nostra vita, a partire da una piccola fiamma, da un semplice invito a non aver paura, da un invito a seguirLo, a seguire Colui che si è rialzato della morte, perché egli ci aprirà quel senso, ci darà una famiglia, la sua Chiesa, povera e peccatrice, perché fatta di uomini e non di angeli, di persone in cammino non di gente perfetta, in cui cercare il senso di chi siamo e di cosa ci facciamo su questa terra.
E ci darà la forza e la perseveranza per dare senso a ogni cosa che facciamo, per dare senso a ogni croce che dobbiamo portare sulle spalle, per illuminare tutte quelle situazioni che sono ancora nel sepolcro, le guerre, le violenze di uomini contro altri uomini, le sopraffazioni, perché ci mostrerà che ognuno di noi può fare la sua parte, e quando abbiamo scoperto il senso della nostra vita, ognuno di noi farà la sua parte, da prete, da laico, da padre, da moglie, da figlio, da vedova, non importa che sia piccola come una candelina come quelle che abbiamo stasera.
Può darsi che stanotte siamo venuti qui per soddisfare un precetto, per toglierci un dente, perché in fondo a Pasqua bisogna pur andare a Messa...
O forse appunto per tenere a bada Dio, per dirgli: Ecco, sono tornato dall’anno scorso, vedi di star buono ancora per tutto l’anno prossimo.
In fondo pensiamo di calmare la nostra angoscia controllando i nostri affetti, controllando i nostri desideri, il tempo, la nostra salute, programmando e organizzando tutto, affinché nulla ci sfugga. Controllando anche Dio.
Ma ci sbagliamo. La realtà è che noi ci illudiamo di controllare, ma non abbiamo il controllo di niente, meno che mai della nostra vita. Io posso morire stanotte stessa!
No, non siamo venuti a tenere sotto controllo Dio, e neppure a fargli un favore, facendo un piccolo sacrificio a lui nell’offrirgli due ore del nostro preziosissimo tempo: siamo venuti qui a ricevere nel nostro buio, nella nostra paura, nel nostro silenzio incapace di esprimersi, forse anche nel nostro odio e risentimento verso qualcuno, una piccola luce, una piccola parola: Non temere! Io ho fiducia in te, voglio donarti l’ebbrezza della libertà di amare senza controllo, di smetterla di misurare.
Smettila di voler tenere tutto sotto controllo: ti sfuggirà di mano!
Accetta invece la logica del morire per vivere, del donarti per risorgere a vita nuova.
Lascia che quel sepolcro si svuoti, che Gesù si alzi anche nella tua tomba, perché tu possa seguirlo, non solo in queste due ore, ma in ogni istante della vita.
Perché anche tu possa diventare un suo discepolo!
Stanotte torneremo a casa con questa domanda: Che senso ha la mia vita, Signore Gesù? E se questo ci spaventa, riprendiamo in mano quella candela, ogni notte, domani, dopodomani, accendiamola e lasciamoci illuminare da quella parola che abbiamo appena ascoltato: Non temete, andate, egli vi precede!
Perché egli sta sempre davanti a noi. Il crocifisso si è rialzato. Non è qui. Andate!
Buona Pasqua!

venerdì 30 marzo 2018

Omelia per il Venerdì Santo - Cattedrale di Ales



Sieger Koder - Crocifissione - Cosa vide Gesù?
Conosciamo tutti la gravità di una sera come questa: penso che tutti abbiamo avuto nella vita almeno una volta un lutto grave, di un parente, di un genitore, di un figlio, di un fratello, di un amico. Conosciamo tutti lo schianto e l’annientamento di situazioni simili, il pianto, l’incapacità di parlare, il rivivere quegli ultimi istanti e raccontarli solo con tante lacrime anche dopo molti anni... Tutto questo non è lontano dalla nostra esperienza.
Così, quando il Vangelo ci parla di perdono, possiamo essere un po’ scettici perché spesso facciamo difficoltà a perdonare; quando ci parla di preghiera non capiamo bene perché neanche noi sappiamo pregare; ma quando ci parla del dolore stiamo ad ascoltare, perché conosciamo bene questa realtà. (Eb 4-5)
In tutte le chiese del mondo oggi e domani si fa memoria della morte e della sepoltura di Nostro Signore Gesù Cristo: non è un semplice anniversario, come quello per ricordare i nostri morti. Noi ne facciamo memoria attraverso alcuni elementi: il racconto di ciò che avvenne, l’adorazione della croce e l’eucaristia condivisa.
Il racconto di ciò che avvenne. Gli esperti ci dicono che i vangeli sono come una grande introduzione al racconto della Passione di Gesù, che occupa una parte consistente di ognuno di essi: da un punto di vista quantitativo, la maggior parte del testo di ogni singolo vangelo racconta la Passione di Gesù: una settimana su trent’anni. Perché? Certamente perché i discepoli e le prime comunità cristiane hanno riconosciuto che in quelle poche ore, tutta la vita di Gesù trovava come il suo senso e la sua consacrazione: come se tutto ciò che egli aveva fatto, passando facendo del bene e guarendo, trovasse compimento nella sua morte. E questa è una cosa un po’ strana, perché in effetti la morte pone fine alle nostre azioni, e noi diciamo con il buon senso, che la nostra vita si gioca quando siamo vivi, non quando stiamo morendo.
Con Gesù però è accaduta una cosa non trascurabile: i discepoli hanno visto nel suo arresto, nel suo processo, nella sua condanna, nella sua morte così ingiusta, un segno definitivo. Raccontandoci con tanta attenzione la Passione ci dicono: Ecco per cosa è venuto Gesù: non solo per predicare il regno di Dio con parole e con segni e miracoli, ma finalmente per predicarlo con la sua stessa vita, con il suo stesso corpo. Non più parole o azioni, ma sé stesso. Egli è diventato in qualche modo la spiegazione di ciò che ha predicato e dei miracoli che ha compiuto nella sua vita. E lo è diventato nel momento in cui la parola gli veniva difficile da pronunciare, e le azioni impossibili perché inchiodato sulla croce.
Il paradosso di Gesù di Nazaret sta qui: egli è Dio nel momento in cui appare come un semplice uomo condannato a morte tra malfattori, debole e sfortunato, inguardabile e riprovevole. (Is 52-53)
Così comprendiamo il senso delle sue parole, quando aveva detto che è necessario che il chicco di grano sia gettato a terra e muoia per fare frutto, o quando aveva detto: beati i perseguitati a causa della giustizia, o quando ancora disse: Non c’è amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici.
Le parole dell’evangelista Giovanni relative alla sua venuta nel mondo, «Il verbo si fece carne» possiamo applicarle anche all’evento della croce nei vangeli: «Il racconto si è fatto persona», e quella persona è appesa alla croce. San Paolo, rivolgendosi ai Corinzi dirà: «Quando venni tra voi io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso».
E questo è ciò che vorremmo anche per noi stessi: che la nostra vita a un certo punto, arrivasse a maturazione non attraverso delle belle parole che siamo capaci di dire, o dei bei gesti di bontà che siamo capaci di fare, ma in tutto noi stessi, nelle nostre fibre più profonde e intime, persino in quelle cose che non siamo capaci di esprimere con parole o con fatti.
Arriva un momento in cui vorremmo non solo fare delle cose buone, ma essere amore, essere completamente inondati dalla bontà, dall’amicizia, essere trasparenti, con tutto noi stessi: fiorire!
Ecco dunque perché il racconto: perché quell’evento parli anche a noi oggi, perché quelle parole testimoniano un evento compiuto nella vita di Gesù che è in grado di illuminare il nostro presente, la nostra vita, di trasformarla persino!

[Amico, basta oramai. Se vuoi leggere ancora,
Va’ e diventa tu stesso la Scrittura e l’Essenza. (Angelus Silesius)]
L’adorazione della croce. Per lunghi secoli i cristiani, che pure dipingevano le tombe, non rappresentarono la croce, se non sporadicamente. Essa era un simbolo troppo cruento, perché ancora per molto tempo veniva usata come patibolo: gli storici affermano che la croce era una forma di condanna a morte infamante, riservata agli schiavi e agli stranieri, non ai cittadini romani. Negli occhi e nel cuore di tante persone, l’impressione della croce richiamava la macabra usanza romana, la loro violenza, il sangue e il dolore, la persecuzione.
George Roualt - Pierrot (immagine di Cristo umiliato)
Il Venerdì Santo noi adoriamo la croce, cioè le riserviamo un gesto di tenerezza, un bacio o una carezza. Perché diamo un bacio a uno strumento di morte? È come se il figlio di un condannato alla fucilazione baciasse la pistola del soldato che ha dato il colpo di grazia: è contraddittorio.
Sì, in un certo senso lo è. La croce ci mostra l’uomo che decreta l’inutilità dell’uomo, dell’innocente soprattutto, tanto da ucciderlo. Dio aveva detto vedendo la sua creatura: «è cosa molto buona». Ma l’uomo vedendo il suo simile dice: Uccidiamolo! Il mondo è pieno di croci!
La croce ci dice che Dio resiste alla violenza dell’uomo sull’uomo, accettando di assumerla in prima persona: la croce è l’unica vera resistenza possibile al male. Ecco perché occorre prenderla e portarla, dietro di lui: per essere più umani! Da strumento di morte, essa è diventata quello che nessuno avrebbe potuto immaginare: il modo per ricondurre gli uomini a Dio dando la propria vita, consegnandosi in totale affidamento al Padre alla desolazione della morte.
Così noi possiamo adorarla senza essere masochisti, e senza adorare la sofferenza che quella croce ha causato: in essa ci è dato di vedere quanto Dio ha amato il mondo, fino a donarci il suo unico Figlio. Perché quella croce, e a partire da essa ogni croce, ci ricorda che essa non è l’ultima parola sulla nostra vita, ma la penultima. Che l’ultima parola sulla nostra vita ce l’ha Dio, ed è una parola di risurrezione.
Cattedrale di Ales
L’eucaristia condivisa. Il terzo segno che faremo questa sera è ricevere l’eucaristia che è stata consacrata ieri, Giovedì Santo. In quella sera nella quale Gesù fu tradito egli non volle lasciare soltanto un souvenir di sé stesso, come una fotografia o un testamento, ma un rito attraverso il quale poter entrare in comunione con lui non solo con la nostra memoria, ma spiritualmente e materialmente. E questo rito è l’Eucaristia, la celebrazione del suo dono d’amore attraverso un cibo, del pane e del vino, che ci permettono di partecipare alla sua morte e risurrezione.
L’eucaristia è il modo che Egli ci ha donato, che egli ha voluto e desiderato, per personalizzarci il suo amore: amore sproporzionato e non necessariamente reciproco.
Pensiamo alle nostre relazioni: quando abbiamo amato qualcuno senza esserne ricambiati, quanta frustrazione abbiamo sperimentato? Quanto imbarazzo? Come per gli adolescenti, quando si fidanzano “ma lei non lo sa”...
Eppure Dio è così: in lui c’è il desiderio estremo di incontrare questa sua umanità, di incontrare noi, ciascuno di noi... e noi il massimo che ci sentiamo di fare, sovente, è dire: «Ma sì, dai, oggi è domenica, dedichiamogli un’oretta, ma sbrighiamoci! Ho cinque minuti: preghiamo un po’, che poi ho altro da fare».
Potrebbe darsi che noi non abbiamo desiderio di Dio, fame di Dio, ma soltanto di cose molto ordinarie: un lavoro, la salute, una famiglia, degli amici.
Se proviamo a essere autentici nei nostri desideri, pian piano sperimenteremo una sete più grande, un desiderio più forte: di senso, di significato anche per quei nostri piccoli desideri ordinari. Perché, come dicevamo prima, non solo qualcosa di noi, ma tutta la nostra vita fiorisca!
Stasera siamo qui allora, perchè tutto questo, tutta la vita, tutto il male, tutto il dolore del mondo, trovi senso a partire da questo racconto che si rende presente in mezzo a noi in Gesù Cristo, attraverso questa croce che ci pone davanti la misura dell’amore, e ricevendo l’eucaristia, che ci alimenta per dirci il desiderio che Dio ha di noi, perché anche noi possiamo desiderare lui nella nostra vita.
Solo un amore così, l’amore di Gesù crocifisso, amore sino alla fine, può dare speranza anche alle nostre disperazioni, alle nostre delusioni, alla nostra croce. E così sia.

giovedì 29 marzo 2018

Giovedì Santo - Omelia per la Messa in Coena Domini

S. Koder - La lavanda dei piedi
Entriamo con questa celebrazione nel mistero di quei giorni che cambiarono la storia.
Lo dico senza troppa enfasi, perchè non si tratta di fare affermazioni di trionfo: Cesare che varca il Rubicone, Napoleone che invade l’Europa, la Marcia su Roma... ci sono stati degli eventi storici molto appariscenti, molto “forti”, che hanno mutato effettivamente il corso degli eventi da quel momento in poi...
Ciò che accadde a Gerusalemme nella Pasqua degli anni 30 del primo millennio non fu niente di così eclatante: agli occhi degli storici poteva sembrare al massimo una sommossa sventata e la condanna di un uomo per sedizione, con l’immediata dispersione dei suoi discepoli.
Eppure in quella notte, che noi oggi ripetiamo nei gesti, e nella successiva liturgia del Triduo, noi crediamo che sia accaduto qualcosa di così speciale che ha portato una luce nuova sul senso della storia e della nostra vita.
Se vi sembrano parole strane, chiedetevi e chiediamoci: perchè siamo qui oggi?
Cosa ci ha attratto, cosa ci spinge a partecipare alle celebrazioni di questi santi giorni?
Forse per qualcuno può essere l’abitudine, il ricordare un’atmosfera antica di famiglia, una certa commozione che ci prende nel vedere i nostri bambini sui quali tra poco, come Gesù allora, ripeterò il gesto della lavanda dei piedi.
Ma, o cerchiamo di entrare nel senso profondo del Giovedì Santo, oppure anche oggi usciremo da qui come ci siamo entrati.
Allora chiediamoci: cosa stiamo facendo?
Stiamo facendo memoria della cena pasquale nella quale Gesù ha offerto sé stesso ai suoi discepoli, e alla moltitudine, per mostrare loro quello che sarebbe accaduto il giorno successivo.
In quella notte nella quale Gesù venne consegnato, egli volle lasciare ai suoi discepoli, fino al suo ritorno, un segno della sua presenza.
Perché noi abbiamo bisogno di segni: non ci bastano i sentimenti, non ci bastano le parole. Spesso i sentimenti sono fugaci, e le parole rischiano di essere un’esperienza soltanto intellettuale.
Perciò Gesù ci lascia un segno: un pasto, un evento così normale per noi, ma diventato speciale da quel momento in poi.
Un segno che trova origine nella volontà di Gesù: l’evangelista Luca ci ha tramandato la sua parola iniziando la cena: «Ho desiderato con tutto me stesso di mangiare questa pasqua con voi prima che io soffra»: è stato un esplicito desiderio di Gesù. E il vangelo di oggi ci ha ricordato che in quella sera Gesù ha amato i suoi fino alla fine, cioè in una misura unica, totale e definitiva, e lo ha mostrato loro attraverso la lavanda dei piedi, gesto riservato allo schiavo nei confronti del proprio padrone.
Dunque la cena pasquale, quella che per noi è diventata l’eucaristia, è un desiderio ardente di Gesù ed è un segno del suo amore totale per noi suoi discepoli.
Non è qualcosa che facciamo noi, che confezioniamo noi con la nostra buona volontà, con le nostre azioni: è qualcosa di totalmente e intimamente suo che egli offre a noi.
Tant’è vero che i discepoli non capiscono, sono recalcitranti, non si spiegano come mai uno di loro lo tradirà, visto che sono tutti uniti a mangiare dallo stesso piatto.
Non comprendono come un gesto di così intima unione e amicizia da parte di Gesù, sia fatto con persone, loro, noi, che lo tradiranno, lo rinnegheranno, lo abbandoneranno e si disperderanno. Si rifiutano di credere che lo lasceranno solo, promettono anzi di dare la vita per lui! Si sentono soggettivamente suoi amici, ma ancora solo a livello psicologico, come dimostreranno i fatti.
Perché proprio questo non è comprensibile: noi non invitiamo a cena una persona che sappiamo parla male di noi, o che peggio ci fa lo sgambetto, ci imbroglia, ci abbandona nel momento della necessità. Stiamo ben alla larga da chi ci ferisce e contribuisce alla nostra tristezza. Ci circondiamo di persone che ci rendono felici, e che vogliamo far felici a nostra volta. Non siamo disposti a stare a tavola con una persona che sappiamo ci tradirà appena uscita.
Il mistero pasquale invece diventa per noi discepoli quell’occasione che il Signore ci offre sempre di riscoprire quanto ama gli uomini, quanto è disposto a fare pur di non perderci, anche se noi ci perdiamo.
Qualcuno talvolta afferma: «In fondo a me basta Cristo dentro di me, mi basta sentirlo quando prego in casa mia», e pensa di essere comunque a posto, in pace, di essere cristiano, di essere meglio di quelli che vanno in chiesa, che sono i peggiori... Un po’ come Pietro: Se anche tutti ti rinnegassero, io no!
Ovviamente non si tratta di giudicare le intenzioni o il cuore di chi dice così... però io mi chiedo: Se Gesù ha avuto questo desiderio, così forte, così impellente, se ha fatto questi gesti verso i suoi discepoli, comandando a noi di ripeterli per fare così una memoria viva e attuale di lui, non solo un ricordo del passato, se ha amato così fino alla fine... e noi non lo accogliamo per quello che è, mi chiedo: che tipo di cristianesimo ci costruiamo? Stiamo semplicemente confezionando una religione a nostra misura, non stiamo facendo quello che Gesù ha voluto fare ai suoi discepoli... e quindi in sostanza possiamo dirci cristiani?

Essere cristiani non è celebrare riti, liturgie e cose simili, e poi dimenticarsi del prossimo, del fratello, dello straniero: su questo siamo d’accordo. Ma essere cristiani non significa neppure fare del bene al prossimo dimenticando quei segni, che sono i sacramenti, che Gesù ci ha lasciato, e che troviamo nella Chiesa, la comunità dei discepoli.
Un discepolo sa che per seguire Gesù è necessario alimentare continuamente il nostro rapporto con lui, così come lui l’ha pensato per noi e come ci è stato trasmesso: ha detto: «Fate questo in memoria di me», questo, prima che altro... (Paolo)
Per non cadere nell’illusione che basta avere Gesù nel cuore per essere cristiani.
Gesù nel cuore lo possiamo avere se viviamo come lui ci ha insegnato e come lui ci dà di vivere con la sua forza che nasce in quella ultima sera, che nasce il venerdì santo, che nasce la domenica di Pasqua: allora la nostra fede diventa autentica, perché si misura sul metro non del nostro cuore, ma del Suo cuore, del suo amore.
Così ritorno alle due domande iniziali: Perché siamo venuti qui stasera? Cosa facciamo stasera?
Ognuno di noi, ora, in un momento di silenzio, prima di ripetere la lavanda dei piedi, si ponga questa domanda, e si lasci interrogare dalla passione di Gesù, dal desiderio di Gesù per noi, dal suo amore per noi fino a chinarsi davanti a noi per lavarci i piedi.
E con questa autenticità stiamo davanti a lui, a costo di sentirci rispondere qualcosa che non ci piace: che uno di noi lo tradirà, che stanotte stessa non sapremo vegliare un’ora con lui, che tutti ci disperderemo per paura delle conseguenze.
E sentirci rispondere ancora e sempre: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Se non ti lasci avvicinare, non posso condividere la mia vita con te. Se non accetti di fare pasqua con me, di ricevere il perdono, io ti lascio libero, non ti costringo neppure a farti perdonare.

Ma se accetti scoprirai la mia amicizia, la mia consolazione, scoprirai una forza mai avuta prima. La forza dell’amore, di un amore capace di andare fino alla fine.